Il cinema racconta l’amore 2.0

HER

Un tuffo dalla realtà alla cyber realtà 

Non più di trenta anni fa Gesualdo Bufalino affermava che “La vecchiaia comincia il giorno in cui, invece di scrivere a una donna, le telefoni”. Forse non prevedeva che di lì a pochissimo tempo saremmo diventati tutti vecchi, o ancor più vecchi, dal momento che oggi telefonare ad una donna è atto quasi anacronistico rispetto al mandarle un tweet, un sms, un WhatsApp… Sempre di telefono si tratta, anche se di uno strumento che del vecchio apparecchio ha mantenuto, in parte, solo il nome. Fin qui nulla di male: normale evoluzione dei tempi si direbbe, ma le cose cambiano se nella dinamica folle della velocità nella quale viviamo ci si ferma un attimo a riflettere. Su cosa?

Tanto per cominciare che ognuno di noi offre il suo quotidiano contributo a queste cifre: 58 milioni di tweet postati ogni giorno su Twitter, 3 milioni di messaggi che corrono ogni venti minuti su Facebook e almeno 55 milioni di foto al giorno con relativi commenti che arrivano su Instagram. E le cifre sono in aumento. Se le moltiplichiamo per un mese intero, poi per un anno… arriviamo a sapere che negli ultimi dieci anni c’è stata più comunicazione che nel resto della storia dell’umanità.

Volgendoci indietro, a partire dalla stampa, che ha permesso la diffusione delle prime scritture e pubblicazioni ed a seguire con la macchina fotografica e quella da scrivere ed ancora con la radio, la televisione, il telefono fisso e poi quello mobile, si è assistito ad una vera e propria rivoluzione del modus vivendi di ciascuno. Il fatto straordinario è che ognuna di queste piccole grandi conquiste ha trasformato in modo irreversibile le abitudini di vita delle persone.

Tuttavia Internet si differenzia dalle altre storiche novità essendo un sistema ipertestuale, interattivo e sociale allo stesso tempo, riuscendo dunque a imitarle e comprenderle quasi tutte. Lo smartphone, il cosiddetto cellulare intelligente di ultima generazione, è ormai una protesi tanto funzionale quanto irrinunciabile dei nostri sensi. Il cinema ha più volte raccontato il non poterne fare a meno, per le strade, nei luoghi pubblici, in ogni attività umana. È nell’aria, è presenza costante, vale per ogni primo appuntamento di due giovani innamorati, come per ogni pranzo in famiglia o al ristorante: occhi negli occhi ma ciascuno con il proprio telefonino al fianco.

Io e Caterina

Io e Caterina

Il cinema non ha di certo trascurato il fenomeno e da buon “interprete” della società ha raccontato l’uomo e le sue dinamiche nel rapporto con l’evoluzione tecnologica. Il tema appare così in film che, nel tempo, sono poi risultati iconici per i singoli argomenti trattati provando a dipingere l’impatto della rete sulle esistenze umane. Siamo schiavi della tecnologia? Già nel 1980 Alberto Sordi si poneva questa domanda nel film Io e Caterina, pellicola in cui si fondono i temi del femminismo contrapposto al maschilismo in declino con punte di primordiale fantascienza.

Qui il protagonista Enrico, inviato dalla propria ditta in America per concludere un contratto, viene accolto dall’amico Arturo che, venuto a conoscenza delle sue difficoltà nei rapporti con le donne, gli parla di Caterina, un robot femmina perfetto e tuttofare. Enrico, in breve tempo si libera della moglie, della cameriera ed anche dell’amante. Ma il robot ben presto comincia a manifestare degli insoliti e inaspettati comportamenti. La sua mente artificiale, dimostra sprazzi di umana sensibilità, fino a dare segni di preoccupante e morboso attaccamento nei confronti di Enrico.

Il personaggio principale del film, impersonato da Sordi, è un professionista borghese cinico e benestante che decide di sostituire le donne della sua vita con il robot donna-oggetto, Caterina, capace di tutte le funzioni di casa. Ma ciò che viene sottovalutato da Enrico è la possibilità dell’autoapprendimento di Caterina, che la porterà a sentirsi una vera donna, capace di amare l’uomo.

