Raccontare la meraviglia attraverso gli occhi di un cane

Woody

Intervistiamo Federico Baccomo sul suo ultimo romanzo Woody che ha come protagonista un cane

Federico Baccomo è un acuto osservatore dei rapporti umani. Se nei suoi primi romanzi guardava attraverso gli occhi degli uomini oggi Baccomo nel suo ultimo libro Woody, Giunti Editore, sceglie di osservare l’umanità dando voce ad un cane. Woody è un cane di razza basenji, ha tre anni e vive felice con la sua padrona. Ma un giorno cambia tutto nella vita di Woody. Abbiamo incontrato Federico Baccomo che ci racconta lui stesso questo originale romanzo.

Nel suo ultimo romanzo Woody lei ha dato letteralmente la parola a un cane, come è nata quest’idea?

Volevo raccontare una bella storia ma, più di tutto, volevo raccontarla da un punto di vita diverso, laterale, basso. Un punto di vista che mi costringesse a guardare a quello che raccontavo con un continuo senso di meraviglia. E mentre pensavo a questo punto di vista mi è venuta in mente l’immagine di un cane dietro alle sbarre che si chiedeva: “Ma io che ci faccio qui?” Il resto è stato continuare a restare nei pensieri di quel cane e raccontare la sua storia.

Il primo riferimento letterario che mi viene in mente leggendo Woody è Io sono un gatto di Soseki, si è ispirato a lui o ad altri o a nessuno in particolare?

In realtà, ho cercato di evitare di leggere libri che avessero animali come protagonisti, anche perché, quando ho provato a farlo per tener viva l’ispirazione, mi è capitato spesso di incontrare una serie di voci forse un po’ troppo consapevoli. Ricordo di un romanzo in cui il cane si fermava a descrivere la foschia settembrina che offuscava una grondaia. In quel momento, mi è sembrato che l’autore si mettesse tra me e il personaggio. La mia speranza era di riuscire a cancellarmi dalla storia, provare a esser fedele al punto di vista.

Qual è stata la cosa più difficile nell’immedesimarsi in un cane?

Probabilmente impegnarsi a non dare mai nulla per scontato. Noi sappiamo cos’è un telefonino, un bacio o “Uomini e donne”. Per Woody tutto rappresenta una domanda: “Perché parla in una scatolina vicino all’orecchio?”, “Perché sembra che mangi la lingua di una persona?”, e via così. Un modo esitante (ma divertente) di scrivere.

Woody parla in maniera semplice e senza coniugare i verbi, perché ha scelto questo linguaggio piuttosto che un altro?

Cercavo una lingua che fosse coerente con lo sguardo del personaggio. Simile a quella di un bambino: semplice, ingenua, e insieme capace di piccoli lampi di acutezza.

Lei ha lasciato la carriera da avvocato per dedicarsi alla scrittura, che prezzo ha pagato per questo?

Una maggiore precarietà professionale e finanziaria, ma mi sembra sia stato un prezzo onesto per quello che poi è venuto dopo.

Quanto è cambiata la sua vita dopo il successo di Studio Illegale?

Nel concreto non è cambiata poi molto. Come quando facevo l’avvocato, passo la maggior parte del mio tempo a una scrivania a pensare a qualcosa di molto fantasioso per convincere qualcuno a credermi. Là si trattava di un giudice, oggi di un lettore.

Scrivere per lei è un’esigenza, una catarsi, un bisogno o altro?

È un piacere. Mi piace pensare a una storia, mi piace sbatterci la testa per metterla in parole, mi piace alla fine vederla scritta. Con un piccolo istinto egotistico che spinge a dire: “L’ho scritta io”.

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere?

Ce ne son parecchi, ma ho scoperto che più si scrive più quella frase – “Come vorrei averlo scritto” – finisce per riferirsi alle storie che si devono ancora scrivere. Se ne accumulano tante in testa, troppe per avere tutto il tempo necessario, e ogni tanto sfumano, perdono il loro carburante, e si rimane lì a pensare che, se non le avessimo lasciate sfuggire, non sarebbero state poi male.

Quando ha pensato la prima volta che la letteratura sarebbe stato il suo mestiere?

A esser sinceri, è qualcosa che ancora adesso mi vien difficile pensare. Ma confesso che il giorno in cui ho ricevuto per la prima volta una proposta per un romanzo (che sarebbe poi diventato Studio Illegale) ho pensato che era fatta, ero uno “scrittore”. Da allora, il processo di convinzione è in fase di sgretolamento, ma una certa insicurezza mi sembra un buon motore.

 Woody è un libro difficilmente classificabile, lei può provare a definirlo?

Questa difficile classificazione ha portato qualche problema pratico, ci son state alcune librerie che hanno avuto difficoltà a sceglier lo scaffale. A me, nonostante un protagonista un po’ particolare, la sua voce bizzarra, le illustrazioni, mi vien da dire che sia semplicemente “un piccolo romanzo”.

Domanda di rito di chiusura: prossimi progetti letterari e non solo?

Per ora c’è un romanzo nuovo (da scrivere), una sceneggiatura (già scritta) e tutta una serie di idee a cui dar forma. Speriamo di tirarne fuori qualcosa di buono.

f.parente@araldodellospettacolo.it




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