LA SCRITTURA COME UN LABORATORIO DI ESPERIMENTI

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Intervista allo scrittore veneto Paolo Zardi in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo candidato al Premio Strega

Avevamo già recensito con grande piacere il racconto lungo Il Signor Bovary di Paolo Zardi, ed oggi torniamo a parlare di questo autore  da pochi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo XXI secolo, Neo Edizioni. Zardi lasciata da parte la brillante ironia che contraddiceva  Il signor Bovary si addentra in un romanzo  tragico, dal sapore amaro analizzando la crisi del nostro secolo e la crisi delle coscienze degli uomini che lo vivono. La trama: la vita banalmente tranquilla di due coniugi con due figli è spezzata dall’improvviso ricovero per un ictus della moglie. Il marito si troverà a fare i conti non solo con la gestione dei bambini e del dolore, ma con una verità insospettabile sulla sua compagna.
Ciò che caratterizza la scrittura di Paolo Zardi è l’assoluta mancanza di disonestà e l’essere lontana da ogni tipo di mezzo per accattivarsi il lettore oltre che  il riuscire a non cedere alle lusinghe dell’autoreferenzialità nonostante i temi scelti possano sembrare molto vicini all’autore. Con uno stile pulito ma allo stesso tempo deciso Zardi analizza, senza dare giudizi e  senza autocompiacimento,  il mondo devastato  intorno a lui e gli esseri umani che lo popolano. Quello che piu’ si evince leggendo XXI secolo è il senso di schiacciamento a cui l’ uomo è sottoposto e l’ineluttabilità di esso. Abbiamo incontrato Paolo Zardi per chiacchierare con lui di questo romanzo e dei suoi progetti.

Ciao Paolo, tu racconti la vicenda di un nucleo famigliare ordinario scosso da un’inaspettata tragedia, anche tu sei padre e marito, è stato difficile scrivere cercando di tenere la giusta distanza?

Scrivere è una rielaborazione organizzata della propria vita: un libro assomiglia a un laboratorio di esperimenti o, in taluni casi, al tavolo delle autopsie. Si seziona ciò che è stato, ciò che abbiamo visto, le esperienze che abbiamo vissuto, cercando di andare fino in fondo, costi quel che costi. Poi, inizia la fase di assemblaggio. I romanzi sono dei piccoli Frankestein: non assomigliano alla vita del loro autore, ma con la vita dell’autore sono stati costruiti.

Nel caso di “XXI secolo”, ho cercato di rappresentare soprattutto l’assedio che molte famiglie italiane hanno vissuto negli ultimi anni – quella sensazione che, per quanto ci si possa impegnare, non è mai abbastanza. Mi ha fatto male, scrivere questa storia, perché ho dovuto scoperchiare il mio cuore, ma allo stesso tempo l’immersione in una realtà così dura come quella che viene rappresentata nel libro mi ha aiutato a fare chiarezza con me stesso e a gestire meglio i miei timori per il futuro: al di là di tutto, il libro è molto più ottimista di quanto, a una prima lettura, possa sembrare.

Come anche nel tuo racconto lungo Il Signor Bovary in questo romanzo il telefono cellulare sembra essere diventato il luogo dei nostri segreti, dai contenuti potenzialmente pericolosi, ma in fondo anche veri, cosa ne pensi?

Non c’è dubbio che i nostri contemporanei lascino in giro molte più tracce di quanto abbiano fatto tutte le generazioni precedenti – i cavernicoli si limitavano a stampare le loro mani sulle pareti delle grotte. Non so però quanto ci sia di reale nei telefoni o nei computer delle persone. Tempo fa mi è capitato un episodio curioso, al lavoro: in una cartella di rete ho trovato alcuni filmati amatoriali di un mio collega, ritratto in alcuni momenti di intimità con una segretaria. L’impressione che ho avuto sbirciando quei video era che entrambi stessero recitando secondo i canoni della pornografia contemporanea. In quelle immagini così intime non ho visto una realtà più vera, ma una sorta di commedia, un gioco di ruolo, una rappresentazione codificata.