Quest’ultimo cerca soltanto il prototipo di donna-androide che non si lamenta mai, fa tutti i lavori di casa, e non protesta su nulla: il sogno di ogni uomo. Ma la logica autonoma di Caterina avrà la meglio.

Pur con una trama semplice, il film presenta spunti di riflessioni interessanti, che forse meritavano un approfondimento maggiore. La storia infatti, dai contorni fantascientifici, tratteggia l’egoismo primordiale presente nell’inconscio profondo del protagonista, ironizzando sul malato desiderio antifemminista di trovare una donna senza difetti, buona, disponibile, tuttofare e silenziosa, praticamente senz’anima.

Il robot Caterina, decisamente non di bell’aspetto con il suo pallore grigiastro e le sembianze da statua greca, sostituisce tutte le donne di Enrico, ma pretende come ricompensa di essere l’unica donna della sua vita. La morale è forse in questo paradossale ribaltamento dei ruoli: il maschio umano può fare a meno della donna, mentre il robot femmina aspira ad un rapporto reale con l’umano.

A ben pensare è una sorta di primordiale costruzione di un Io ideale, vero e proprio cult nell’epoca attuale dei social. Certo il mondo è globalizzato, la comunicazione è cambiata, la società è liquida, la visibilità è regina, l’immagine padrona e il tempo reale è l’unica dimensione cronologica. Ma l’uomo resta uomo, nella sua intimità e nella sua essenza, nelle sue paure e nelle sue dinamiche relazionali, nel suo esporsi e nel suo ritrarsi, nel desiderare il successo professionale e personale, nell’amarsi e nell’amare il prossimo. E resta uomo nella fondamentale dinamica dell’uso e della costruzione del linguaggio, lì dove maggiormente sente la necessità vitale di entrare nella sfera di interesse dei suoi simili e di veder ricambiato il suo sentimento.

Questo è il punto, questa la grande sfida, questa la grande novità nella quale si muove la marea immensa, innumerabile, macroscopica dei quotidiani messaggi che tutti ci scambiamo con tutti nella più vasta “vetrinizzazione” della società che l’umanità abbia mai conosciuto. Per dirla con Codeluppi siamo di fronte al fenomeno della “Vetrinizzazione sociale[1], processo nato agli inizi del Settecento con la comparsa delle prime vetrine e sviluppatosi in maniera importante nei secoli successivi. Così come le merci vengono messe in vetrina per agevolare le vendite, allo stesso modo gli umani hanno costruito un sistema comunicativo che si fonda sulla spettacolarizzazione e sull’esibizione del meglio di sé.

Ma cosa vuol dire comunicare, esprimersi, relazionarsi, crearsi un’identità, esporsi e soprattutto “amare”, nella grande vetrina del mondo?

C'è post@ per te

C’è post@ per te

In un mondo in cui non esistevano social network ed i telefoni portatili iniziavano ad avere dimensioni adatte alle nostre tasche, con Internet che era veicolato da modem a 56 k con il classico trillo di connessione, usciva il film C’è posta per te. Potremmo definirlo un film epistolare dove la novità tecnologica è proprio nello scambio di e-mail anziché con le classiche lettere in busta.

La vicenda si svolge a New York, dove Kathleen (Meg Ryan) ha una storica libreria per bambini e Joe (Tom Hanks) è un imprenditore di successo che apre un enorme bookstore proprio davanti al negozio di lei. La piccola ed antica libreria di Kathleen, dopo aver dispensato per anni l’incantesimo di storie e fiabe a generazioni di bambini, si vede costretta a soccombere all’avanzare dei megastore dell’editoria di Joe.

Prende vita così una rivalità tra i due protagonisti che li farà divenire accesi contendenti di una disputa molte volte celebrata nei film tra “piccolo e bello” contro “grande e cattivo”.

Ma l’innovazione dell’epoca delle e-mail irrompe nelle vite dei due e la segreta corrispondenza telematica accende in loro la luce della speranza e tira fuori tutta la forza della loro determinazione.

Attraverso lo scambio epistolare cominciano ad avvicinarsi e conoscersi ed è proprio quell’avviso, “You’ve got m@il”, a dare il titolo alla commedia sentimentale di Nora Ephron.

