Il re del jazz è Made in Italy

Fabrizio Bosso fotografato da Boccalini

Fabrizio Bosso ha pubblicato la sua nuova opera “Face to face”

Fabrizio Bosso è uno dei migliori trombettisti jazz al mondo (anche se lui non lo ammetterà mai). Uno di quei musicisti che quando lo senti suonare, ti incanta con le note, l’energia e la passione che mette in ogni brano che esegue.

Uno di quei musicisti che quando lo senti suonare, capisci che è nato per questo mestiere e non avrebbe potuto fare altro, un ragazzo che vive di musica e sopratutto per la musica. Il 22 novembre in duo con Luciano Biondini ha pubblicato “Face to Face”, nuovo album in cui dialoga con il fisarmonicista perugino per un disco dalla forza e il pathos unici.

Dopo “Enchantment”, in cui collaborava con la London Symphony Orchestra, torna con un nuovo disco – “Face to Face” – che porta anche la firma di un grande musicista come Luciano Biondini. Come è nata l’idea di questo disco a quattro mani?

Il progetto è nato nel 2010 in occasione di un concerto a Bolzano dove eravamo entrambi ospiti della cantante israeliana Noa. Gli organizzatori ci chiesero di suonare solo noi due nei giorni successivi, era la prima volta. Il giorno dopo abbiamo provato e dopo soli quindici minuti abbiamo sentito immediatamente un grande affiatamento. Abbiamo scelto i brani e siamo saliti sul palco. Si può dire che da quel giorno non siamo più scesi.

Abbiamo suonato innumerevoli concerti in duo e quest’anno abbiamo deciso di incidere su disco quest’esperienza che, ovviamente, non si è fermata ma continua ad andare avanti con grande entusiasmo e soddisfazione.

Un pregio ed un difetto di Luciano Biondini

Il pregio di Luciano è il saper stare in mezzo agli altri, il suo difetto invece è che fuma decisamente troppo.

Come nascono i brani di Fabrizio Bosso?
Di solito nasce prima la melodia ma non c’è una regola precisa. Può accadere di comporre a tavolino o da un’ispirazione. In questo disco c’è un brano intitolato “Rumba for Kampei”, l’ho dedicato a un bambino conosciuto sulla spiaggia di Zanzibar, mi ero affezionato dopo una settimana che ero lì. Un giorno, tornato in hotel, ho scritto di getto il brano.

Tra i suoi album ce n’è uno a cui è particolarmente legato?
Fra tutti sicuramente il primo disco che ho fatto con l’orchestra d’archi. Era il mio sogno registrare con un’orchestra. Quel disco credo abbia segnato la mia maturità artistica. Arriva un punto in cui metti da parte la tecnica per suonare con qualcos’altro, andando a toccare le corde più profondo ed espressive.

Come ci si sente ad essere uno dei migliori trombettisti jazz al mondo?
Non mi sento uno dei migliori trombettisti jazz al mondo! Nell’arte non si arriva mai.

Ha mai avuto un periodo di crisi? Se si come lo ha superato?
Certo, ne ho avuti diversi e ne sono uscito sempre grazie alla musica, l’amore per essa ha vinto. A volte ho pensato anche di smettere ma non bisogna mai dimenticare che quello del musicista è anche un lavoro e, quindi, bisogna saper superare i momenti difficili. Io so suonare, so fare quello. Il tuo lavoro è quello che ti da il pane per vivere.

Quanto è importante la tradizione in un genere come il jazz che ha nell’improvvisazione la sua caratteristica principale?
È fondamentale. Ogni jazzista deve conoscere bene tutti i linguaggi della tradizione, la storia, i movimenti e i generi. È importante sapere da dove è nato il jazz e che percorsi ha preso nella storia. Puoi trovare il tuo linguaggio, il tuo suono, solo dopo avere percorso la tradizione.

Lo scorso anno Stefano Bollani ha portato il jazz in tv e lei ha partecipato a “Panariello non esiste” su Canale 5. E’ sintomo che finalmente la tv si è accorta del jazz?
Non so dire se la tv si sia accorta del jazz, sicuramente il programma di Stefano è stato un buon segnale. Nella trasmissione si parlava comunque di musica ed era tanto tempo che gli dava così tanto spazio. La tv rimane comunque il canale divulgativo più importante.

Ultima domanda. Che consiglio si sents di dare a chi decide di intraprendere il mestiere di trombettista?
Di armarsi di tanto pazienza, ci vuole tanta passione, sacrificio e continuità nello studio.
Devi suonare tutti i giorni, è uno strumento impegnativo anche a livello fisico.

 

Emanuele Bianchi
e.bianchi@araldodellospettacolo.it

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