Giovanni Veronesi, il talento di Pilar Fogliati e il bisogno di fantasia

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L’intervista in cui il regista parla dei suoi progetti attuali e di quello che ancora gli piacerebbe fare

“La tenevo d’occhio da tempo, ho capito che era in grado di dirigere un film. Stiamo scrivendo insieme la storia di quattro trentenni che non sanno cosa faranno nella vita ma iniziano ad avere piccoli cedimenti. L’aristocratica che vive nel centro storico, la ragazza di Ponte Milvio, aggressiva e inserita nella società, la siciliana arrivata per fare l’artista, la commessa di Guidonia, la più pura di tutte”.

Giovanni Veronesi, il talento di Pilar Fogliati e il bisogno di fantasia. L’intervista in cui il regista parla dei suoi progetti attuali e di quello che ancora gli piacerebbe fare

Giovanni Veronesi racconta a Repubblica il suo progetto da produttore e sceneggiatore per sostenere il talento di Pilar Fogliati, l’attrice diventata popolare con un video social in cui improvvisava tipologie di ragazze romane. Parla inoltre dell’idea di La storia siamo noi: “Volevo affrontare la Shoah ma non in modo diretto. Un killer e uno scienziato vogliono tornare con la macchina del tempo al giorno in cui Hitler fu più vulnerabile, quel mercoledì di maggio del ’38 in cui cavalcò con Mussolini fuori Roma, senza scorta. Ma sbagliano giorno e giungono nel 1889, quando Adolf è un neonato: difficile eliminarlo. Sono stato ad Auschwitz due volte, a meditare. Non posso fare a meno di chiedermi che società avremmo avuto senza l’Olocausto. Amo esplorare il tempo – dice ancora Veronesi – viaggiare con la fantasia come ho fatto con i moschettieri, stavolta scandagliando un periodo delicato. Sono in contatto con la comunità ebraica, sto cercando tono e centro della storia. Ho capito che questa è la mia cifra al cinema: la fantasia, la fiaba. La quotidianità la so affrontare solo con una componente fantastica. Spero di fare un terzo Moschettieri. È una goduria governare un set con quella creatività, entrare nel 1600 e restarci per tre mesi, tirar di spada e andare a cavallo, un caos creativo e organizzato”.

Il regista parla poi della dedica da parte del fratello Sandro del romanzo Il colibrì’: “Ho iniziato io con il primo film sui moschettieri. È stato bello e importante. Non siamo ragazzini, abbiamo vissuto e sappiamo che significato ha una dedica, dove porta e da dove proviene. Significa guardarci in faccia, pensare alla vita vissuta insieme, alla nostra famiglia che non c’è più, l’infanzia, la casa al mare, il posto dell’anima dove Sandro ha ambientato i suoi libri“. Se con la macchina del tempo potessi cambiare il passato? “Modificherei solo una cosa, fondamentale – conclude – stare dietro a mia madre quando diceva di non avere nulla, invece era malata di tumore”.

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