Entrambi convivono con i propri partner e credono di avere un’esistenza perfetta ed appagante, fino al giorno in cui si conoscono in una chat ed iniziano a scriversi delle e-mail che li fanno evadere dalle ansie quotidiane (di cui sono gli stessi artefici) e dalle loro storie sentimentali abitudinarie.

Confortati dalla sicurezza della tastiera e grazie all’anonimato della rete si confidano, si raccontano, si consigliano e si aiutano. Impresa disperata se affrontata di persona, ma riescono così ad avvicinare le loro vite lontane e quasi totalmente opposte.

Il film è una sorta di remake di Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch del 1940, dove due commessi che lavorano nel “negozio dietro l’angolo” (il titolo originale del film è infatti “The Shop Around the Corner”) cominciano a scriversi romantiche lettere anonime, mentre nella vita reale non possono sopportarsi.  Si racconta la società e le sue evoluzioni, il modo di comunicare e di raccontarsi. A far battere il cuore dei due protagonisti non è la magia di una busta chiusa di una lettera, come per i due commessi di Lubitsch, ma il trillo ed un messaggio in video che annuncia “You have got a m@il”. L’attesa di leggere il contenuto del messaggio riempie di aspettative uno spazio di vita che diversamente sarebbe vuoto.

C’è post@ per te è un primo esempio di come la comunicazione digitale possa entrare nelle nostre vite in modo tale da confondere la vita reale con quella virtuale e trasformarci nelle relazioni sociali.

I ventuno anni passati dall’uscita del film fanno sembrare la tecnologia dell’epoca veramente obsoleta, pur tuttavia la storia d’amore e odio tra vita virtuale e reale rimane quanto mai attuale, anzi diviene sempre più sfumato il confine tra chi siamo di persona e chi diciamo di essere sul web.

Il vantaggio che offre il social come modello di comunicazione è la possibilità della costruzione di un io perfetto, altamente desiderabile, rettificabile e modificabile nell’ottica della massima accettazione sociale. La relazione con l’altro, la condivisione e il feedback devono essere letti in ragione del proprio incremento di popolarità e quindi al rafforzamento della propria identità virtuale. Ci si muove all’interno di una realtà che supera i limiti del confronto faccia a faccia, valica le barriere spazio temporali della comunicazione standard, sfrutta al massimo l’opportunità della minima soglia di attenzione del potenziale interlocutore, che riceve il messaggio nel mentre lo si sta elaborando. Abitare questa realtà è un potente alibi.

Alibi che ci sottrae di fatto alla paura del giudizio reale, che illude la timidezza, che permette di scrollarsi di dosso la responsabilità del proprio essere. Ci si reinventa, ci si costruisce, ci si struttura per come vorremmo essere e non siamo, ci si rapporta con una forza che nessuna maschera reale sarebbe in grado di darci. Ecco allora che questa dimensione esercita maggiormente il suo fascino, seduce ed attrae chi appare più fragile o per età (gli adolescenti) o per carattere (chi, anche se adulto, non ha costruito una forte identità personale).

Sorge allora spontaneo chiedersi se l’amore, le relazioni sentimentali e la sfera intima e sessuale siano ancora considerate e vissute come motore del mondo oppure la realtà virtuale abbia investito anche tali emozioni. La risposta è affermativa e anche questa volta con esiti controversi. Facendo una rapida carrellata di alcuni studi sull’argomento, possiamo vedere come in termini di relazione sentimentale, o di forte investimento emotivo, nel cyberspazio si tenda a costruirsi una identità camaleontica. C’è l’esigenza di assumere una pastache personality[2] cioè di diventare un camaleonte sociale che prende in prestito frammenti di identità ovunque per combinarle in modo da costruire un sé che sia il più possibile adatto alla situazione-relazione in cui l’individuo è inserito, piuttosto che coerente con quella “vera identità” di cui la modernità andava in cerca.

