Riprendiamoci la verità della bugia romanzesca

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L’intervista a Francesco Mari, autore di “La ragazza di Scampia”

Il titolo può trarre in inganno. Ma la finzione e l’inganno sono proprio i temi che Francesco Mari vuole raccontare ne La ragazza di Scampia, Fazi Editore. A Napoli Franco, indolente impiegato della pubblica amministrazione, aspira a diventare scrittore. Per questo non esita ad inventarsi un’inchiesta seguendo la moda dei “romanzi-verità”. Franco  finge così di aver conosciuto una ragazza di Scampia che lotta contro la camorra e di averci scritto un lbro. Una casa editrice è disposta a pubblicare il romanzo, ma vuole conoscere la ragazza e gli altri personaggi. Il protagonista rimane cosi avviluppato nelle sue stesse bugie, pur vedersi pubblicato il suo romanzo arriverà ad assoldare un’attrice che interpreti la parte de “la ragazza di Scampia”. La finzione scatenerà una serie di divertenti e grotteschi accadimenti fino al surreale finale. Mari usando i toni dell’ironia costruisce una storia divertente che pur facendo ridere critica violentemente con sarcasmo la società, l’ editoria, le “docu-fiction, la politica e la televisione Il paradosso che mostra Mari è quello di una società dove ciò che è finto diventa vero, dove tutti fingono fino a diventare quello che fingono. Il romanzo pur essendo ambientato a Napoli scavalla la realtà napoletana fino a prendere un respiro più ampio e a parlare soprattutto della società italiana. Abbiamo raggiunto a Napoli Francesco Mari che ci racconta il suo romanzo.

Ciao Francesco, ci racconti come  sei arrivato a pubblicare  il tuo primo romanzo?

La ragazza di Scampia è ovviamente il mio primo romanzo pubblicato, ma non il primo che scritto. Feci de La ragazza di Scampia diversi invii alla case editrici e collezionai una serie di silenzi che  in editoria equivalgono a rifiuti. Poi trovai su internet il blog “Le  Meraviglie”  la collana curata da Alice Di Stefano per Fazi. Nella pagina chiedevano dei testi  di natura comica di cui inviare le prime 50 pagine. Io inviai le prima pagine del mio romanzo e  poi loro  mi chiesero anche gli altri capitoli. Questa fu già una bella soddisfazione.

Iniziamo dalla dedica del libro “ai bugiardi” che personalmente mi ha colpito molto per la sua originalità.

Quella dedica contiene tante cose. Da un lato c’è una polemica che è il sottotesto del libro e cioè  il voler contestare la voga dei “romanzi-reportage” e dei “romanzi-verità” di cui il libro rappresenta la caricatura. Inoltre quella dedica vuole essere un invito a riprendersi la verità della bugia romanzesca. Io credo che ci sia molta più verità nelle finzioni romanzesche che in tanti reportage. Anzi siamo troppo assediati dalla realtà. Scampia per esempio è un luogo oggetto di una sovraesposizione mediatica. Infine la una dedica è un po’ anarchica e politicamente scorretta. E’ vero che ci sono tanti bugiardi a livello istituzionale e politico, ma ci sono anche tanti spacciatori di verità. Secondo me dobbiamo prenderci una vacanza dalla realtà.

Il tuo libro è molto divertente, ma sotto c’è una traccia più profonda.

Mi  fa piacere che tu abbia notato questo. Mi sono reso conto che questo libro si può leggere a più livelli.

C’è polemica anche sul mondo dell’editoria per esempio quando parli della figura dell’editor Alberigo.

Il mio primo vero editor l’ho conosciuto dopo aver scritto il romanzo. In realtà Alberigo l’ho inventato, ma tutti hanno creduto che fosse un personaggio vero.

L’ho pensato anche io, anche il personaggio dello scrittore della scuola creativa è inventato o ti sei ispirato a qualcuno?

Non ho un preconcetto verso le scuole di scrittura, ma  ci sono molti personaggi, alcuni li ho conosciuti, che non hanno mai pubblicato una sola riga in vita loro, ma sono cosi ammanicati e cosi pieni di relazioni giuste che tengono corsi di scrittura in tutta Italia. In questo campo ci sono tanti improvvisati che in realtà più che letterati sono personaggi da sottobosco politico.

Ritornando al discorso sulla finzione facendo mentire il personaggio scrivi tante verità, anche anche se grottesche come quando descrivi l’ambiente di lavoro dell’amministrazione pubblica.

E’ un delle parti divertenti, ma assolutamente realistica, nonostante il tono grottesco. Mi piaceva che queste due storie confluissero, la storia di questo personaggio Franco impiegato pubblico e quella di Scampia, dove fra l’altro il protagonista non è mai stato.

E tu ci sei mai stato a Scampia?

Io ci sono stato, una volta per accompagnare un amico fotografo che stava facendo un reportage.In realtà Scampia ha molti fermenti culturali; c’è un teatro, una libreria-casa editrice, un centro sociale.

E questo è avvenuto grazie all’attenzione mediatica?

No, c’era già da prima. Quando si dice Scampia si pensa subito alla delinquenza, nessuno nega che ci sia, ma la sovraesposizione mediatica è a senso unico per cui certi luoghi vengono intrappolati in uno stereotipo, non solo Scampia direi , ma anche tutta Napoli, senza voler assolutamente negare i problemi di questa città. Non sono uno di quei napoletani che si offende ogni  volta che si critica Napoli. Napoli è una città criticabilissima, oltre che una città molto faticosa.

Tu dove vivi?

Vivo in centro , non molto distante dal teatro Nuovo.

