LA PACE CHE ABBIAMO COSTRUITO NASCONDE LA PIU’ CRUENTA DELLE GUERRE

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Incontro con Francesco Pecoraro autore di La vita in tempo di pace, finalista Strega 2014 romanzo sulla pace illusoria dal dopoguerra ai giorni nostri

La stesura di quest’articolo ha richiesto molto tempo. Ho incontrato Francesco Pecoraro diversi mesi fa. Ci incontriamo nel quartiere Prati, il quartiere in cui, mi dirà Pecoraro, lo portava sua nonna a prendere il gelato in una storica gelateria. Giunti al momento di sederci, dopo i soliti convenevoli, inizia lui a farmi le domande chiedendomi  come mai voglio scrivere del suo libro, La vita in tempo di pace,Ponte alle Grazie, dopo così tanto tempo dalla sua pubblicazione. Gli rispondo che secondo me non è mai tardi per parlare di un bel libro. Ho davvero amato La vita in tempo di pace. Mi ha smosso, commosso, mi ha fatto capire delle cose di me stessa, mi sono addirittura identificata ( anche se il personaggio sembrava quanto più lontano da me) ogni tanto lo rileggo e trovo cose nuove. Ha tanti di quei temi e livelli che sarebbe inutile pensare di riuscire ad analizzarli tutti. Capitolo dopo capitolo dagli anni ‘60 passando per gli anni dell’università fino ai capitoli sulla Grecia e sul mefistofelico De Klerk, alla Roma di Bernini ho avuto cosi tanto da questo romanzo da non poter pensare di scriverne. Sono arrivata a leggerlo io stessa molto aver assistito al reading in occasione dello Strega 2014 (la lettura di Pecoraro fu l’unica che mi scrollò dal torpore durante quell’ evento). Ma non è facile parlare di La vita in tempo di pace, su questo romanzo hanno speso parole i più eminenti critici, e si rischia di cadere nel luogo comune delle frasi fatte ( si legge tutto di un fiato, scrittura chirurgica, libro necessario) che cercano di definire in maniera supponente  con parole che fra l’altro l’autore non ama. La prima domanda che faccio a lui è come sia nato questo romanzo. Pecoraro mi racconta che ha incominciato a scrivere diversi brani nel suo blog poi successivamente li ha riuniti ed rielaborati e che deve la sua scrittura alla rete. Ci sono state ben sedici stesure prima di approdare al romanzo finale. Eppure non si sente nessuna stonatura nel romanzo anzi uno dei maggiori pregi è la coerenza nella voce narrante dal primo all’ultimo capitolo. Nel romanzo il protagonista Ivo Brandani ingegnere (Pecoraro è architetto ) in attesa di prendere un volo da Sharm El Sheik per tornare nella Città di Dio inizia un lungo monologo sulla sua vita che inizia nell’immediato secondo dopoguerra  “vissuta in tempo di pace”. Questa pace è ovviamente quanto mai finta. La vita di Brandani è invece, come si capisce leggendo,  una guerra fredda dove si combatte con le armi del potere, dei soldi del sesso. Ed è molto più cruenta, molto più difficile di quella vissuta dai suoi genitori. Genitori che rispecchiano una  dicotomia molto forte Padre (il male, l’inverno, le regole) Madre( il bene, la tolleranza, l’estate) . Gli chiedo se è autobiografico e lui mi risponde che sì, è autobiografico e che nelle altre stesure c’era più materiale specialmente sulla figura del padre ma che poi progressivamente  ha preferito  togliere. Vorrei parlare della forza della scrittura ma anche qui temo di cadere nell’ovvio. Credo che il maggior pregio di questo romanzo sia il punto di vista (a mio avviso raro soprattutto negli ultimi romanzi italiani) di quest’uomo ormai nella vecchiaia  che fa i conti con la proprio vita in maniera brutale, vera, senza lesinare oscenità e rabbia. Brandani è stanco ed arrabbiato e non lo nasconde, può permettersi di vomitare tutto quello che pensa. C’è davvero poco di costruito e di falso in questo romanzo e se si nota vuol dire che ci hanno abituato davvero male . Anche Pecoraro mi confessa  che in realtà si è molto censurato e che poteva dire molto di più, e che secondo lui se molte persone sono riuscite a finire il libro ( 500 pagine) è proprio per la sincerità che scaturisce dal testo. Eppure in questo romanzo cosi brutalmente sincero il protagonista lavora per un progetto segreto ( ricostruire sinteticamente la barriera corallina del Mar Rosso ) che si basa sulla menzogna. L’autore dal canto suo mi dice che uno dei  messaggi del libro è proprio che non ci sia  modo di salvare la natura se non mantenerla artificialmente. E che pensa che il mondo sarà ricostruito tutto artificialmente lasciando solo alcune  solo alcune parti come reperti storici passando cosi dal vero al verosimile come i finti atolli creati dai giapponesi negli hangar. E poi c’è la Citta di Dio, Roma, ovviamente. Impossibile non rivederla poi con gli occhi di Ivo bambino che accompagna il Padre a vedere i monumenti. Un città che “nasce attorno alla bestemmia tecnica del Ponte” . Un città che “a Ivo sembrava che, tolti Bernini/Borromini, non restasse altro da raccontare”.

Il romanzo alterna i capitoli del presente dove il protagonista si perde nei pensieri nell’estenuante attesa nell’aeroporto ai capitoli dei ricordi divisi per temi. Ricordi assolutamente lucidi senza nessuna caduta nella nostalgia romantica. L’unica nostalgia è quella verso il futuro visto dai suoi occhi di bambino. Brandani si chiede dove sia il futuro: “dov’ è finita tutta la fantascienza che ho letto da ragazzino? Dove è finito quel futuro?” Questa parte mi colpisce particolarmente e gli chiedo di parlarmene ancora. Pecoraro mi risponde che negli anni ‘50 esisteva una fantascienza positiva, c’era  una forte fiducia nel futuro e si pensava che il futuro sarebbe stato radioso. Nessuno è riuscito ad immaginare come sono andate le cose, ad immaginare  l ‘invenzione del personal computer o di Internet. .E’ come se, prosegue a dirmi,  ad un certo punto l’hardware del mondo si fosse arrestato e fosse andato avanti il software.

Non dovrei parlare del finale di un’ opera, ma di certo non si arriva alla fine per sapere se Brandani prenderà quell’aereo e cosa succederà. Sapevo che sarei caduta in qualche definizione esasperata, spero che l’autore mi perdonerà per quello che sto per scrivere, ma quello che rimane di tutto questo romanzo quando lo si chiude nonostante l’ineluttabilità della sorte di Ivo è la sensazione di qualcosa che continua a muoversi, a rimescolare ed a creare nel lettore quella materia pulsante chiamata caos.

f.parente@araldodellospettacolo.it

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