Quello che sto cercando di dire è che ogni mezzo impone linguaggi e contenuti. I telefoni, con l’illusione dell’accesso esclusivo, alimentano un certo tipo di comunicazione, per così dire, intima, come accadeva con le lettere dell’ottocento che grondavano disperato amore: i cellulari di ogni sono i cassetti chiusi a chiave di un tempo. Ma credo che proprio la (presunta) segretezza di queste comunicazioni crei i contenuti che la caratterizzano.

Nel romanzo il protagonista incontra una delle amiche della moglie straniera che gli dice: “La traduzione di te nella sua lingua era approssimativa, e, forse, troppo benevola, o era benevola l’interpretazione che lei ne dava”. Io credo che nei rapporti interpersonali ci siano tanti “‘errori di traduzione” e non necessariamente fra persone di nazionalità diversa. Tu che ne pensi? Era anche questo il senso che volevi dare in quel passaggio del romanzo?

Il tema degli “errori di traduzione” è centrale in quasi tutto quello che scrivo. Spesso, siamo mossi dalla convinzione di capire realmente la realtà e le persone che la popolano; ciascuno di noi, invece, continua ad elaborare un’idea di mondo personale, intrinsecamente distorta dall’esperienza, e profondamente diversa da quella di tutti gli altri. Traduciamo le vite delle persone modellandole secondo le nostre esigenze e aspettative. La realtà è ciò che raccontiamo a noi stessi, non ciò che è. Qualche volta, però, i fatti ci costringono a rivedere la nostra versione: è quello che succede al personaggio del libro, che improvvisamente scopre di non aver compreso le persone che lo circondavano.


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Sei riuscito a trasmettere davvero molto bene il senso di angoscia e desolazione di questo secolo, tu Paolo come vivi questo momento di crisi?

Se escludo la seconda parte degli irresponsabili anni ottanta, e gli anni immediatamente precedenti al cambio di millennio, ho l’impressione di aver vissuto costantemente in un momento di crisi: il terrorismo degli anni settanta, la minaccia atomica dei primi anni ottanta, la crisi monetaria del 1992, l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, le guerre in Afganistan e in Iraq, e poi il crollo del mercato finanziario del 2008, l’incubo dello spread, e nel quotidiano la mucca pazza, l’AIDS, l’ebola, il bullismo e i pitbull…Ma con una differenza sostanziale: questa volta si ha l’impressione che si sia, arrivati, in qualche modo alla fine – che non si tratti di un periodo di passaggio ma del primo step di un processo irreversibile verso il declino. Come dice il personaggio del libro, quello che manca, ora, è il futuro di una volta, l’idea che domani sarà meglio di oggi. Perché? Credo che la speranza sia finita perché non si intravedono modelli alternativi a questa impostazione del mondo, la politica si è ridotta a un confronto sulle percentuali di tassazione, sul PIL, su cosa sia meglio tagliare… è diventata la succursale povera dell’economia, la sua serva. Come uscirne? A essere sincero, non ne ho la minima idea. L’unica cosa che posso fare, da autore, è cercare di concentrare, come una lente, la realtà che mi circonda in un punto preciso della pagina, provando a descrivere l’impronta che il mondo produce su di me.

“Ora due mondi indipendenti – quello fangoso nel quale lui era costretto a dibattersi, e quello luminoso e depilato dei social – convivevano in una sorta di bolla temporale”. In queste frasi hai fotografato magistralmente la doppia realtà di chi usa i social network, tu come ti destreggi in questi due mondi?

Ho aperto un blog nel 2006, ho un account Twitter dal 2007, e sono su Facebook dal 2008: ammetto, quindi, di essere sempre stato attratto dal mondo social e di averlo frequentato con una certa assiduità, ma come succede in tutti i rapporti ci sono stati alti e bassi, da entrambe le parti. Con il tempo, sono arrivato a una conclusione molto ovvia, e cioè che i social sono neutri rispetto a qualsiasi giudizio: dipende da come li si usa, con quanta consapevolezza. Per me Facebook significa soprattutto libri, letteratura, editoria; la timeline che scorre all’accesso l’ho costruita io, scegliendo le persone che mi interessavano, e tutto sommato mi piace.

