Oscura immensità, un noir sul rapporto tra vittima e carnefice

_O.I._Scarpati_-_Casadio

Al Teatro Eliseo fino al 30 marzo

Due storie di profonda solitudine corrono parallele in Oscura immensità, in programma al teatro Eliseo di Roma fino al 30 marzo. Lo spettacolo tratto dal romanzo L’oscura immensità della morte di Massimo Carlotto traduce fedelmente la trama e la struttura del libro portando in scena in realtà due monologhi: quello di un ergastolano malato di tumore (Raffaello Beggiato alias Claudio Casadio) e quello di un uomo (Stefano Contin alias Giulio Scarpati), a cui quindici anni addietro il primo ha ucciso moglie e figlio durante una rapina finita male, insieme ad un complice di cui si è sempre rifiutato di rivelare l’identità, avendolo incolpato ingiustamente dell’omicidio.

Quell’episodio ha distrutto le vite di entrambi, che ormai scorrono in un dolore e in una disperazione apparentemente senza via d’uscita. La richiesta di grazia di Beggiato però, assurda e ingiustificabile per Contin, apre la strada ad una serie di eventi che porterà entrambi a compiere azioni di cui, per indole e per vocazione, non sarebbero mai stati capaci senza la spinta di un destino beffardo.

Alessandro Gassman, in veste di regista, confeziona un dramma che restituisce la sensazione di trovarsi immersi in un mondo che non ha risposte valide da fornire di fronte al male, mentre si osservano personaggi costretti a vivere loro malgrado. Il volto di Scarpati, apparentemente innocuo e mite, si trasforma in quello contratto di individuo a cui è stato tolto tutto, che vive isolato avendo perso la capacità di provare qualsiasi piacere, di assaporare qualunque gusto o sapore. La stessa condizione del suo comprimario, e che nel suo caso viene incarnata perfettamente dalla fisicità di Casadio, che riesce a dar corpo ad un carcerato costretto a ripetere ogni giorno le stesse azioni in un’identica sequenza che uccide qualsiasi spontaneità e che addormenta il pensiero e la capacità di sentire.

Oscura immensità è però anzitutto un robusto noir in cui i classici ruoli di vittima e carnefice sono raccontati senza gli usuali clichè che spesso li banalizzano, e riesce così a farci guardare un po’ più da vicino verso quel cupo fondo in cui talvolta le esistenze possono scivolare, preda del divenire. Ed è anche una storia che interroga seriamente su cosa significhi perdonare, spogliando la questione da qualsiasi retorica e portando a chiedersi se basti chiudere i conti con il passato per volgere lo sguardo al futuro.

Matteo Finco

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