L’ OSSESSIONE PER LA MERCE NELLA STORIA DI UNA FAMIGLIA

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Intervista a Giorgio Falco autore del romanzo La Gemella H

Abbiamo incontrato Giorgio Falco che ci ha parlato del suo romanzo La Gemella H edito Einaudi. Falco con uno stile ed acutezza magistrale narra la storia di una famiglia tedesca attraverso la voce di una delle gemelle che ne fa parte.

Nel suo romanzo La Gemella H Lei racconta La Storia raccontata attraverso una famiglia bavarese e la sua ossessione per la merce. Come è nata l’idea di questo romanzo?
Il romanzo è nato dal fatto di essere nato alla fine degli anni ’60. Ho avuto una maestra che fin dalle elementari ci ha parlato del nazifascismo, così per me è stato naturale essere un bambino che, a metà degli anni ’70, si chiedeva chi fossero i vicini di ombrellone (tedeschi e italiani, all’epoca cinquantenni o sessantenni), uomini che avevano venti o trent’anni nel 1945: cosa avevano pensato, come avevano attraversato quel periodo? Eppure tutto era edulcorato dagli oggetti, dalle cose, dai prodotti: mangiavamo lo stesso ghiacciolo, bevevamo le medesime bibite. Ho voluto trasferire l’ossessione per i consumi e le merci degli ultimi decenni all’interno dei totalitarismi novecenteschi e da lì ritornare al contemporaneo attraverso la storia di una famiglia, e in particolare di due gemelle, Hilde e Helga Hinner. Molti elettrodomestici esistevano già negli anni ’30, come la lavastoviglie: certo, pochi potevano permettersela. La famiglia Hinner era tra questi.

“La merce deve sempre sorridere,anche se è esposta inerte.” Quello che racconta Hilde, la voce narrante del romanzo, sulle politiche del marketing dei grandi magazzini è valido ancora oggi. Crede che riusciremo prima o poi ad affrancarci da questa mercificazione?
Nel 2009, con L’ubicazione del bene, pubblicato sempre da Einaudi, avevo inventato Cortesforza, un luogo dell’hinterland milanese abitato da personaggi ormai disillusi dalla propaganda commerciale. Alcuni di essi avevano anche perso il lavoro, o non l’ avevano mai avuto. Si aggrappavano così alle loro case, come se fossero zattere attraccate a isolotti a schiera. Certo, la merce ha ancora una grande influenza, ma credo che i tempi siano maturi per un distacco da essa, e non è solo una questione di minor denaro da spendere. Fingiamo che ci piaccia ancora per conformismo, convenzione sociale e abitudine, perché siamo nati e cresciuti con la merce.

220px-Giorgio_FalcoHans Hinner, avvolto e protetto dalla sua mediocrità, passa indenne dal Nazismo fino al Boom economico degli anni 60. La mediocrità sembra l’unico modo per salvarsi. Qual è la sua personale opinione?
A un certo punto del romanzo, il compagno di Hilde Hinner, l’ex chirurgo estetico Francesco Castelli, dice: “è un processo irreversibile, la qualità interessa a pochi, genera sospetto, come se fosse un’impostura, una cosa mediocre è più rassicurante, i mediocri mandano avanti il mondo, bisogna ringraziarli”. Eppure penso che cercare di fare le cose al meglio, sia una piccola rivoluzione personale, qualcosa che valga la pena di tentare.

Hilde e Helga le gemelle protagoniste sono divise da centottanta secondi tra la nascita, che significato hanno questi centottanta secondi?
I tre minuti di insistenza nel ventre materno sono proprio l’elemento che permette a Hilde di essere la narratrice onnisciente, in grado di raccontare anche fatti accaduti molto prima della sua nascita. Tre minuti è anche la durata media di una canzone.