Anche la distinzione tra mondo reale e mondo virtuale mi pare fittizia. La realtà è fatta anche da Facebook, da Twitter, dalle mail, e davvero non saprei dire in che modo questi mondi sarebbero qualitativamente diversi, in termini di realtà, da quello, ad esempio, nel quale sono immerso quando lavoro. Ci sono relazioni, più o meno superficiali, che cerchiamo di gestire nel modo migliore. La vera differenza, quella che interessa me quando scrivo, è legata alla narrazione che ciascuno porta avanti sui social, post dopo post. Se un extraterrestre dovesse capire il pianeta Terra collegandosi a Facebook ne avrebbe una visione quantomeno parziale, ma non meno vera di quella che avrebbe entrando in una discoteca un sabato sera, o passeggiando in una spiaggia di Rimini il dieci di agosto, o partecipando a una riunione aziendale. Si tratta sempre e comunque di rappresentazioni. Dove sta la realtà di cui si parla tanto?

 Tu sei ingegnere, come vivi questo connubio di scienza e letteratura?

Devo ammettere che nel mio lavoro – mi occupo di software, e in particolare di gestione di progetti per l’automazione dei processi di business –  la scienza non occupa un posto molto rilevante e, a ben guardare, l’informatica forse assomiglia più alla linguistica che alla fisica o alla matematica. Tuttavia, sono sempre stato appassionato di scienze – anche da bambino rubavo i libri di mio fratello, un po’ più grande di me, per scoprire come funzionava l’occhio umano, o in che modo l’uomo discendeva dalle scimmie.

Al di là degli aspetti esteriori, comunque, credo che la scrittura e la scienza abbiamo molti punti di contatto: cambia l’oggetto della loro ricerca – le leggi della natura e le leggi che governano ogni essere umano –  e gli strumenti a disposizione – formalismo matematico vs. arte – ma entrambe cercano, sostanzialmente, di organizzare il mondo per comprenderlo meglio.

 Ed in che modo la tua impostazione scientifica influenza il tuo modo di scrivere?

Precisione, chiarezza, organizzazione del lavoro e pianificazione: sono queste le cose che ho ereditato dalla mia formazione ingegneristica. Il resto, è farina del mio sacco.

 Nella raccolta Il giorno che diventammo Umani, Neo Edizioni, hai intitolato uno dei tuoi racconti Ardore come Ardore si chiama il romanzo di Vladimir Nabokov (Ada o Ardore 1969 Adelphi n.d.r.) autore da te molto amato, è un omaggio? Ci parli del tuo interesse per lui?

Sono contento che tu abbia colto l’omaggio, intenzionale, al libro più ambizioso di Nabokov! Ho conosciuto Nabokov nell’estate del 2008, leggendo Lolita e sono rimasto folgorato dal suo genio. Nel giro di pochi mesi ho letto Fuoco Pallido, Pnin, La vera vita di Sebastian Knight, Il dono, Ada, o ardore, Cose trasparenti, L’occhio, Disperazione, Intemperanze, Guarda gli arleccchini!; proprio in questi giorni sto rileggendo Parla, ricordo, che è una sorta di autobiografia. Ho letto anche una raccolta (mai pubblicata in Italia) delle sue lettere, che ripercorre tutta la sua vita, e alcuni saggi sulle sue opere. In certi momenti, la mia passione per Nabokov è stata totale, al limite dell’adorazione. Con il tempo, però, ho imparato a prendere le distanze da certi suoi eccessi. La mia opinione è che Nabokov avesse, di sé, un’idea sbagliata: o, in altre parole, che fosse convinto di essere grande per i motivi sbagliati.  Faccio un passo indietro: Nabokov aveva una visione ben precisa di letteratura. E’ stato un ottimo critico letterario  – provocatore, lucido, coraggioso. Ha combattuto strenuamente contro ogni tentativo di trasformare la letteratura in una branca della psicologia, della politica, della sociologia o della teologia. C’è un suo aforisma che riassume bene il suo punto di vista: Le grandi idee non servono a nulla, contano solo lo stile e la struttura. Ma quando si è convinto che la letteratura si riducesse davvero solo a questo, e a nient’altro che questo, ha prodotto  libri bellissimi e inutili, di cui. Ada, o ardore è l’esempio più lampante. Bisogna amare Nabokov fino in fondo per apprezzare questo libro di seicento pagine perfette e sostanzialmente vuote.

