INCONTRO CON LO SCRITTORE ANTONIO MENNA

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Intervista allo scrittore e giornalista napoletano Antonio Menna

Da quando ho scritto per la prima volta di Antonio Menna sono passati quasi tre mesi e nel frattempo il suo ultimo romanzo “Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli”, Guanda, ha collezionato molte recensioni positive ed stato tradotto in Francia dove è finalista al Premio  Prix du polar européen 2015.

La mia prima intervista con lui è avvenuta via mail e devo ammettere che non mi ha dato molta soddisfazione. Solitamente gli scrittori, per deviazione professionale, sono molto prolissi. Menna, al contrario di tanti suoi colleghi, mi ha risposto in maniera sintetica e vagamente laconica. Le sue parole però mi hanno lasciato un forte senso di curiosità, come una traccia sotterranea da seguire. A ripensarci bene se a distanza di parecchie settimane decido di volerlo incontrare faccia a faccia capisco che il senso di quelle risposte era di creare nel lettore il desiderio di saperne di più.

Incontro quindi Antonio Menna al Fandango Incontro di Roma. Antonio, durante l’ intervista, non si sottrae (quasi) mai alle mie domande rispondendo in maniera sorprendentemente esaustiva. Parla con un tono pacato, beve mentre parliamo, lui che e’ napoletano, caffè americano. Capisco in poco tempo mentre chiacchieriamo che non bisogna farsi ingannare dalla sua aria apparentemente distratta. Antonio e’ un osservatore  acuto, dall’ironia sottile, ma tagliente, da cui si evince tutta la sua vivace intelligenza. Il dialogo che vi riporto e’ il risultato di quasi due ore di intervista in cui abbiamo parlato del suo romanzo, della critica letteraria, del suo essere lettore.

Allora Antonio ci ritroviamo dopo qualche mese. Iniziamo parlando magari di quello che stai  leggendo adesso.

Sto leggendo Cade la terra di Carmen Pellegrino, è una mia amica.

Allora non vale, altro?

Ho letto il cerchio di Dave Eggers, un libro molto lungo con alcune cadute di ritmo, ma sono riuscito a finirlo. É una riflessione interessante sull’online che ti entra nella vita e te la cambia, uno scrittore che a differenza di altri americani mi interessa.

Sento una nota di polemica, non ti piacciono gli scrittori americani ?

No, non mi piacciono, sono troppo verbosi, troppe divagazioni, io sono un lettore un po’ pigro, ma anche esigente.

Prima hai detto che stai leggendo un libro di una tua amica. Possiamo partire da questo per dire che fra scrittori vi conoscete quasi tutti. Io mi trovo in difficoltà quando è uno scrittore a scrivere una recensione su un libro perchè penso sempre che lo scrittore recensito potrebbe essere amico dello scrittore che recensisce.

Io credo che ci sia un grosso problema in Italia sulle recensioni, intanto perche è rara una vera critica letteraria almeno cosi mi sembra. Gran parte della recensioni sono scritte da scrittori che recensiscono altri scrittori, non solo mossi dall’amicizia ma anche mossi dall’inimicizia, a volte sono scrittori leali, ma il giudizio di uno scrittore su un’altra scrittura non è mai sereno, perché uno scrittore è uno scrittore anche quando legge e tende a misurare le scritture degli altri con la sua, o dal punto in cui è la sua scrittura. Spesso uno legge un libro e pensa: “è cosi bello, avrei voluto scriverlo io, che rabbia che mi fa”.

Effettivamente una delle caratteristiche degli scrittori è l’invidia.

Si, l’invidia del successo o di una bella scrittura. Può essere anche un’invidia positiva. Purtroppo otto critici su dieci sono scrittori e e gli altri due non sono scrittori perché nessuno li ha pubblicati. Anche io scrivo di libri che mi piacciono sul mio blog, ma cerco di chiarire i rapporti con lo scrittore. Come lettore mi manca l’aiuto di un critica obiettiva.

