Di biondine, cantanti inglesi e gatti-procione

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Quarant’anni fa Candy Candy. E tutto quello che significava, e che non significherà più

Arrivò in un momento irripetibile per la televisione italiana, quando gran parte delle tv nelle case era ancora in bianco e nero benché, con ritardo, alle trasmissioni a colori si fosse passati da un po’ anche da noi. Era giusto 40 anni fa, il 2 marzo del 1980. Andava in onda per la prima volta Candy Candy, succedeva su alcune emittenti locali (per tempi in cui non c’era internet e l’offerta televisiva era così parcellizzata su base non solo regionale, ma proprio cittadina è difficile essere più precisi) tra le quali la romana Quinta Rete. Che di lì a poco avrebbe dato a vita, insieme ad altre reti sparse nel paese, a Italia1 di proprietà della Rusconi, ma solo per un attimo, prima che questa venisse mangiata da un certo cavalier Berlusconi Silvio. Centoquindici episodi di puro feuilleton, usciti in Giappone nel ’76 e basati sulle vicissitudini di un’orfanella bionda e con gli occhi scintillanti (doppiata dalla voce dolce della romanistissima Laura Boccanera), cresciuta nella Casa di Pony con l’amica Annie. Diventata adolescente, viene adottata dalla facoltosa famiglia Legan e conosce la vita, la meschinità e gli struggimenti del cuore. Si innamora di Anthony Andrew, il sensibile ‘ragazzo delle rose’ che muore cadendo da cavallo, e già questo è un topos. Quindi, foraggiata da un benefattore senza volto, lo ‘zio William’, frequenta un rinomato collegio di Londra. Lì cambia completamente gusti innamorandosi di Terence, bello, dannato, capellone e che naturalmente parla con la voce di Massimo Rossi, con il quale vive una relazione, come da copione, più o meno disperata. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e Candy si fa infermiera a Chicago. Poi c’è il finale, che si intreccia, trama nella trama, con la storia della tv italiana e con quel momento irripetibile. 

Di biondine, cantanti inglesi e gatti-procione

Quando Candy arriva da noi, nel 1980, si è in pieno anime-boom. Cioè in quella fase, durata grossomodo cinque anni (1978-1983), nella quale le televisioni italiane, pubbliche (è sulla Rai che tutto comincia, con HeidiGoldrake) e soprattutto private, vengono invase da una pletora di cartoni giapponesi, con uno shock culturale che delizia i bambini facendone spesso infuriare i genitori. E che impegna persino le menti di intellettuali e parlamentari, dediti a dibattere pro e specialmente contro. Fiori, valvole e cartoons per dirla con il notevole Marco Pellitteri di Mazinga Nostalgia – Storia, valori e linguaggi della Goldrake Generation. Tanto che l’Italia resta probabilmente, quattro decenni dopo e con quell’ondata che è ormai solo un ricordo lontano, il paese che ha visto più anime all’infuori del Giappone. Sicuramente quello che ne ha visto il maggior numero nel minor tempo. Perché qui, e perché allora? Per una serie di coincidenze fortuite (e fortunate, diranno i nostalgici). L’emittenza televisiva privata comincia a proliferare nel 1976, con la storica sentenza 202 del 28 luglio emanata in quell’anno dalla Corte costituzionale, che uccide il monopolio di viale Mazzini consentendo installazione ed esercizio di impianti di diffusione radiotelevisiva via etere, ma solo in ambito locale. Limitazione presto aggirata grazie all’interconnessione tra reti diverse basate in luoghi diversi, che iniziano a trasmettere gli stessi programmi alla stessa ora, su tutto il territorio nazionale.