Un’ulteriore scelta possibile è quella di mantenere l’anonimato, modalità che, seppur basata sulla menzogna, permette di sviluppare autentiche relazioni in quanto l’utente riesce a rivelare molte più informazioni su di sé online che nei rapporti faccia a faccia. In una ricerca condotta dalla psicologa Monica Whitty della University of Leicester sui siti d’incontri, è emerso che le persone mentono per risultare più attraenti: nello specifico gli uomini modificano in positivo lo status economico, mentre le donne ritoccano le proprie foto per apparire più belle. A sorreggere l’identità ignota c’è un nickname e un avatar scelto dal soggetto, che incarni senza però svelarsi, un volto adeguato alla situazione che si vuole creare. Lo psicologo e docente americano Suler[3], a tal proposito, ha studiato differenti categorie di avatar alle quali corrispondono specifiche caratteristiche psicologiche: da quello che vuole trasmettere potenza, seduzione o celebrità a quello con faccia reale o di cartone animato. Non diversa è l’azione dell’adolescente che rifugge il conflitto e che, annichilito dalle provocazioni e dal senso d’inferiorità, preferisce ritirarsi dalla realtà e nascondersi nel territorio più affidabile della rete.

Perfetti sconosciuti

Perfetti sconosciuti

Pensiamo al doppio volto di ciascuno dei protagonisti del film Perfetti Sconosciuti del regista, sceneggiatore e scrittore italiano Paolo Genovese uscito nelle sale nel febbraio del 2016. È una commedia amara dove l’espediente narrativo è semplice ma non scontato, e vede protagonista lo smartphone. Amici di vecchia data si incontrano per cena a casa di una coppia romana formata da Eva (interpretata da Kasia Smutniak), psicoterapeuta, e Rocco (Marco Giallini), chirurgo plastico, per assistere insieme allo spettacolo dell’eclissi lunare.

La trama si snoda intorno alla tavola imbandita nella borghese sala da pranzo dei coniugi, dove la padrona di casa propone un pericoloso gioco: mettere al centro della tavola il proprio cellulare per condividere con i presenti il contenuto di qualsiasi messaggio o chiamata avrebbero ricevuto durante il corso della serata.

Due sono i temi centrali: le relazioni “liquide”, per dirla con Bauman, e l’impatto della tecnologia sulle relazioni umane. I segreti di ciascuno custoditi, prima della cena, all’interno della “scatola nera” (come la definisce uno dei presenti) vengono rovinosamente svelati lasciando i protagonisti inermi e confusi, privi di quella maschera che confortevolmente nasconde volti scomodi. Siamo di fronte alla metafora teatrale pirandelliana di “Uno Nessuno e Centomila”. Centomila sono le personalità che abitano dentro ciascuno di noi, con cui scegliamo di identificarci, e che,  nella maggior parte dei casi disconosciamo per timore del giudizio sociale.

La caduta delle maschere, infatti, comporta il confronto con la parte più vera dell’individuo, quello caratterialmente debole, infedele, distante e fondamentalmente incapace di comunicare e di raccontarsi. Il gioco, da divertente passatempo, assume presto le connotazioni di una sorta di prova di coraggio dove si corre il rischio di dover rimettere insieme pezzi di identità rovinosamente dispersi.

Lo smartphone è solo l’alibi per aprire la porta ad un’evidenza tanto inossidabile quanto temuta: l’inconoscibilità dell’altro. La tecnologia ed i social network sono solo uno strumento narrativo per destrutturare equilibri già incrinati su cui si svolgono le esistenze degli invitati.

Il film evidenzia questo meccanismo umano di spostare la responsabilità di ogni cosa sul mostro lontano da noi. Ecco che il cellulare diventa il capro espiatorio delle proprie colpe, il colpevole del caos. Secondo punto cardine del film è la luna e la sua eclissi: contemporaneamente all’adombrarsi della luna, mentre essa ci mostra la sua vera assenza di luce, i personaggi scoprono le loro bassezze morali. Tuttavia, nonostante il film giunga al termine con coerenza, proprio quando tradimenti e menzogne sono smantellati, il finale riporta i protagonisti alla sequenza iniziale.

Tornano a casa esattamente come erano arrivati: pacati, sorridenti, continuando ignari la farsa delle loro esistenze cariche di segreti inconfessabili. Genovese, infatti, inscena un “What-if” a cui lo spettatore ha il privilegio di assistere, ma che concretamente non si è mai veramente realizzato, mantenendo così integra la vulnerabilità di ognuno.