Sono d’accordo con te, ti posso dire però che non è facile scrivere una recensione con animo sereno dopo che ci sono stati casi di querele, per esempio Carofiglio che querelato Vincenzo Ostuni, un fatto che ritengo gravissimo che limita la libertà di espressione, non credi?

A volte le recensioni sono troppo negative, sono troppe livorose. Bisogna avere rispetto della persona, si può parlarne in maniera negativa senza dire che l’autore sia un asino, ci vuole  buona educazione. Anche il peggiore dei libri, adesso non facciamo nomi,  ha dietro un lavoro.

Anche sui social network si manifesta questo urlarsi contro.

Sui social network ci si sente autorizzati a dire tutto, a volte leggo dei pensieri che non meritano di essere resi pubblici, perché non sono nemmeno pensieri. E’ sopravvalutata la libertà di espressione. Ci vorrebbe anche qui più educazione e più moderazione. Se il libro del tale scrittore non piace perchè dirlo al mondo? Almeno provare a parlarne con educazione, ad approfondire, sempre senza offendere.

Diciamo che a volte quando si vede dare tanto spazio ad un autore che giudichiamo non meritevole di tanto successo viene da reagire no?

Si, ma insomma calmiamoci un po’.

Anche tu comunque  lanci strali sui social.

Si è vero, più in passato. Da quando sono passato dall’altro lato della barricata ci sto più attento. Scrivere mi ha portato ad avere visibilità, ma mi ha portato a patire anche le conseguenze di questa visibilità. Chi scrive si mette in gioco, mette il suo nome e la sua faccia. Caliamoci nella complessità prima di esprimere un parere,  magari argomentando senza insultare.

71Qjn76cEeLStai scrivendo il seguito il seguito del Mistero dell’orso ucciso come un boss ai quartieri spagnoli?

No.

Stai scrivendo di altro ?

No, mi sto riposando. In realtà sto raccogliendo materiale, pensieri, pezzi. I tempi dell’editoria sono drammatici, troppo veloci. Io sono stordito da lettore dalle novità in libreria, e sono anche sorpreso. Perche un libro ha un tempo di lavorazione dentro di te, innanzitutto. Poi lo rileggi e lo rilavori, lo consegni ad un agente che lo porta ad un editore. Passa moltissimo tempo nel frattempo e magari tu scrittore cresci, la tua scrittura sta già da un’altra parte. Poi il libro esce e dura un mese. Già dopo un mese non sei più una novità e vai nello scaffale. Un tempo davvero molto breve, un lettore non fa nemmeno in tempo a prenderlo, a leggerlo, a parlarne con altri. Un mese, massimo due è un tempo troppo veloce per la letteratura. E questo sistema costringe a  costruire scritture più semplici, più immediate, più seriali. Mi chiedono la seconda puntata anche dalla casa editrice francese, ma io dico lasciatemi il tempo, non è una serie tv.

Qualcuno dice che le serie tv siano i nuovi romanzi.

Allora ne devo scrivere prima otto di libri e poi pubblicarli.

Ci sono molti  che fanno cosi, si fanno le trilogie prima ancora di sapere se il libro piacerà al pubblico.

Infatti io cerco ancora di capire se Tony Perduto sia piaciuto, se sono riuscito a dire tutto sull’ambientazione o vada cambiata. Se penso che Domenico Rea ci ha messo quindici anni a scrivere un romanzo e aveva un contratto firmato. La Mondadori lo chiamava ogni sei mesi e Rea rispondeva “Sto lavorando”. Lui scrisse sei libri in trent’anni, una volta l’editoria ti aspettava.

E secondo te cosa è cambiato?

Forse anche le tecnologie, il digitale, la stampa più veloce, il mercato è bulimico. Bisogna produrre novità a getto continuo. E questo accorcia la vista, sul libro, sul contenuto, sul tempo della tua elaborazione. Si è condizionati. Credo che questo danneggi la macchina culturale. Non tutti possono permettersi di dettare i tempi. Mi impressiona soprattutto come lettore, perche io vado in libreria, ma non riesco a leggere tutto.

