Exit: Migrare nelle Arti

Exit-locandina

La Street Art a Palazzo Velli

Nel cuore del quartiere romano di Trastevere, in piazza Sant’Egidio, durante il pomeriggio del 24 gennaio, si è tenuta la mostra EXIT – migrare nelle arti. L’evento è stato organizzato dall’associazione Fram!Lab, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sugli attualissimi temi dell’immigrazione e della crisi ambientale.

Le opere esposte erano prevalentemente di Street Art. Quella che oggi è da noi considerata come una corrente artistica, nasce come forma di denuncia sociale in America tra gli anni ’60 e ‘70. Con le loro provocazioni colorate, gli street artist davano voce e rappresentavano le realtà, nelle periferie delle grandi città dove le persone, anche a causa dell’urbanizzazione selvaggia, vivevano in condizioni difficili.

I temi erano l’antiproibizionismo, la libertà sessuale, la lotta contro l’adesione solo apparente a regole morali, il pacifismo, la violenta repressione poliziesca e la coscienza. Per citare un grande nome che si è occupato di questi temi, l’inglese Bansky dall’identità sconosciuta ha contribuito alla corrente artistica a partire dagli anni 2000.

Come ha spiegato Mauro Sgarbi, le opere di Street Art sono passate dall’essere considerate dall’opinione pubblica semplici scarabocchi ad essere esposte nelle mostre. Il cambiamento nell’arco di quarant’anni è stato evidente. Tuttavia, gli street artist continuano a rischiare quando realizzano le loro opere sui muri di edifici abbandonati. Inoltre ci sono street artist – che possiamo definire più radicali – che accusano i colleghi che espongono nelle sale di aver perso quella tendenza alla provocazione che li contraddistingueva per un’accettazione maggiore da parte del pubblico – in alcuni casi sensibile a determinati temi.

Il messaggio inviato dalla seconda edizione della mostra EXIT è che il mondo in cui viviamo è lo specchio di noi stessi. I ghiacciai che si sciolgono, gli incendi, le isole di “plastica” e quant’altro sono il frutto della vita umana.

La mostra, tenutasi nelle quattro sale di Palazzo Velli, è stata aperta al pubblico alle 16.00 e si è protratta fino alle 22.00, tra interventi degli artisti, musica live e un ricco buffet.

Entrando nella Sala Rienzo Velli, si scorgono le installazioni di Umanamente in Bilico. I pannelli, costituiti da lamiere, sono stati dipinti dall’artista con colori vivaci e riportano dei versi che parlano d’amore, di vita e pensieri. Al centro della sala c’è una porta dipinta in collaborazione con Er Pinto che nello stesso ambiente propone il suo libro Il peso delle cose. L’istallazione affianca i punti del poker e l’impegno delle persone per cambiare in meglio il mondo. Chi ha in mano un tris o un colore si fa carico dell’onere di andare contro chi ha un poker, mentre chi ha la mano vincente esita e ogni secondo che scorre lascia che la terra muoia un po’ di più.

Le esibizioni live di Fabio Sestili e Pentesilea si sono svolte nella Sala Giuseppe Vasi tra le luci soffuse e una scenografia rappresentante una donna che sembra essere talmente in armonia con la natura da farne quasi parte, confondendosi tra i colori delle piume degli uccelli che le volano vicinissimi e che sembrano quasi essere suoi pensieri. L’opera, completata dal vivo dall’artista Giusy Guerriero, è un trionfo di colori. Nella stessa sala Marco Caponera espone il suo libro L’isola di plastica.

Scendendo le scale ci si immerge tra gli elementi: la Sala Sant’Egidio ospita il tratto inconfondibile di Luca Valerio D’Amico. Piccole tele di colori richiamanti l’elemento raffigurato – il vento, il fuoco, la terra e l’acqua – e il suo tratto nero, deciso a delineare le figure che, secondo il giudizio di chi scrive, possono essere collocate a metà strada tra Picasso e Keith Haring.

Nella stessa sala espongono Maupal, Moby Dick, Mauro Sgarbi e Beetroot. Anche questi street artist presentano dei pannelli che rappresentano i quattro elementi. Maupal rappresenta il fuoco, ispirandosi agli incendi che stanno mettendo tutt’ora in ginocchio l’Australia. Il nero del fumo predomina sugli altri colori del dipinto e sulla vita di animali, piante e persone nel territorio australiano. Moby Dick ha creato un’istallazione in cui figura una donna bellissima con dei tentacoli. L’elemento è ovviamente l’acqua, ma attenzione! L’opera è costituita da tridimensionalità: il supporto è l’assemblaggio di tavole di spessore e forme diverse con l’aggiunta di una lattina stretta tra i tentacoli della donna.

Beetroot ci propone la sua visione della terra: il volto di un uomo che sembra seguire molto i canoni estetici della perfezione greca e che sembra uscire dalla corteccia di un tronco. L’artista spiega che, per dare vita alla propria opera, ha steso dello stucco sul pannello in legno e successivamente ha steso in colori uno sull’altro. Per dare vita all’immagine ha sapientemente «grattato» via strati di colore facendo emergere quelli più in profondità.

Mauro Sgarbi rappresenta una ballerina nuda che sembra fluttuare in aria. Sgarbi ci svela un segreto: inizialmente la rappresentazione che aveva in mente era un’altra. L’artista ci fa sbirciare dietro il suo pannello e ci fa scorgere ciò che inizialmente aveva realizzato. L’ottaedro blu su sfondo verde è circondato dalle formule alchemiche dell’aria, dai segni zodiacali dei gemelli, acquario e la bilancia, dal sangue, dal numero 3, dalle spade e da diverse frasi che contengono all’interno la parola «aria». L’artista ci confida di aver deciso di rifare da capo la sua istallazione. Durante la notte prima dell’esposizione, ha girato il pannello e ha dipinto la sua ballerina in un’ora. Quando ha preso l’istallazione per portarla al palazzo, i colori non erano ancora totalmente asciutti. Le sue pennellate a tratti veloci riportano la mente dell’osservatore ad un quadro impressionista.

Infine, nella Sala del Rifugio, espongono Krayon con tre pannelli  e le sue inconfondibili immagini pixellate e Nicola Monti. L’istallazione di quest’ultimo colpisce per l’intensità: un telo verde impermeabile, sistemato come se fosse una tenda di fortuna, copre pezzi di vita umana. Nella tenda ci sono schegge di vetri rotti, giocattoli di bambini, schermi di televisioni spaccate, borracce, la ciabatta gialla e sporca di un bambino, un mappamondo, un kit di pronto soccorso, bidoni, reti e rifiuti vari. In basso, tra tutte queste cose, un computer ci mostra cosa sta causando all’ambiente e agli animali il comportamento sconsiderato e incosciente dell’uomo. L’opera è toccante, apre gli occhi e fa prendere coscienza.

La mostra si conclude con l’ambizione degli organizzatori di riproporla il prossimo anno, ampliandola con nuove opere e allargarla ad un pubblico sempre maggiore.

Giorgia Gentili

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