La band partenopea SABBA E GLI INCENSURABILI si svela in un’intervista

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La musica come espressione di una generazione privata di speranze

SABBA03 copiaVi chiamate SABBA E GLI INCENSURABILI. Pensate che la censura in Italia sia ancora attuale, soprattutto nella musica?

Attuale? Non è una questione se sia tema di attualità o meno la censura. La Censura è un tema, stop. Da sempre, c’è sempre stata. Che faccia scalpore o meno mediaticamente, è un dato di fatto. Non solo in Italia, chiaramente.

Perché sentite di essere una generazione rinnegata dalle sue stesse radici? 

Apparteniamo a una generazione a cui sono state tolte le speranze, ma alla quale viene chiesto di adattarsi a un sistema che non abbiamo contribuito a creare, e al quale non ci viene data la possibilità di dare un contributo concreto, per cambiare le cose nel nostro piccolo e con pazienza. Non parliamo di politica, parliamo di sistema. Siamo figli di un sistema che ci imbarbarisce, instupidisce, lobotomizza, veicola i nostri pensieri, ci illude di essere liberi, ci rinnega sì, perché ci dice di dover fare qualcosa, ma non ci dà la possibilità di farlo. È come un padre che ti mette al mondo, ma non solo non ti insegna a camminare, te lo vieta. Facendoti credere che sia meglio non provarci nemmeno. Non sappiamo se il concetto è più chiaro ora.

Copia di SABBA_cover_20Nel vostro album, molti titoli sembrano citazioni. Vedi  “Le Parole Sono Importanti” (Nanni Moretti) o “Tre Minuti Di Celebrità” (Andy Warhol). Se le radici vi rinnegano, voi comunque continuate a sentirvici legati e le citate nei vostri titoli?

L’album è pieno di citazioni, liriche e musicali, queste sono solo alcune.

Rileggiamo Bennato, omaggiamo The Showmen, riprendiamo Rino Gaetano, citiamo Luigi Tenco, Fred Buscaglione. I nostri riferimenti musicali principali, entrano di diritto tutti nella nostra musica. Ci piace che sia chiaro cosa ascoltiamo, da dove veniamo (musicalmente parlando), cosa ha ispirato il nostro percorso musicale.

Alcune canzoni hanno un titolo inglese. State pensando di andare a fare un tour anche all’estero o comunque vorreste provare a sfondare anche nel mercato anglofono?

Siamo sempre stati un progetto spiccatamente “teatrale”, specie dal vivo. Concepiamo il nostro concerto come uno spettacolo vero e proprio. Badiamo a tutto, ma prima di qualsiasi cosa, alla comunicatività, alla capacità di far arrivare ogni singola parola, a trasmettere il senso di ogni testo, il senso di ciò che facciamo. Non ci sono titoli inglesi nell’album, è tutto in italiano, tranne “Ruby Sparks (La Bambola)” che è la citazione (anche qui) di un film, ma ne riportiamo solo il titolo. Non abbiamo mai considerato l’estero. Se arrivasse non rifiuteremmo di certo, ma siamo una band che intende parlare agli italiani, comunicare con la gente. Il progetto non avrebbe senso se si parlasse a gente che non comprende ciò che dici. Se fosse solo musica, a quel punto avremmo scelto la via dello strumentale o dei testi in inglese.

Dove vi vedete tra un anno?

A macinare kilometri in furgone per raggiungere sempre più club, sempre più persone. Migliori, più maturi, tecnicamente, musicalmente, dal punto di vista della scrittura dei testi. O almeno ci speriamo ;-)

 




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