Nella passata intervista mi parlavi di alcuni autori che ami particolarmente: Kundera, La Capria.

Di alcuni mi sono stancato, ma non è colpa loro, i libri non invecchiano, invecchiano le persone che li leggono. Tu ti fidanzi con uno scrittore e poi lo lasci nella libreria, poi ti fidanzi con un altro, come nelle storie d’amore quando due persone si lasciano non è sempre colpa di qualcuno.

Se facciamo un paragone con le storie d’amore ci sono anche alcuni autori che cambiano il loro stile ed è come se ti tradissero.

Gli scrittori cambiano, come tutti.

Anche tu  cambierai?

Certo io cambierò e perderò dei lettori, ma ne acquisterò altri. La scrittura si trasforma, io rivendico il diritto di smettere di piacere al lettore a cui sono piaciuto e piacere ad altri. É un modo per crescere.

Sei appena tornato dalla fiera del libro di Parigi,  mi racconti di questa esperienza?

In Francia il libro sta andando bene, ha avuto molte recensioni. E’ stato catalogato fra i polizieschi senza problemi. Invece in Italia c’è molto pudore ad iscrivere un libro al genere. In Francia sono più sciolti e rilassati su questo.

E tu sei sciolto e rilassato su questo?

No, ma perché temo di non aver rispettato tutte le regole del giallista purista. Ho preso a prestito la storia investigativa.

Perchè hai scelto la storia investigativa? Viene dalla tua formazione di giornalista?

No. L’ho scelta perchè mi interessava da lettore. Io odio annoiarmi. E non si può annoiare il lettore. Una storia deve avere una tensione interna, deve avere un ritmo, devo dare al lettore la voglia di andare avanti. Secondo me la struttura investigativa ha questo pregio, costruisce un ritmo, un’attesa. Il lettore rimane in trappola e mentre lui è nella rete puoi dirgli delle cose che pensi e che forse il lettore non avrebbe ascoltato se non avessi catturato la sua attenzione. E poi il romanzo è sempre la ricerca di una risposta. E l’investigazione è questo, c’è un delitto e di conseguenza la ricerca della soluzione, mentre il lettore sta cercando la risposta io racconto anche altre cose.

Ho notato che ci sono molti dialoghi, che hanno un buon ritmo quasi da commedia teatrale, che ne pensi di questa osservazione?

É vero mi piacciono molto i dialoghi, proprio perché non annoiano e poi perchè restituiscono pezzi di vita reale, è un libro molto parlato.

Hai usato il dialetto napoletano senza abusarne.

Il dialetto per me non è una lingua è un parlato, un gergo, la lingua è quella italiana. So che c’è un dibattito, ma io la penso così. Una donna anziana dei Quartieri Spagnoli deve parlare in dialetto, altrimenti non sarebbe credibile.

Come mai questa ambientazioni nei Quartieri Spagnoli?

É stato un caso, la mia compagna ha una casa lì. Basta affacciarmi alla finestra e effettivamente è come un teatro.É un posto anche con cui combatto molto, ma da quando vivo lì ne traggo molti spunti.

E tu  in quale zona di Napoli sei?

Io sono cresciuto in periferia in un comune della provincia di Napoli: Marano.

Dove hai fatto anche politica, giusto?

Sono stato eletto tre volte come consigliere comunale, poi mi sono ritirato.

Questa esperienza politica quanto ti ha lasciato?

Mi ha deluso molto sul piano personale, ci ripenso come molta amarezza, era un’esperienza nata con grande carico di ideale.

Quindi un amore non ricambiato come quello per il giornalismo?

Si, non è mai stato ricambiato, non certo per colpa mia io sono devoto, il mio grande sogno era diventare redattore.

Ma sei sempre in tempo. Grazie Antonio, aspettiamo con grande interesse i tuoi prossimi lavori.

Il blog di Antonio Menna http://antoniomenna.com/

f.parente@araldodellospettacolo.it

 

 

 

 

 

 

 




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