C’era una volta (per fortuna non più) il codice Hays

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Il 31 marzo 1930 fu adottata la misura che costrinse il cinema Usa all’autocensura per schivare i moralizzatori del governo

Dopo il 1934 Betty Boop, il cartoon ideato da Grim Natwick che rappresentava l’iconica flapper vestita con il suo succinto vestitino nero, smise gli abiti provocanti per diventare una casalinga. Questo perché gli studios avevano iniziato ad applicare il Codice Hays, misura adottata dagli Stati Uniti il 31 marzo del 1930 per limitare la produzione di tutto il cinema che non fosse “moralmente accettabile”. Non era quindi un insieme di leggi volute dal governo, ma una serie di linee guida create dalla Motion Picture Producers and Distributors of America, l’organizzazione dei produttori e distributori degli Usa, per evitare la censura federale.  Il codice, entrato in vigore 90 anni fa, ma applicato solo nel 1934, fu abbandonato nel 1967 e nei trent’anni in cui fu valido cambiò parte del cinema americano. Prese il nome dal suo ideatore William Harrison Hays, esponente repubblicano che era stato negli anni ’20 il quarantaseiesimo direttore generale delle poste degli Stati Uniti.

C’era una volta (per fortuna non più) il codice Hays

Quello che Hays voleva punire era il cinema da lui definito “immorale” o che poteva traviare il pubblico, soprattutto quello più giovane. Le radici del Hays Code – il cui vero nome era Motion Picture Production Code – affondavano nella Hollywood dei primi anni ’20, quando tre scandali travolsero il mondo dorato della città della celluloide. Si trattava di tre casi particolarmente gravi: Roscoe Arbuckle fu accusato della morte di Virginia Rappe durante un party, William Desmond Taylor fu vittima di un omicidio ancora oggi irrisolto e Wallace Reid morì per complicanze dovute alla sua dipendenza da morfina. Hollywood era diventata, nei media e nella percezione dell’uomo comune, la città del peccato. Per questo motivo nel 1922 nacque l’Associazione dei produttori e distributori di pellicole cinematografiche guidata da Hays, chiamato a ripulire il cinema da tutti quei comportamenti scabrosi che potevano destabilizzare l’opinione pubblica. Fu una scusa per censurare la settima arte.

Il codice si basava su tre Principi Generali: “Non sarà prodotto nessun film che abbassi gli standard morali degli spettatori. Per questo motivo la simpatia del pubblico non dovrà mai essere indirizzata verso il crimine, i comportamenti devianti, il male o il peccato”; “Saranno presentati solo stili di vita corretti, con le sole limitazioni necessarie al dramma e all’intrattenimento; “La Legge, naturale, divina o umana, non sarà mai messa in ridicolo, né sarà mai sollecitata la simpatia dello spettatore per la sua violazione”. Alle linee guida si aggiungevano alcune restrizioni specifiche come ad esempio il divieto di “nudità e danze lascive”. Venne proibita qualunque rappresentazione dell’uso di droghe, scene di parto, allusioni all’omosessualità o qualunque altra “perversione sessuale”, e alle malattie veneree. Fu vietato il linguaggio sboccato, non si potevano mostrare relazioni tra “razze” diverse, né tantomeno potevano essere mostrati “baci eccessivi e lussuriosi” che avrebbero potuto “stimolare gli elementi più bassi e grossolani”. Il codice, come si diceva, fu ignorato per i primi quattro anni finché non venne istituita la Production Code Administration (Pca), che aveva il compito di controllare e approvare tutti i film. La Pca non era governativa ma organizzata in seno alla Motion Picture Producers and Distributors of America, fu quindi una mossa degli studios per cercare di evitare la censura del governo stesso adottando il Codice Hays, che era di fatto un’auto-regolamentazione non imposta dalle autorità federali. L’inasprirsi delle regole del codice arrivò con l’elezione di Joseph I. Breen a capo della Pca. Breen poteva modificare le sceneggiature e le scene filmate dagli addetti ai lavori e cominciò a tagliare le pellicole in modo da evitare “scene di nudo”, come in “Tarzan e la compagna” del 1934, fino a proibire la messa in onda nelle sale di “Il mio corpo ti scalderà” in quanto le locandine focalizzavano l’attenzione del pubblico sul seno di Jane Russell. A cambiare le carte in tavola fu però l’avvento della Tv.

Quando infatti nei tardi anni cinquanta i film arrivarono nelle case degli americani, Hollywood capì che doveva offrire al pubblico qualcosa che la tv non poteva garantire perché soggetta a regole ancora più stringenti. Gli studios inoltre dovettero fronteggiare l’avanzata dei film stranieri – non vincolati alle regole del codice – e di alcune case indipendenti non inserite nei circuiti delle Major. Fu così che nel 1967 i sei studi principali del cinema Walt Disney, Sony, Paramount Pictures, Netflix, Universal Studios e Warner Bros, crearono il Film rating System, scala di valori per indicare a chi è rivolta un certa pellicola. In pratica quell’organizzazione che decide se un film è “adatto a tutti” o “vietatoai minori di 18 anni”.

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