Il Conte Tacchia: debutto nazionale al Teatro Brancaccio

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Il dietro le quinte di “Il Conte Tacchia

Sono passate da poco le sei di pomeriggio quando ci indicano la strada per salire al primo piano dove si trovano i camerini. Siamo al numero 6 di via Mecenate, un piccolo ingresso da cui accedono gli attori e i tecnici impegnati al Teatro Brancaccio di Roma. Sulle scale incrociamo Emy Bergamo che trotterella allegra pregustando la luce del sole (e una sigaretta) dopo “la clausura” imposta dalle prove. Il Conte Tacchia, scritto da Toni Fornari e diretto da Gino Landi, è andato in scena l’11 e il 12 giugno. Le affinità con il film di Sergio Corbucci, che lo diresse nel 1982 contando sull’istrionico Enrico Montesano, sono pochissime, giurano. Il filo conduttore è la nota storia di Adriano Bennicelli, soprannominato da tutti il “conte Tacchia” sia per le origini della sua famiglia (ricchi commercianti di legname) sia per i suoi modi burberi e rissosi. In romanesco “tacchia” significa pezzo di legno mentre l’espressione “Ogni botta ‘na tacchia” allude a uno che lascia la propria impronta in quello che compie.

Nel backstage c’è gran fermento, un via vai eccitato e teso di persone ognuna alle prese con il proprio ruolo, la propria mansione. C’è chi ripassa il copione, chi microfona una chitarra (grande protagonista della commedia musicale e della tradizione romana), chi fa stretching provando qualche passo di danza e chi intona dei ritornelli. Uno scenografo è concentrato nel dare le ultime pennellate a una portantina in legno. Poco più in là, sul palcoscenico, si prova ancora: Gino Landi e Toni Fornari scrutano dalla platea i cambi di scena e l’armoniosità, fluidità e sintonia di parte del corpo di ballo.

Non sono ammessi errori o distrazioni, ne sono tutti consapevoli. Bisogna conquistare critica e pubblico perché il Brancaccio rappresenta, per il Conte Tacchia, la vera grande chance di riportare in teatro il genere della commedia musicale, tanto popolare e amata quando a firmarla era la coppia Garinei-Giovannini. In diversi ci hanno provato, ma purtroppo senza conseguire i risultati sperati nonostante la bontà del lavoro. E il nostro primo pensiero va a quel Fantasmi a Roma di Simona Patitucci.

Nel cast, Maurizio Mattioli a cui porgiamo una delicata domanda sul suo rapporto con Mastro Titta, il boia dal cuore tenero interpretato più volte in Rugantino. Una staffilata dritta al cuore. Con voce rotta e commossa, con gli occhi leggermente arrossati e bagnati, ci riporta indietro nel tempo, al suo esordio in quella che è senza dubbio la commedia musicale più riuscita di Giovannini e Garinei.  Lui, che critica, pubblico e colleghi definirono a buon ragione l’erede dell’indimenticabile Aldo Fabrizi, il primo Mastro Titta.

“Se penso a Mastro Titta? – racconta Mattioli – “Spesso, molto spesso e ancora oggi mi viene la pelle d’oca a ricordare quei giorni”. Guardandosi indietro, ripercorrendo quella carriera che lo ha portato a lavorare ecletticamente in televisione, teatro e cinema, è sicuramente il boia di Rugantino il personaggio a cui è più legato sentimentalmente. E, quasi sottovoce come fosse un desiderio ancora inesploso, ci confessa di sentirsi sempre pronto a calarsi nuovamente nei panni di Mastro Titta.

Uscendo dal camerino di Mattioli incrociamo Pietro Romano, il conte Tacchia. Un’occasione per tastare gli umori di un attore particolarmente amato a Roma per le sue interpretazioni di personaggi di pièce seicentesche come l’Avaro o Il malato immaginario.

Ma è stata anche la serata di Toni Fornari e del maestro Enrico Blatti, prolifico sodalizio che ha vissuto una stagione ricca di successi, a iniziare dallo spettacolo “Non c’è due senza te” che debutterà l’anno prossimo al Sistina.

Dopo Roma lo spettacolo sarà in tournee nel mese di agosto per testare gli umori del pubblico e capire se lo sforzo imprenditoriale di Achille Mellini, direttore artistico del Tirso de Molina, produrrà i suoi frutti, riaccendendo i riflettori su un genere che sentiamo nostro e di cui si sente la mancanza.




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