E’ così che Tele Milano di Berlusconi diventerà Canale5, è così che nasceranno la succitata Italia1 e Rete4 di Mondadori. Ma anche con l’avvento delle syndication, le tv locali continueranno ad essere decine e decine. Hanno bisogno di riempire ore di palinsesti con merce appetitosa ma non costosa. E guarda caso dopo che in modo rocambolesco, e ottenendone un successo pazzesco, mamma Rai ha scoperto il Sol Levante (in Francia: vicenda affascinante per la quale rimandiamo a C’era una volta Goldrake di Massimo Nicora), c’è giusto un decennio di anime da saccheggiare, visto che gli anni ’70 sono stati per certi versi l’età dell’oro dell’animazione giapponese. E si può andare anche più indietro a cercare, più sono vecchi meno costano posto che, per i telespettatori italiani, è comunque materiale nuovissimo. Soprattutto a livello concettuale. Così gli anime diventano nelle trasmissioni compagni inseparabili dei telefilm americani, sbarcati anch’essi in numero mai visto prima. Il mio amico Arnold, L’incredibile Hulk, Hazzard, Ralph Superermaxieroe, I Chips, Mork e Mindy con il compianto Robin Williams. Anche qui, tv pubblica e privata vanno all’unisono. Ma quella privata la surclassa per ovvi motivi in quantità. Per il settore televisivo, appena uscito da una situazione caratterizzata da pochissimi canali per lo più pubblici, è un periodo caotico e creativo, che pare fatto apposta per verificare la teoria liberale relativamente ai vantaggi che derivano dall’assenza di regolamentazione. Durerà poco, soprattutto perché la fine del monopolio si sarebbe presto risolta in duopolio, per motivi in parte economici, in parte politici. Un periodo nel quale, sottotraccia, compaiono pure nomi e cognomi che avremmo conosciuto meglio negli anni a venire. Come quello di Vittorio Balini, importatore di serie americane e giapponesi la cui famiglia è ancora molto legata al luogo di origine, Ostia. E al suo porto, che sarebbe sorto nel 2001 riqualificando, almeno apparentemente, una zona assai problematica della città. E come quello del produttore egiziano-statunitense Frank Agrama, boss della Harmony Gold, che collaborava con Berlusconi, ramo film, telefilm e cartoon, senza che ancora le cronache ci parlassero delle rispettive, intrecciate disavventure giudiziarieGli anime devono essere trasmessi, quindi acquistati. Fiutato l’affare, nascono diverse società dedicate a importarli, doppiarli, realizzarne le sigle. Due su tutte. La Olympus Merchandising proprio di Balini, l’ex bagnino di Ostia che volò negli Usa e fece soldi a palate, appunto, con i diritti televisivi (tra i quali quelli di Dallas piazzati a Berlusconi): è quella che comprò Candy Candy. E la più longeva Itb-Doro Tv Merchandising di Guidonia fondata da Orlando Corradi, scomparso nel novembre del 2018, che ora si chiama MondoTv e i cartoni li produce, perché farseli vendere non è più conveniente.

La vera storia di Candy Candy, e quella posticcia

Che c’entra con tutto questo il finale di Candy? C’entra che le cose cambiano rapidamente. La tv italiana si trasforma. Presto le reti locali, sempre più marginali, non hanno più i soldi per accaparrarsi gli anime, non come prima, e d’altra parte le serie vecchie sono finite. Quelle nazionali, in grande ascesa, debbono sottostare al dio dell’opinione pubblica (e alla politica, che serve) che già dai tempi di Goldrake vede negli anime un demonio che corrompe i sani bimbi italiani: quindi l’offerta, se non sparisce, si deve modificare. E’ quello che farà la Fininvest, – così si chiamava ancora Mediaset – dopo aver assorbito Italia1 e Rete4. Serie selezionate per essere per lo più scialbe, edulcorate nel doppiaggio, tagliate. Candy Candy, insieme a un altro successone di quegli anni, Lady Oscar, viene però comprata dal Biscione. E l’epilogo della nostra eroina si sdoppia, a riflettere un prima e un dopo. In quello originale, andato in onda così com’era nelle prime trasmissioni, il tenebroso Terence rimane assieme alla nuova fidanzata Susanna, e Candy con un palmo di naso. Coerente con la sfortuna della protagonista. Nel finale made in Fininvest, rimontato e ridoppiato alla bisogna, Terence lascia Susanna per tornare da Candy. Happy End obbligatorio. Cambia anche la sigla, come tutte quelle di Cologno Monzese fino ai primi anni 2000 opera della premiata ditta Alessandra Valeri Manera-Cristina D’Avena: Dolce Candy, è il titolo. Ma quella vera resterà per sempre la prima, Candy Candy, cantata dai Rocking Horse (conosciuti anche come SuperRobots) con l’inconfondibile accento british del vocalist di Liverpool Douglas Meakin. Anche se nei versi, per uno di quegli accrocchi dadaisti tipici dell’epoca, dovuti probabilmente alla fretta di confezionare il prodotto – o chissà, al trovarsi di fronte sinossi in giapponese – il procione di Candy, Klin, era diventato un gatto. E lei divenne, appunto, la ragazzina che a spasso col suo gatto se ne va…

PS. Era un anniversario banale. Ma mi ha dato il destro per scrivere un articolo che avevo in testa da tempo. E’ dedicato a un bambino del 1977

 

 

 

 

 

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  1. Pingback: Il ritorno del ladro immortale

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