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Her

Facciamo un salto nel futuro con il film Her di Spike Jonze, uscito nelle sale cinematografiche nel 2013. È la storia di Theodore (interpretato da Johaquin Phoenix), trentenne divorziato, dalle relazioni affettive frustranti che, incapace dopo la fine della sua storia amorosa di confrontarsi con altre donne, crea un rapporto amoroso con Samantha, sistema operativo dalla calda e sensuale voce.

In realtà siamo di fronte ad un software dell’intelligenza artificiale, dotato di apprendimento generato dall’esperienza; essendo un OS multiutente e multitasking incrementa le proprie competenze rapportandosi con migliaia di utenti che come Theodore credono di essere unici. In realtà Samantha non è innamorata del protagonista, bensì dei centinaia di altri soggetti che parimenti hanno imbastito una storia d’amore con il sistema. La sintesi è ancora una volta quella di un apparato tecnologico che ci rende più semplice la vita, dimenticando che la vita ha valore quando giornalmente si complica di piccoli imprevisti. Theodore che nella vita professionale scrive lettere d’amore, in quella personale è incapace di vivere i rapporti quotidiani, persino di firmare il divorzio all’ex moglie.

Sceglie la compagnia di un surrogato affettivo per ovviare a questo suo impaccio, ma così precipita ancor più nella solitudine, figlia di una bulimia connettiva dalla quale non sa emergere, e resta impotente di fronte alla fine della sua relazione con la compagna della vita Katerine.

Il film inizia e finisce con Theodore che detta una lettera: la prima è di lavoro, la conclusiva è personale ed indirizzata all’ex moglie. La conclusione del legame tra l’uomo e il software, per la necessità evolutiva di cui Samantha ha bisogno, coincide anche con l’evoluzione psicologica e mentale di Theodore.

La parabola della vita trova così una giusta conclusione: il coraggio di far emergere i propri sentimenti accogliendo anche il punto di vista dell’altra persona facendo pace con se stesso, in sostanza perdonandosi.

L’uomo è animale sociale per antonomasia, non può isolarsi a rischio della perdita di sé. E va sottolineato come il processo di costruzione della propria identità passa attraverso le relazioni che è in grado di costruire e le risposte e conferme che dalle relazioni riceve. Allo stesso modo il sociologo Charles Cooley ha teorizzato l’io riflesso, il “looking glass self”[4], secondo cui la coscienza di una persona è il prodotto delle interazioni sociali e di ciò che gli altri colgono di essa. L’individuo, infatti, non potrebbe conoscersi, se non imparasse dall’altro.

Se spostiamo, come ormai è prassi consolidata e irreversibile, il processo di formazione dell’identità all’interno della vasta rete di relazioni dei social, vediamo che un ruolo fondamentale viene assunto dalla condivisione o sharing, attraverso cui ciascun utente produce testi, video ed immagini che confluiscono nei profili e costituiscono il cuore pulsante delle piattaforme. Nello stesso tempo tali contenuti vengono ricondivisi e rimessi in circolazione da amici e followers. Questa attività virtuosa, che è assai più diffusa della produzione, garantisce la sopravvivenza del social.

Se l’attività di social sharing è così intensa è perché essa è percepita dagli utenti come un atto carico di valore culturale e sociale. Da qui il volume impressionante della crescita di una piattaforma come Youtube, o il forte interessamento che ad esempio la politica ha sulla dinamica in questione.

La rete elettronica sposta l’equilibrio sul versante della lontananza, della distanza e dell’immaginazione. Il significato tradizionale della relazione sta mutando: adesso oltre allo stare insieme per condividere esperienze di vita bisogna rendersi sempre disponibili a chattare, commentare e postare.

Come sostiene Bauman: «Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, così come la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male, come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute che (inevitabilmente) si presenteranno. La prospettiva di trovarsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e spaventosa»[5].

Chatroom i segreti della mente

Chatroom i segreti della mente

La curiosità del cinema nei confronti della realtà virtuale di Internet ha abbracciato generi diversi, dal dramma alla commedia fino al genere horror. Nel 2010 ad esempio, nel pieno dell’esplosione della popolarità di Facebook, il regista giapponese Hideo Nakata, specialista di questo ultimo genere , realizza il thriller psicologico Chatroom (I segreti della mente) per descrivere come i social media possono rappresentare la valvola di sfogo per la propria depressione.