Proprio a proposito delle critiche su Napoli , diversi comuni hanno negato i permessi per girare la seconda serie di Gomorra, tu che ne pensi?

E’ una questione molto delicata. Effettivamente non dare il permesso fa pensare ad una sorta di censura. Fermo restando che il mio libro non ha nessuna intenzione polemica nei confronti di Saviano e questo ci tengo e ribadirlo, né nei confronti del libro Gomorra che è un caposaldo cosi come il film di Garrone che aveva la stessa forza e lo stesso impatto. Invece sulla fiction Gomorra ho avuto dei dubbi. Il fatto che il romanzo Gomorra compia una parabola fino a diventare una fiction, che è un prodotto di intrattenimento, è una cosa su cui ci dobbiamo interrogare. La fiction fra l’altro è fatta benissimo per carità. Però io mi chiedo che senso ha  trasformare un romanzo di denuncia in una serie d’intrattenimento? Questa cosa deve essere discussa secondo me, e penso che si possa criticare la serie senza essere considerati dei fiancheggiatori dell’omertà.

In effetti su quest’argomento se ne è parlato molto anche sui social media.

Il pensiero critico è sempre più raro. E questa è una delle cose pericolose, perché spesso in queste discussioni ci si divide in fazioni, in chi è pro e chi è contro. Dividersi così nettamente non è un esercizio di intelligenza e di pensiero critico. Per esempio per i ragazzini napoletani, quelli cosiddetti difficili,  i personaggi di Gomorra sono degli eroi. Questo certo non era nello scopo della fiction, ma è uno dei risultati involontari. Quest’operazione è stata fatta per tenere alta l’attenzione sulla camorra. Ma riesce nello scopo? O il prodotto d’intrattenimento ha degli effetti perversi che non stanno nelle intenzioni degli autori? Il mio libro in ogni caso nasce dal fatto che non è possibile pensare e raccontare Napoli solo con i toni di Gomorra, perché la realtà ha tante facce. Il mio libro è un modo di reagire al fatto che sembra che si possa parlare di Napoli solo come fosse romanzo  noir.

Effettivamente l’editor Alberigo dice nel romanzo “questi napoletani vivono in un noir a cielo aperto”.

Quando raccontavo che sarebbe uscito il libro con la gente stupita che avessi usato io  il nome di Scampia nome in un romanzo comico.

Diciamo anche comico

Si esatto anche comico.

Come è stato accolto a Napoli questo romanzo?

Molti mi hanno detto che attendevano questa reazione a questo modo uniforme e monocromo di raccontare la città, anche in alcune recensioni è stato proprio evidenziato questo fatto. Il finale si conclude  in modo molto ambiguo, ma io credo che in letteratura l’ambiguità sia un risultato. Perché la verità bianco o nera  non è per la letteratura, ma è per i mass media. Cechov diceva che la letteratura è il luogo dove si pongono le domande. Questo secondo me è il lavoro che dobbiamo fare.

Tu come vivi Napoli?

Ho un rapporto odio amore. Non penso che sia tanto peggio di altre città, però ho l’impressione che Napoli  tenda a ricordarti che nella vita prevalgono i rapporti di forza. Si tende sempre a sottolineare la macro criminalità e si tende a  dimenticare la microcriminalità . Come il piccolo sopruso per esempio.E’ una città piena di spigoli.

Quali soni  tuoi modelli letterari?

Io ho una formazione filosofica, i miei riferimenti sono molto eterogenei. Tra gli italiani amo molto Brancati, per me fra i più grandi  nella letteratura italiani, ma anche Ermanno Rea, Luigi Compagnone. Tra gli stranieri amo molto John Fante. E amo molto il cinema.

Per esempio?

Il genere noir mi piace molto e lo seguo per esempio molto più nel cinema che in letteratura: mi piacciono molto registi come  Hichcock e De Palma. Fra i grandi registi italiani Antonioni e Fellini.

Ho notato che nel tuo romanzo c’è molta accuratezza nelle descrizioni fisiche dei personaggi e anche precisione nel raccontare come si vestono.

E’ vero, è una cosa che mi piace, anche descrivere il dettaglio.

Anche i dialoghi sono molti convincenti, sono molto credibili, soprattutto per l’uso del dialetto. Volevo chiederti tu come ti rapporti con il dialetto napoletano nella tua vita, e come l’hai usato nel romanzo.

A me piace molto la lingua napoletana e la parla quotidianamente. Però’ è stata una riconquista rispetto al passato per me perché c’è stato un periodo fra le persone della mia generazione in cui ci si vergognava di far sentire l’inflessione addirittura c’è un certo tipo di napoletano che diceva ” io sono napoletano, ma non si sente”. Per quanto riguarda il libro il dialetto nella prima versione era ancora più presente, poi per esigenze editoriali è stato ridotto. Oltre che con i termini volevo far sentire il dialetto nella costruzione della frase. Non condivido chi espurga dai i testi il dialetto.

Come nasce l’idea del libro?

In realtà all’inizio il protagonista doveva essere il cantante neomelodico Jenny Marvizzo, ma quando scrivi  i personaggi ti prendono la mano e il personaggio di Franco ha preso il sopravvento.

La tua scrittura è molto visiva, sembra il soggetto di un film.

Si questo me lo hanno detto in molti, si presterebbe molto ad una trasposizione cinematografica. La velocità di lettura non è una cosa che va a discapito della capacità narrativa.

Stai continuando a fare le presentazioni?

Si ormai è un anno di presentazioni, ancora ne faccio qualcuna, ma ora sto lavorando su un altro romanzo e in primavera usciranno dei racconti.

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