L’IRONIA E’ UN PAIO DI OCCHIALI CON CUI SI GUARDA LA VITA

La terza A

Intervista alla scrittrice ed editor Alessandra Selmi sul suo ultimo libro

Con molto piacere ospitiamo sulle pagine del nostro giornale Alessandra Selmi editor e scrittrice. In questi giorni è uscito il suo secondo libro La terza ed (ultima) vita di Aiace Pardon edito Baldini e Castoldi. Alessandra Selmi ci aveva già deliziato con il divertente E cosi vuoi lavorare nell’editoria – i dolori di un giovane editor , Wuz , dove racconta in maniera brillante ed acuta la sua esperienza lavorativa nel mondo dei libri. Con questo nuovo libro l’autrice  non delude le aspettative e ci regala un giallo originale, ironico, dallo stile scorrevole e pulito.Il merito principale di questo romanzo è la creazione di personaggi atipici e particolarmente riusciti lontani dallo stereotipo dalla classica coppia investigativa. Lui è un poliziotto giovane, piacente,in cerca di avventure (finalmente basta con i soliti commissari di mezza età cinici, depressi ed abbandonati dalle mogli), lei è una clochard colta, intelligente. Insieme indagano in una Milano molto frenetica sulla morte di un altro barbone soprannominato Aiace Pardon. Abbiamo incontrato Alessandra che ci racconta il libro.

Ciao Alessandra, una delle cose che colpisce del tuo romanzo e’ la coppia inedita ed originale che si trova ad indagare sulla morte del clochard,come sono nati questi personaggi?  Circa tre anni fa, mi trovavo alla Stazione Termini di Roma in attesa del mio treno, quando mi passò accanto una senzatetto. Io, che avevo appena comprato l’ennesimo Maigret, osservandola pensai che quella sarebbe stata una detective ideale: non solo nessuno presta attenzione ai clochard, ma anzi la gente preferisce voltare la testa dall’altra parte quando ne incontra uno. Quale investigatore sarebbe più “discreto”? La mia barbona è nata, credo, in quel momento, per poi arricchirsi di dettagli raccolti in giro e nella mia mente. Il poliziotto è invece la copia, portata agli estremi del paradosso, di un amico. Conosco una sola persona che fa il poliziotto e, pertanto, dovendo inventarne uno mi sono inevitabilmente ispirata a lui. I due personaggi si sono poi incontrati nella mia fantasia come avrebbero potuto farlo nella vita reale, un po’ per caso e un po’ per affinità, e si sono modellati a vicenda, differenziandosi molto dalla scintilla iniziale che li ha visti nascere.

Il tuo primo libro racconta con ironia gioie e dolori della vita da editor come sei approdata in seguito a scrivere un romanzo? A dire la verità, il romanzo è nato prima del pamphlet sull’editoria, anche se è stato pubblicato quasi un anno dopo. Quando sono usciti I dolori di un giovane editor, il giallo era stato non solo pensato, ma anche già scritto.

E la scelta di scrivere un romanzo di genere come nasce? Ho sempre sognato di scrivere un giallo, perché è il genere che preferisco e che leggo nel tempo libero. Non credevo che sarei stata in grado di farlo e, più in generale, che sarei riuscita a portare a termine la stesura di un libro intero. Per molto tempo ho guardato con ammirazione i miei autori che mi consegnavano opere finite, domandandomi come avessero fatto a mettere insieme tutte quelle pagine. Poi un giorno, di ritorno da quella famosa trasferta a Roma, ho iniziato a scriverlo: non è stato facile e ho impiegato moltissimo tempo, con lunghe pause di dubbio e rifiuto. Lo abbandonavo per mesi, ma finivo sempre con il tornarci su, perché la storia mi coinvolgeva. È stato, credo, una specie di richiamo.

Una Milano frenetica ed  indifferente fa da sfondo al romanzo, che rapporto hai tu con questa citta’?
Milano è una città incompresa. Dietro alla sua frenesia si nasconde un’intensa laboriosità, fonte di stimoli e di nuove scoperte, e quella che viene scambiata per indifferenza non è altro che una forma di pudore. Per me, che vivo in Brianza, Milano significa opportunità, emancipazione, vitalità. La adoro, al punto che, quando voglio regalarmi qualche ora di autentico relax, mi siedo da qualche parte e la osservo vivere: così sono nati interi pezzi di romanzo.

Foto del 14-11-14 alle 12.24E’ stato piu’ difficile come editor farsi fare l’editing del proprio romanzo?  No, affatto. Credo anzi che la mia esperienza come editor mi abbia agevolata, dandomi quella distanza professionale che spesso agli esordienti manca. Non sono morbosamente legata alle cose che scrivo, anche perché conosco i meccanismi dell’editoria. Sono però anche stata fortunata, perché in casa editrice ho incontrato persone molto preparate, con cui si è instaurato un rapporto di complicità e amicizia, che ha reso tutto più semplice e piacevole.