Il tentativo di condividere i rispettivi problemi sfocerà, come si vede nel film, in un meccanismo di sudditanza psicologica carico di rischi.

Se in Her l’elemento persistente è la solitudine, con Chatroom (I segreti della mente) la vita sociale è praticamente inesistente, a favore di una presenza online costante e densa di appuntamenti. Il film racconta la storia del giovane disadattato e con tendenze  autolesioniste William che, incapace di comunicare con la madre, famosa scrittrice, crea una propria stanza nell’ambiente online dove stringe amicizia con cinque ragazzi che, come lui, soffrono il disagio del periodo adolescenziale.

La spettacolare scelta di mostrare le interazioni virtuali tra i protagonisti, ambientandole in vere stanze, permette allo spettatore di immergersi completamente nel film. Incompresi dai propri familiari, i ragazzi trovano nell’isolamento dello schermo un sollievo dall’ansia da prestazione, un conforto emotivo e la possibilità di essere finalmente compresi.

La comunicazione attraverso la chat, rivelerà, però, ben presto il suo lato oscuro: William, affascinato dal dolore altrui, spingerà gli amici virtuali attirati nella rete ad agire prima contro altri e poi contro loro stessi. Internet, con le chat ed i messaggi online, è lo strumento veicolante l’istinto di morte, tanto potente quanto pericoloso.

Un universo selvaggio rappresentato come un enorme condominio pieno di corridoi nei quali sostano i vari utenti e con zone più malfamate di altre. Le conversazioni virtuali, apparentemente innocue, avranno riscontri reali e traumatici sulla vita degli individui. Sta all’utente fare un uso sano e consapevole del mezzo informatico.

Se ci soffermiamo sull’erotismo in chat, dunque su quegli utenti che nella Rete vogliono sperimentare il proprio nascosto sex appeal, notiamo che anche questa categoria ha trovato ampi margini di diffusione e soddisfazione nel web. Una relazione on-line presenta oggettiva facilità di gestione. Presenta una diversa tipologia di corteggiamento che ha diverse motivazioni alla base, legate anche alla mancanza di tempo. Tuttavia questa motivazione potrebbe essere considerata, oltre che un pretesto, una pericolosa scorciatoia che porta l’utente ad emarginare il fondamentale aspetto dell’interazione tra individui. In secondo luogo, lo smartphone, per fare conoscenze, protegge la vera personalità da giudizi e attacchi indesiderati.

Addirittura si ricorre all’anonimato che riduce la timidezza, allarga il giro di conoscenza e stimola la fantasia. La conseguenza più evidente di tali strategie è quella di assumere progressivamente una visione distorta della realtà, confondendo il fittizio con il concreto. Il  corteggiamento sembra essere sempre meno in voga. Le sue vesti mutano fino a renderlo ambiguo e poco attraente rispetto al romanticismo dei tempi andati. Se in un incontro fisico le fantasie sono stimolate dai piccoli gesti, dagli atteggiamenti del corpo e dalla percezione fisica che abbiamo dell’altro, nell’amore in chat, che risulta essere per certi aspetti anche molto seducente ed accattivante, viene stimolata l’immaginazione sulla base di altri elementi quali foto e tipologia del  profilo.

Il risultato è la costruzione di un’immagine ideale dell’altro e frutto della nostra proiezione.

Spostando l’attenzione sul sesso, possiamo osservare come l’istinto sessuale sia indiscutibilmente di natura sociale. Tuttavia l’arte creativa del sesso, l’ars erotica[6], risente necessariamente dei mutamenti della società tecno-liquida e digitale. Ancora una volta la rete si delinea come lo spazio ideale dove fruire contenuti a scopo sessuale.

Viol@

Viol@

È Viol@, dramma del 1998 diretto da Donatella Maiorca, l’esempio più adatto per restare in tema  cinema con lo sguardo proiettato proprio all’ars erotica. Si parla di Marta che, dietro il nickname “Viol@”, decide di provare l’ebbrezza di visitare una chat erotica.

Entra allora in contatto con il misterioso Mittler con il quale, protetta dall’anonimato della rete, avvia una relazione virtuale.

