La sfida più grande è rendere credibile l’incredibile

Nicola Guaglianone

#Venezia78, Nicola Guaglianone racconta il suo #FreaksOut

Dieci minuti di applausi e standing ovation in Sala Grande, per celebrare la diversità raccontata con incanto e leggiadrìa sul grande schermo. Freaks out, uno dei titoli più attesi della Mostra di Venezia, non solo non ha deluso le aspettative, ma ha reso ancora più febbrile l’attesa per il pubblico che potrà goderselo in sala solo dal prossimo 28 ottobre.

Ha convinto anche la critica, l’opera seconda di Gabriele Mainetti, scritta a quattro mani con l’amico di una vita e sceneggiatore Nicola Guaglianone. Ed è proprio con lui che abbiamo parlato per capire come hanno affrontato, sceneggiatore e regista, la pressionee l’aspettativa date dall’enorme successo scaturito dal film precedentemente realizzato insieme, Lo chiamavano Jeeg Robot.

“Dopo quel successo travolgente ci siamo interrogati – racconta Guaglianone – sulla tematica del nuovo film che avremmo dovuto realizzare. Gabriele ed io eravamo a Monti, sono arrivato con cinque, sei idee appuntate su un foglio. Due righe per ognuna, nulla di più. Avevo scelto delle foto e dei disegni dei personaggi del Mago di Oz. Volevo che comunque loro fossero nella storia.Mentre camminavamo, ho proposto di realizzare Guardians of the Galaxy ambientandolo però, in un film di Rossellini. E Gabriele è impazzito.

Volevamo fare un film corale nel quale lavorare molto sui personaggi. L’ultimo tassello era l’ambientazione. Devo ammettere che non era facile l’abbinamento dei freaks allaSeconda Guerra Mondiale, ma Gabriele ed io ci conosciamo da così tanto tempo, che sappiamo dove vogliamo andare a parare, quando parliamo. Lui ha colto immediatamente la mia visione. La vera sfida era rendere credibile l’incredibile, calando i supereroi in un contesto più che reale: drammatico”.

Come avete organizzato il lavoro, avete scritto a quattro mani?

“Dal momento in cui mi ha detto sì, mi sono chiuso in casa e ho scritto la storia – con quasi tutte le scene – e lo sviluppo dei personaggi. In un weekend. In pratica, si è scritto da solo. Abbiamo fatto alcune riscritture ma dettate da problemi produttivi, economici, non di narrativa. Il soggetto l’ho firmato io, la sceneggiatura invece l’abbiamo scritta insieme. Ci conosciamo così bene, che ci capiamo al volo. Quello con Gabriele, è un rapporto prezioso”.

- Perché hai scelto di trasformare i Guardians in un gruppo di freak?

“Mi affascina da sempre il rapporto con il diverso. Ho fatto il servizio civile al Csm (il Centro di salute mentale, ndr) e da quel momento ho continuato a studiare le malattie mentali. Inoltre, cercavo un contesto nel quale aumentare la drammaticità e così ho pensato subito al conflitto con l’universo nazista che non poteva ammettere l’unicità del diverso. Anzi, pretendeva il livellamento, l’obiettivo era quello di uniformare tutti. Invece io amo esplorare l’altro da me e raccontarlo. Mi piaceva che i nostri freaks si comportassero da uomini e gli uomini, i nazisti, agissero come mostri”.

- A parte la tua esperienza personale quanto c’è di te nei freaks?

“Un mese prima che uscisse Jeeg robot, è improvvisamente morto mio padre. Ero nel mio frullatore emotivo quando sono stato travolto dal successo, inaspettato, del film. Avevo tutti addosso, mi è cambiata la vita e proprio nel momento di maggior bisogno, mi sono ritrovato senza il mio punto di riferimento. Ero solo. In balìa di tutto e di tutti. In quell’enorme confusione, ho cercato un padre surrogato. Avevo bisogno di protezione, esattamente come i miei personaggi. Solo dopo, ho capito che dovevo farcela da solo.E il mio travaglio interiore è sfociato in una storia di mostri e supereroi”.

- E in quale freak ti sei nascosto?

“Io sono in tutti loro! Rappresentano chi vorrei essere e chi non vorrei essere. Conflitti interiori compresi”.

- Si dice che la scrittura sia catartica nei momenti di grande dolore, quasi una terapia psicologica. È stato così anche per te?

“Sì. Una volta che ho scritto tutto il film, rileggendolo, mi sono reso conto del fatto che il percorso che avevo raccontato e fatto intraprendere ai miei personaggi, era lo stesso che avevo compiuto io. Bukowsky diceva che Scrivere è come rotolare giù da una montagna. È liberatorio. Ed è così per me. La scrittura aiuta ad avvicinarsi al proprio dark side, a conoscersi nel profondo”.

- Quale aspetto ti affascina maggiormente, quando scrivi?

“Io oriento tutto all’emozione. Scrivo e vado a esplorare quella direzione. Racconto l’animo umano e l’eterna lotta che combatte ogni personaggio, dovendo bilanciarsi tra la forza di conservazione e la forza di rinnovamento. La necessità di proteggersi contro la spinta ad andare avanti, verso l’ignoto. Poi quale delle due forze vincerà, dipende dalla storia che si vuole raccontare. E per questo motivo trovo fondamentale lo studio approfondito della psicologia e psicopatologia dei personaggi”.

- Per i personaggi cerchi strade nuove o ti piace utilizzare schemi già noti?

“Io non rifuggo i cliché, anzi. Parto da bullies, bastards and bitches per poi studiarne le rotture negli affetti. I loro traumi, le delusioni, le frustrazioni. Studio molto bene ciò che fa scaturire la violenza. Non è detto che il personaggio più violento debba essere il più cattivo, il villain. È probabile invece che questo agisca in un determinato modo perché c’è un dolore alla base e il suo comportamento sia una reazione ad esso. Ecco perché ogni personaggio alla fine del percorso, deve risolversi a livello umano, deve sciogliere il proprio nodo”.

- Per quanto riguarda la struttura invece, utilizzi schemi classici o ne hai creato uno tuo?

“Utilizzo la classica struttura in tre atti, che divido poi in otto sequenze. In ogni sequenza, faccio in modo che siano presenti obiettivo, strategia e ostacoli che deve affrontare il personaggio. Quello che guida tutto è sempre e comunque l’impianto drammatico del racconto”.

- Come sai Wgi ha portato #noscriptnofilm anche a Venezia. Il presidente Glaviano ha scritto una lettera aperta al Direttore Barbera per chiedere l’inclusione dei nomi degli sceneggiatori nel catalogo del Festival. Tu come hai vissuto la tua avventura veneziana?
“Mi hanno comunicato che, durante la serata dell’anteprima, il mio nome non sarebbe stato annunciato in Sala Grande, dallo speaker. Quando ho chiesto perché, mi è stato risposto che allora dovrebbero citare anche i direttori della fotografia o gli scenografi, ma non sono assolutamente d’accordo con questa lettura perché loro non sono autori del film! Basti pensare che nella Legge sul Diritto d’Autore, si parla di Diritto di citazione e consiste nel fatto che il riassunto, la citazione o la riproduzione debbano essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore e dell’editore!

 

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