Ci parla del significato del personaggio del “L’uomo di Lenhart”?
Mi fa molto piacere la sua domanda su questo personaggio. Da parecchi anni passo alcune settimane a Merano, in estate. Lì ho scoperto che ha vissuto e lavorato un pittore cartellonista austriaco, Franz Josef Lenhart, che si era trasferito in Italia negli anni ’20 (e a Merano è morto, nel 1992). Le opere pubblicitarie di Lenhart riflettono l’epoca fascista ma già anticipano i decenni seguenti: la montagna senza montanari; i luoghi che diventano un prodotto. L’Uomo di Lenhart è come se l’avessi ritagliato da una figurina in cui un uomo indossa un abito impiegatizio e, con lo sguardo sognante verso l’alto, solleva le braccia in direzione del cielo, da cui cadono banconote. Era la pubblicità di una lotteria, io ho inserito nel romanzo quest’uomo figurina, e non gli ho dato nemmeno un nome e un cognome, solo l’Uomo di Lenhart, un uomo nuovo, l’essere completamente schiacciato dalla dittatura e dalla quotidianità lavorativa (in banca). È un uomo che a trentatré anni non ha ancora una famiglia, quasi un’anomalia per il 1935. E tuttavia trova nell’adesione alla banca una forma anomala di resistenza al fascismo.

Bockburg il luogo d’inizio è un immaginario paese nella campagna bavarese. Gli altri luoghi del romanzo Merano, Milano, Milano Marittima sono invece reali. Perché la necessità di creare un luogo che non esiste?
Già, non esiste, ma ho disegnato una dettagliata piantina di Bockburg, l’avevo sempre sulla scrivania. Così come Cortesforza è a sud di Milano, Bockburg è a sud di Monaco, non distante dal lago di Starnberg. Volevo una cittadina di trentamila abitanti, nella quale il nazismo mantenesse una traccia domenicale, un po’ pigra e sonnolenta, come certi pomeriggi festivi che ho passato sui laghi lombardi, nell’infanzia.

Il romanzo ha vinto il premio Mondello , è  stato finalista al Premio Campiello e la critica ne è entusiasta. Cosa si può desiderare di più?
Sì, in effetti La gemella H ha vinto anche altri premi. I riconoscimenti e le attenzioni della critica fanno molto piacere e incoraggiano, ma ciò che mi interessa di più è riuscire a scrivere il prossimo libro, al meglio. Intanto, il 18 settembre è uscito un romanzo per immagini (con 60 fotografie dell’artista Sabrina Ragucci) ambientato sulla riviera romagnola contemporanea: si intitola Condominio Oltremare, lo pubblica L’orma, nella collana fuoriformato, curata da Andrea Cortellessa. È la storia di un quarantacinquenne in fuga da Milano che si rifugia in un palazzo disabitato, all’ultimo piano, a pochi metri dalla riva, nel mese di gennaio.

Chi è il suo lettore ideale?
Il mio lettore ideale è colui che è curioso e non si accontenta, e, nel caso de La gemella H, sente la memoria non come una cuccia rassicurante nella quale relegare anche fatti terribili, ma comunque passati; la memoria è qualcosa che ci riguarda nelle azioni quotidiane ed è proprio per questo che non ho parlato di criminali di guerra o di efferatezze, ma di piccole infamie quotidiane, che passano quasi inosservate, e sono molto simili a quelle che, ancora oggi, ci infliggiamo a vicenda, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Da La gemella H è stato tratto uno spettacolo teatrale, di cui Lei insieme a Sabrina Ragucci ne ha curato la regia. Ci racconta quest’esperienza?
Per me è una situazione nuova. Stiamo ancora lavorando per quella che sarà la versione definitiva  , in scena a Viterbo e Roma, al Teatro India, dal 27 al 29 gennaio 2015. A Vetralla abbiamo fatto un’anticipazione(anteprima per il Festival Quartieri dell’Arte n.d.r.). Carla Chiarelli, la gemella in scena, è l’attrice che ho sempre ammirato per il modo in cui interpretava La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Dentro La gemella H ci sono alcuni omaggi proprio a Pagliarani: le ambientazioni milanesi del Dopoguerra, l’epica delle commesse della Rinascente, l’educazione all’amore e alla vita tramite il lavoro.

f.parente@araldodellospettacolo.it

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