Nessuna colpa resta impunita, neppure per il dottor Diego Mancini

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Nicola Salerno parla di “Fino all’ultimo battito”, la fiction nata da una sua idea

Nicola, la serie “Fino all’ultimo battito” ora in onda su Raiuno, ha avuto la sua genesi grazie ad un’idea che hai presentato all’evento “Pitch2Script series 2016”. Puoi raccontarci l’evoluzione del progetto?

“Oltre all’orgoglio che provo nel vedere realizzata una mia idea, se mi guardo indietro, penso che il percorso fatto sia quello che augurerei ad ogni aspirante sceneggiatore. Quando ho partecipato al Pitch2Script avevo alle spalle diversi anni di studio ma coi miei soggetti avevo collezionato solo un discreto numero di dolorosissimi ‘le faremo sapere’. In un certo senso, l’esperienza di Fino all’ultimo battito è stata il completamento ideale del mio percorso di studi. Grazie ad Eliseo Entertainment che mi ha dato fiducia, ho avuto la possibilità di imparare lavorando direttamente sul campo assieme ad autori affermati come Andrea Valagussa, headwriter del progetto, Fabrizia Midulla, Maura Nuccetelli ed Elisa Zagaria. Il nostro è un mestiere ‘artigianale’ e lo si può imparare davvero solo lavorando in bottega al fianco dei mastri, rubando il mestiere con gli occhi. In Italia è molto difficile ottenere opportunità del genere e non parlo solo del mondo del cinema. Spendiamo tanto per la formazione ma quando entriamo nel mondo del lavoro non abbiamo mai ‘abbastanza esperienza’. Esperienza che poi – chissà perché – nessuno ti fa fare sul serio. Proprio per questo le occasioni come i ‘Netpitch’ organizzati dalla Writers Guild Italia sono fondamentali: creano la situazione perfetta per un outsider, in quanto conta l’idea e non la caratura del nome che la propone”.

Diego Mancini, interpretato da Marco Bocci, è un uomo dall’apparenza invidiabile, con una professione prestigiosa, e una moglie e un figlio che ama profondamente; ma il dramma è dietro l’angolo. Il suo cambiamento è unilaterale, o presenta molteplici sfaccettature?

“Per la sua famiglia e i suoi pazienti, Diego Mancini è una specie di supereroe. Ma ogni supereroe ha un punto debole. Per Superman è la kryptonite. Per il nostro protagonista, invece, è la hybris. Non a caso, nell’episodio pilota, il vilain (Cosimo Patruno, interpretato da Fortunato Cerlino) dice al protagonista: ‘Non puoi controllare sempre tutto, professor Mancini’. Quando antepone gli interessi della sua famiglia a discapito della collettività, ‘rubando’ un cuore per salvare il figlio, è come se Diego diventasse ‘mafioso’ prima ancora che la mafia vera inizi a ricattarlo. Questo peccato originale lo rende già di partenza un anti-eroe. Ecco perché il suo arco di trasformazione presenta tante sfaccettature diverse, sia per l’uomo che per il medico. È difficile giudicare il dottor Mancini. Il pubblico sembra diviso tra chi vuole vederlo pagare per la sua colpa e chi (come lo stesso Marco Bocci) ammette invece che in una situazione simile avrebbe fatto la stessa cosa. Per noi autori, questa è già una vittoria”.

La serie è stata concepita come un prodotto unico, o potrebbe esserci una evoluzione di questo coraggioso ma sfortunato medico?

“Su questo non posso espormi molto perché non voglio fare spoiler. Posso dire però che in questa stagione tutti i protagonisti completeranno il loro arco di trasformazione. Ma noi autori ci siamo tenuti in tasca ancora qualche cartuccia da sparare…”

Ci sono state difficoltà a girare in Puglia, in particolare nel Salento, in piena terza ondata di Covid 19 la scorsa primavera?

“È stata una vera e propria impresa e non solo per le ventuno settimane di riprese in zona rossa. Il nostro è stato uno dei primi set a ripartire dopo la pandemia, per cui attori e maestranze si sono ritrovati a vestire i panni dei pionieri, esplorando un mondo nuovo un po’ per tutti gli addetti ai lavori. Proprio per l’ambientazione ospedaliera, poi, nel corso delle riprese ci sono stati vari problemi legati all’evoluzione della pandemia, ma ci tengo a precisare che queste non hanno ostacolato in nessun modo la macchina dell’emergenza sanitaria. L’Apulia Film Commission ha fatto un lavoro organizzativo a dir poco straordinario”.

 

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Nel tuo percorso di formazione c’è una profonda attenzione  verso il cinema di Quentin Tarantino, uno dei rari casi in cui  regista e sceneggiatore si trovano in una perfetta simbiosi,  perché rappresentati dalla stessa forte personalità. Lo puoi  considerare il tuo maestro ispiratore soprattutto nella scrittura delle sceneggiature?

“A Quentin Tarantino devo molto, sia come spettatore che come  professionista. Mi ha fatto innamorare del cinema al punto da farmi  capire cosa volessi fare da grande, portandomi a scegliere un percorso di  studi universitari focalizzato sul cinema. Mentre facevo delle ricerche per  scrivere la mia tesi di laurea su “Inglorious Basterds” sono riuscito a  trovare una copia della sceneggiatura del film. Tornando alla visione  artigianale del mestiere dello sceneggiatore, quello è stato il primo  sguardo dentro la bottega di un mastro. Personalmente, ho imparato  molte più cose tecniche leggendo quel copione che i vari manuali di  sceneggiatura trovati in libreria. Apro una parentesi per lodare l’iniziativa  di 100Autori che ha creato il sito sceneggiatureitaliane.it. In Italia è  sempre stato difficilissimo trovare dei copioni cinematografici da leggere e questo ha portato giocoforza all’americanizzazione dello stile dei giovani  autori che invece su internet possono trovare tutti gli script hollywoodiani. Tornando a Tarantino, posso dire che grazie a lui ho maturato la convinzione che la sceneggiatura debba avere la dignità di un vero e proprio genere letterario. Non può essere solo una sorta di freddo manuale delle istruzioni in stile Ikea”.

Le varie campagne di Writers Guild Italia, in primis #NoScriptNoFilm, hanno evidenziato la carenza – nel cinema e nella televisione – che domina nei confronti degli sceneggiatori. Sta cambiando qualcosa, o la strada è ancora in salita?

“Io mi auguro che la campagna #noscriptnofilm sia solo la prima di una lunga serie di battaglie. Paradossalmente, credo che questo sia un momento storico molto fortunato per gli autori italiani. Il mercato, grazie all’arrivo delle piattaforme online, si è allargato e c’è una grande richiesta di nuove idee. La sensazione, però, è che gli sceneggiatori, nell’industria cinematografica italiana, siano considerati figli di un dio minore. Pedine (facilmente sostituibili) da inquadrare tra le altre maestranze al servizio del regista e degli attori. C’è un malcostume diffuso – spacciato per consuetudine – che si traduce in clausole contrattuali coercitive (superate dal tempo e dalla storia) e in tanti piccoli sgarbi come quello della mancata visibilità. Purtroppo, la nostra è una professione solitaria. Siamo tutti liberi professionisti per cui è più facile limitarsi a salvaguardare il proprio orticello. Io però sono convinto che quando tutti inizieremo a pensare come “categoria” di lavoratori, potremo finalmente ottenere qualcosa di concreto. Ma la strada è lunga, in salita e piena di buche”.

Francesco Maggiore

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