“Zombitudine”, lo smarrimento di una società in cui non si salva nemmeno chi si rifugia a teatro

Zombitudine - Foto di Manuela Giusto (4)

La coppia Frosini-Timpano, al Teatro dell’Orologio fino al 23 novembre, usa gli zombi per riflettere sui nostri giorni. Talento, ironia e spunti interessanti soffrono i tempi lunghi della rappresentazione

Una coppia che scappa dagli zombie si è rifugiata sul palco del Teatro dell’Orologio di Roma, con una sola valigia di sopravvivenza come scenografia, a riflettere sul fatto che tutti nascondiamo uno zombi nell’armadio. La “Zombitudine” della compagnia di Elvira Frosini e Daniele Timpano, in scena fino al 23 novembre al Teatro dell’Orologio, nell’ambito del Romaeuropa Festival, prende in prestito i tradizionali personaggi dell’horror per porre interrogativi semplici e allo stesso tempo inquietanti “sull’orrore di questo nostro tempo, su questa condizione di semi-vita che ci sentiamo addosso. La Zombitudine è la nostra condizione quotidiana”.

Zombitudine - Foto di Manuela Giusto (1)Frosini e Timpano, con la mimica degli sguardi persi nell’incomprensibile attualità, raffiche di parole incrociate e domande poste al pubblico, disegnano tra nuvole d’ironia che generano risate e amarezza la propria visione della società italiana, e forse di tutta la cultura occidentale contemporanea: una società decadente in cui tutti, approfittatori, perbenisti e oppositori del consumismo, sembrano non avere più una base di valori per tracciare di senso le proprie vite.

La coppia appare sul palcoscenico e annuncia di essersi rifugiata in teatro perché è l’unico luogo in cui potrebbero riuscire a sopravvivere agli zombi. E insieme a loro, spiegano, possono salvarsi anche gli spettatori, chiamati spesso a partecipare alla rappresentazione (in maniera non sempre coinvolgente). Gli “aspettatori”, come Frosini e Timpano definiscono il pubblico, vengono invitati più volte a “prendere una posizione”: in questo modo fanno capire che neanche loro, i rifugiati nel teatro, sono in salvo dagli zombi. Perché tutti, in fondo, lo siamo. “Lo Zombi è Il vecchio che non muore e il nuovo che non c’è. Lo Zombi è l’impossibilità della morte e dunque della resurrezione. Lo Zombi è un morto che cammina e non sa dove va. Come noi. Gli Zombi siamo noi”.

Le “Regole Zombi” che vengono consegnate agli “aspettatori” prima dell’ingresso in sala forniscono una possibile chiave di lettura di uno spettacolo che fa emergere i contrasti dell’epoca contemporanea, come  il precariato che da condizione economica è diventata esistenziale (“Non fare programmi a lungo termine, mai oltre la giornata. È fortemente consigliato mantenersi su un orizzonte di tre quattro ore al massimo”), l’individualismo (“Non pensare mai agli altri. Pensa solo a salvare te stesso”), l’autoritarismo della maggioranza (“Diffida dei dissidenti del gruppo: se nel tuo gruppo c’è qualcuno che contesta le scelte del Leader conviene eliminarlo subito. In questo Stato, la democrazia non esiste”), lo svilimento dell’arte teatrale (“Cimiteri e teatri sono i luoghi migliori per nascondersi, essendo vuoti e pieni di morti”).

Zombitudine - Foto di Manuela Giusto (3)In un’epoca di zombi, tuttavia, le chiavi interpretative funzionano poco. Frosini e Timpano scattano selfie e foto al pubblico a rappresentare l’egocentrismo permesso dalla tecnologia, dicono che “dalle tre I, Impresa, Inglese e Informatica, siamo passati al 3D: derelitti, depressi e disperati”, ricordano le paure popolari sugli immigrati (zombi che “occuperanno tutto e ci ruberanno il lavoro”) e al pubblico pongono domande esistenziali (“siete felici?”), chiedendosi loro stessi sul finale se “è questo il mondo che ci avevano promesso da bambini”. Tutto appare in decadenza, insomma: il nuovo che si presenta come tale è in realtà già putrido e gioca con il vecchio che resiste per inerzia, sembra dire una veloce “Bella ciao” che gli attori intonano sulle note del sarcasmo.

Ma se la coppia apre lo spettacolo dicendo che “la vita è una cosa meravigliosa che con i denti morde”, possiamo davvero credere che sia tutto ormai in via di decomposizione, oppure Frosini e Timpano vogliono in fondo invitarci a costruire insieme una vera innovazione della società?

Non possiamo saperlo perché gli attori, rispettando il ruolo dell’arte, non fanno nulla per offrire risposte immediate. E così lo spettatore, anzi, l’aspettatore, esce dal Teatro dell’Orologio sentendosi davvero un po’ zombi. Peccato che Frosini e Timpano, abilissimi con i loro corpi a sostituire la scenografia e a rallegrare con l’ironia questi tempi decadenti, dilunghino troppo la loro Zombitudine, rischiando di disperdere i numerosi spunti interessanti nel fumo artificiale che nel finale avvolge la sala, mentre gli altri attori della compagnia arrivano con cartelloni e megafono a rappresentare forme di protesta vive ma già morte. Perché tutto è zombi.

Daniele Ferro
www.danieleferro.it

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