A quali sono i tuoi modelli letterari ti sei ispirata per il romanzo?  Dichiaratamente, a nessuno in particolare. Di sicuro alcune letture hanno lasciato il segno in quello che ho scritto, sia per lo stile che per le ambientazioni. Non saprei dire quali, poiché credo si sia trattato di una specie di assorbimento, più o meno inconscio. Durante la stesura, però, ho studiato molto, soprattutto romanzi di genere ambientati a Milano: mi sono sentita in dovere di dare almeno un’occhiata a tutto quello che è uscito, che mi piacesse o no. Ho svolto anche alcune ricerche sulle condizioni dei senzatetto e ho cercato di darmi un’infarinatura di base sulle scienze forensi.

E chi ami degli autori contemporanei?  Georges Simenon, sopra ogni altro, per lo stile pulito ed essenziale. Mi è piaciuto Jean-Patrick Manchette. Tra gli italiani, Giorgio Scerbanenco in primis, subito seguito da Renato Olivieri. Mi piace Hans Tuzzi. Poi Fred Vargas, per alcune pennellate surreali e perché ho una cotta per Jean-Baptiste Adamsberg, e Gunnar Staalesen tra i nordici.

Anche questa seconda tua opera si sente la vena ironica sei cosi anche nella vita?  Sì, l’ironia è il paio di occhiali con cui mi hanno messa al mondo e attraverso cui guardo la vita. Con l’ironia ho stemperato i dolori più grandi, rendendoli più lievi, e anche le più grandi soddisfazioni, restando coi piedi ben piantati per terra. Il sorriso e la capacità di trovare il lato buffo delle cose, del resto, sono l’unica forza che abbiamo: la vita stessa è ironica e, se la si prende troppo sul serio, si finisce col farsi male.

Che rapporti hai con i social network? Risiedo in Brianza, ma sono domiciliata su Facebook. I social network sono un potentissimo mezzo di comunicazione con cui mi tengo in contatto con le persone. Molte non le conosco nemmeno: mi scrivono che hanno letto i miei libri e che li ho fatti divertire, e mi rendono felice perché così danno un senso al mio lavoro. In un paio di occasioni i social network mi sono serviti per trovare nuove collaborazioni, a riprova del fatto che, se usati in modo appropriato, non sono solo un gioco. Grazie a Facebook ho conosciuto persone cui oggi sono legata da un rapporto di straordinaria amicizia. Uso i social network anche per intercettare i grandi fenomeni sociali: mi è capitato di venire a conoscenza di alcuni avvenimenti prima su Facebook e poi sui quotidiani. Qui si ascolta la pancia della gente, ed è una tale mescolanza di opinioni, battute, idee, proposte che non si può non amare.

Come acuta osservatrice del mondo editoriale quale pensi possa essere una formula per salvare l’editoria da tempo in crisi? Più rispetto per i lettori, che vuol dire libri buoni e ben curati. Non c’è altra formula, secondo me. I lettori non sono stupidi né disposti a sorbirsi qualsiasi schifezza venga loro propinata, purché abbia una copertina sgargiante e una fascetta urlata. I famosi 800mila lettori persi sono quelli che si sono stancati di farsi offendere da proposte editoriali imbarazzanti: banali, ripetitive e sciatte.

Come definiresti il rapporto  tra uno scrittore e il suo editor? L’editor è la figura professionale che più mette le mani nella creatura prediletta dello scrittore, che ravana intimamente nelle sue viscere, che sposta, taglia, corregge. È un ruolo scomodo, che talvolta porta a fare scelte impopolari, e non è raro che si creino attriti. Un libro, però, non è mai unicamente figlio del suo autore: nel momento in cui uno scrittore firma un contratto con un editore, il libro non è più solo suo, ma di un gruppo di persone che lavora per il suo successo. Per questo è fondamentale che si instaurino stima e fiducia reciproche e, quando accade, nascono amicizie meravigliose che vanno ben oltre l’ambito professionale.

Alex e Bianca continueranno ad indagare insieme? Proprio in questi giorni sto lavorando alla stesura del secondo libro della serie. Sono ancora nella fase di ricerca e mi sto piacevolmente perdendo tra nozioni di botanica, mitologia e criogenetica. Nel prossimo romanzo si conoscerà qualcosa in più del passato di Bianca: mi pareva doveroso nei confronti dei lettori, e anche io ero curiosa di sapere da dove venisse. Sono ancora all’inizio, ma spero di riuscire a creare qualcosa di ghiotto.

 Grazie mille Alessandra per averci raccontato di te e dei tuoi libri.

f.parente@araldodellospettacolo.it

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