Con il passare del tempo gli incontri verbali tra i due avvengono all’insegna di un erotismo sempre più spinto. Marta, sopraffatta nel frattempo dalla relazione in rete, ha perso contatto con quelle umane.

Viene licenziata, decide quindi di scoprire l’identità del suo interlocutore che ormai la perseguita.

Dopo indagini e pedinamenti, arriva nella casa di Mittler: con una scusa riesce ad entrare, accolta da una donna che immagina essere la moglie. Marta scopre in una stanza il computer di Mittler e, sconvolta, scappa dalla casa, ma mentre scende precipitosamente le scale scorge in alto un adolescente che la fissa a lungo.

Comprende la verità e sorride fuggendo.

Spunti interessanti del film sono la spettacolarizzazione della vita sessuale di Marta, che oscilla tra virtuale e reale, ed il rischio che corrono le giovani generazioni nel divenire “eterodiretti”, coltivando esclusivamente interessi virtuali.

Rimane alla fine del film un senso di noia, la stessa provata da Marta quando parla con il video, quasi fosse un confessore morboso o una proiezione all’esterno delle proprie voglie.

Youtopia

Youtopia

Altra pellicola molto interessante è Youtopia del 2018, diretta da Berardo Carboni, dove la “vetrinizzazione” teorizzata da Codeluppi sfocia in una vera e propria prostituzione visiva.

Matilde frequenta con assiduità il mondo virtuale,  per gioco anche le chat erotiche del Deep Web, dove, per guadagnare qualcosa, si propone alla webcam svestita a beneficio di anonimi voyeur. La vicenda si complica, quando sua madre Laura, disoccupata e alcolista, le confessa la miseria economica ed il pignoramento della casa. Matilde decide di mettere all’asta la sua verginità sul Deep Web e riceve alcune offerte.

Anche Ernesto, farmacista di sessant’anni sposato con un figlio; è spesso online, cerca emozioni forti, come sesso a pagamento e, quando si imbatte nell’annuncio, rilancia chiedendo a Matilde di poterla vedere per fare la sua offerta.

Il finale, dall’esito drammatico, trova una sua redenzione nella second life di Matilde.

Film italiano che parla di reale e virtuale, di crisi identitaria, di quello che comporta essere sempre connessi nella nostra società. Suggerisce come gli alter ego digitali possano offrire quelle risposte che a volte l’uomo non riesce a darsi.

Matilde durante la narrazione filmica perde la sua anima offrendo il corpo in vendita, ma lo stesso web le offre una via di uscita con un amore che, pur virtuale all’interno del videogioco che da titolo al film (Youtopia), la riconsegna alla poesia che merita.

Youtopia presenta la rete come una fuga, un rifugio, forse fin troppo facile, da un mondo che non ci piace, ma al quale rischiamo di adattarci. Ma il film ci rivela anche un mondo digitale che non è necessariamente soltanto negativo: può essere anche salvezza e forse una favola dove non ci sono orchi né streghe, ma principi azzurri che regalano universi immaginari.

Il cyberspazio abbatte le barriere che creano timidezza, insicurezza e introversione. Come visto, l’adozione di uno pseudonimo o di un nickname e il mascheramento dietro ad un avatar permettono agli utenti di scrollarsi di dosso la responsabilità del proprio essere, mostrando liberamente un carattere spesso opposto a quello che si possiede nella vita offline.

Nell’era degli stream, dei flussi ininterrotti, dell’aggiornamento in tempo reale, la percezione che il mondo si trovi dentro al computer, piuttosto che “fuori”, aumenta, portando alla luce patologie dai possibili risvolti anche gravi, in grado di aumentare lo stress mentale e di conseguenza di avere ricadute a livello fisico.

S1m0ne

S1m0ne

Il film S1m0ne scritto, prodotto e diretto da Andrew Niccol, analizza i pericolosi effetti collaterali della dipendenza da tecnologia, ma anche della vacuità della fama che ruota intorno allo show-business, della mercificazione di una società basata esclusivamente sull’apparenza. Senza trascurare i rischi che corre il pubblico, troppo addomesticato da televisioni e globalizzazione mediatica, avido di miti da amare, distruggere e rimpiazzare.