Quali altri autori hanno influenzato la tua formazione letteraria?

Scrivere significa, inevitabilmente, confrontarsi, e scontrarsi, con gli autori che amiamo. Quando scopro uno scrittore che mi appassiona, la prima cosa che penso è: come vorrei riuscire scrivere come lui… Leggo specialmente la sera, prima di andare a dormire; poi, passo la notte a sognare in quella meravigliosa lingua. E’ successo con Philip Roth, Nabokov, Wallace, Bellow, Flaubert, Flannery O’Connor, Martin Amis e, di recente, con Cèline. Sono questi gli autori che, più di tutti gli altri, hanno influenzato il  mio modo di intendere la scrittura. Cosa li accomuna? Martin Amis è un grandissimo estimatore di Nabokov e di Bellow; Bellow ammirava Amis, e Nabokov amava Flaubert, proprio come Philip Roth, che nei primi anni della sua monumentale carriera letteraria ha vissuto nell’ombra di Bellow, al quale è stato spesso accostato; e Bellow conosceva bene Céline – considero Le avventure di Augie March la risposta americana al molto europeo Viaggio al termine della notte. Ciascuno di questi autori ha in qualche modo influenzato gli altri. Insieme, formano una sorta di costellazione e quando scrivo, nella mia cameretta, punto il mio piccolo cannocchiale verso quella piccola porzione di cielo stellato.

Tu tieni corsi di scrittura creativa, cosi noti nelle nuove generazioni di aspiranti scrittori?

La visione che si può avere delle nuove generazioni di aspiranti scrittori attraverso un corso di scrittura è sicuramente limitata e parziale. I partecipanti sono eterogenei, sia come età (si va dai venti ai settant’anni) sia come aspettative e obiettivi. Nella mia esperienza, non sono riuscito a intercettare una qualche tendenza generale, un nuovo modo di sentire, ma alcune belle voci originali, per certi versi uniche. Credo che i corsi dovrebbero fare solo questo: aiutare gli aspiranti scrittori a trovare la propria identità di autore.

Il tuo romanzo è stato candidato al Premio Strega da Gaincarlo Cataldo e Valeria Perrella, non posso non chiederti pero’ quale sia la tua opinione su “l’affair Elena Ferrante” ?

Si quest’anno, con mia grande sorpresa, il mio romanzo è stato candidato al Premio Strega. Mi trovo quindi a essere coinvolto personalmente su questo punto. Non ho letto i libri della Ferrante, anche se non escludo di farlo nel prossimo futuro. In ogni caso, la scelta di mantenere nascosta l’identità dell’autore è un aspetto che mi interessa poco: le vite degli autori sono quasi sempre ininfluenti nella valutazione di un’opera. Céline era un uomo detestabile, Saul Bellow ha cambiato quattro mogli e di Philip Roth non si dicono grandi cose… Qual è lo scopo dello Strega? Premiare un buon libro? Se è così, tutto il resto mi pare un argomento di conversazione, come il tempo o la politica.

La domanda di rito in chiusura: i tuoi progetti futuri?

Sto lavorando all’ultima stesura di un romanzo che avevo iniziato diversi anni fa, e che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo: è la storia di un uomo che, per amore, è costretto a rivedere le proprie convinzioni più profonde. Oltre a questo, ho iniziato a scrivere un romanzo su una famiglia disastrata – un padre bugiardo e irresponsabile, una madre che cerca disperatamente di vivere una vita migliore, due figlie che cercano la loro strada – le cui vite sono movimentate dal caso. E’ un libro grottesco con una trama del tutto improbabile, ed è forse per questa libertà che mi sono concesso che mi sto divertendo così tanto a scriverlo.

Grazie mille Paolo.

Il blog di Paolo Zardi https://grafemi.wordpress.com/

Paolo Zardi presenterà il libro  sabato 11 Aprile alla libreria Open di Milano con Stefano Sgambati e  sarà presente anche anche al Salone di Torino sabato 16 Maggio presentato da Ernesto Aloja e Demetrio Paolin.

f.parente@araldodellospettacolo.it




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