Il regista Viktor Taranski attraversa un periodo di crisi dopo alcuni film senza successo; per interpretare i suoi film si affida pertanto, all’insaputa di tutti, ad un’attrice creata da un programma di realtà simulata, S1m0ne (acronimo di Simulation One). La “virtuattrice” Simone diventa così un’icona cinematografica, amata e idolatrata da tutti, ma a questo punto Taranski decide di liberarsene, poiché capisce che la sua creatura lo sta portando a dimenticarsi di sé stesso e della propria arte.

Sono le parole della giovane figlia a farlo riflettere sul suo stato, su quell’ essersi calato nella parte a tal punto da non saper più scindere il reale dal virtuale: “Una volta c’era solo il tuo lavoro, ora c’è solo lei”.

E sarà il bisogno di salvare un rapporto umano, il legame con la ex moglie, a riportarlo a considerare la realtà rivelando la vera identità della sua creazione: “Simone non è una persona vera, è mia invenzione. È solo aria. È fatta di pixel, un codice informatico modificato da me, tratto da un’equazione informatica che ho ereditato da un matto geniale. Non esiste. Io sono lei. Ho ricreato le infinite sfumature dell’essere umano, dell’animo umano. Ho preso il nulla e ne ho fatto qualcosa. Ho infuso la vita in una macchina”. Nella risposta della moglie si cela una scomoda verità ribaltata: “Lei ha creato te”.

Ed è vero. Il fascino di Simone nasce dalle capacità del suo programmatore di leggere i gusti dei suoi ammiratori adoranti e indiscreti, fedeli del culto dell’immagine. Il messaggio è chiaro: non siamo noi a creare personaggi e storie, ma esse nascono attingendo ai frammenti della nostra vita.

Ora, e in conclusione, il cinema è anche arte del racconto e arte dell’interpretazione e lo studio e l’analisi del come abbia trattato le principali trasformazioni degli assetti relazionali nella rivoluzione digitale, all’interno delle dinamiche sociologiche e culturali dei più moderni ed esclusivi social network, deve farci riflettere. La tecnologia digitale non può risolvere un problema senza crearne di nuovi. Internet, sebbene abbia offerto enormi possibilità a molti livelli – informazioni, dati, velocità di contatto, tempo risparmiato e relazioni migliorate –, ha rinnovato anche i problemi consolidati del mondo offline quali emarginazione, pornografia, violenza, furto di dati e, generato vere e proprie psicopatologie e disturbi della personalità.

In questo tempo accelerato e, con le nuove tecnologie, i legami sociali sono più numerosi e più facili da stabilire, ma sono anche più fragili ed effimeri. Ciò che conta, nella comunicazione mediata da smartphone e social network, è essere immersi nello scambio; ma i contatti virtuali non fanno che alimentare il senso di solitudine. Quando ci si abitua alla compagnia senza impegni, vivere con l’altro risulta opprimente, priva della libertà di nuove e più vertiginose conoscenze, come sottolinea il già più volte citato saggio di Bauman. Dipendere da una persona è rischioso, in quanto rende soggetti al rifiuto, ma, al contempo, apre alla conoscenza dell’ altro. La compagnia virtuale può sembrare innocua ma consegna l’utente ad un mondo chiuso, in cui si ama solo ciò che è sicuro e fatto su misura. Il problema, in ultima istanza è sulla mediazione della comunicazione attuata dai social: abbiamo smesso di comunicare con l’altro, di ascoltarlo, di guardarlo negli occhi, vivere il confronto. È la conferma e la regola, d’altro canto, della moderna società tecno-liquida, quella di imprimere nell’uomo digitale la tendenza a vivere in un eterno presente di immagine, trascurando i rischi dell’isolamento e della conseguente solitudine.

Martina Ciorba



[1] Cfr. Codeluppi, V., Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “vetrinizzazioni”, Mimesis, Milano 2005.

[2] Cfr. Gergen, K., The saturated self, Basic Books (Perseus), 1991

[3] Cfr. Suler, J., Psicologia dell’era digitale: gli umani diventano elettrici, Cambridge University Press, 2015

[4] L’espressione venne usata per la prima volta dal sociologo statunitense nell’opera Human Nature and the Social Order, New York: Charles Scribner’s Sons, 1922.

[5] Cfr. Z. Bauman Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2006

[6] Cfr. Z. Bauman, cit.

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