IL RACCONTO DI UNA STORIA D’AMORE TRA LICEO, CALCIO E RICORDI

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 Intervista allo scrittore e giornalista Remo Guerrini in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo

Torna in questi giorni in libreria con un nuovo romanzo Una lunga storia d’amore, Newton Compton il giornalista e scrittore Remo Guerrini. Il romanzo ha come protagonisti un gruppo di liceali e i loro professori.Una storia che  inizia nel 1975  fino ai nostri giorni quando gli adolescenti ormai adulti si incontreranno nuovamente. Abbiamo intervistato Remo Guerrini che ci racconta del libro e della sua vita letteraria.

Sig. Remo grazie di aver accettato la nostra intervista. Al centro del suo romanzo Una lunga storia d’amore c’e’ un’epica partita di pallone. Come nasce l’idea di questo romanzo?
Sotto una serie di stimoli. Per esempio l’aver ritrovato, in casa, uno scatolone dimenticato di ricordi di scuola, dalle fotografie delle gite scolastiche ai bigliettini d’amore scambiati con le compagne di classe. I fogli protocollo con i temi. Fra le fotografie c’era anche quella della squadra di calcio della classe. Poi il fatto di voler cambiare un po’ genere: io ho scritto spy story da giovanissimo, nel 1984. Poi non ho fatto nulla per molti anni. Poi un romanzo storico e due noir per Mondadori, nel 1992 e nel 1994, quando il noir da noi era sconosciuto. Poi favole. Finchè un’amica non mi ha detto: ma perchè non scrivi anche cose di gente normale? Scrivere in questa maniera mi ha coinvolto molto. E ci ho messo anche parecchio, mentre di solito vado veloce. La prima idea e i primi capitoli sono del 2010, tanto per dire.

Perché la scelta di ambientare la prima parte del romanzo nel 1975?
Semplice. Perchè mi serviva una data dove collocare degli adolescenti che fossero poi cinquantenni negli anni Duemila, e organizzare in modo credibile il “gioco” dei personaggi fra ieri e oggi. Sono andato a ritroso.

49946_100001926354914_5638307_nTra i personaggi maschili – il professor Marechiaro, Mattia, Giorgetti – in quale si identifica di piu’?
Be’, direi Mattia visto che, molto in sintesi, sono io. Diciamo che ho preso a riferimento la mia esperienza personale. Quella del 1975, intendo. Anche perchè gli altri personaggi tutto sommato sono contorno, pur se ho cercato di scrivere una avventura corale! Ma il vero protagonista è lei, la Cloe. All’inizio il titolo era Buonanotte Cloe, poi l’editore ha scelto diversamente.

Cloe e’ tratteggiata molto bene nella sua (quasi) innocente sensualita’, ci racconta come e’ stato creato questo personaggio?
Diciamo che è la summa di tante compagne di banco al liceo, una sintesi degli innamoramenti. Poi, una volta definito, il personaggio è andato avanti da solo, è cresciuto ed è diventato adulto. Per me funziona sempre così: a un certo punto è il personaggio che prende il controllo di se stesso… non sono giochi pirandelliani, ma il fatto è che se il personaggio è costruito con cura poi, negli eventi che l’autore immagina e nei quali lo cala, non può che comportarsi in coerenza con se stesso. Spero di essermi spiegato.

Nel romanzo si fa spesso accenno alla differenze culturali fra il 1975 ed oggi, cosa salverebbe di quegli anni?
Credo che in ogni anno, o in ogni decennio, ci sia sempre qualcosa da salvare. E ovviamente qualcosa da dimenticare. Basta mettersi in una prospettiva corretta, soprattutto meno individuale e soggettiva. Da noi, per esempio si cominciava ad andare verso gli anni di piombo, ma in America intanto Bill Gates fondava la Microsoft, e Bruce Springsteen cantava Born to run. Ora, a livello globale, il nostro terrorismo è stato un tragico sospiro, ma Bill Gates ha costruito il futuro dell’umanità. E in quell’anno finiva anche la guerra del Vietnam. Insomma, credo che nel gran fiume della storia non si possa mai isolare un segmento e definirlo migliore o peggiore di altri… tutto scorre. Senza contare il dato personale: un adolescente nel 1975 considererà sempre le sue canzoni del cuore come meravigliose, anche se in prospettiva non entreranno mai nella storia della musica.

Lei che ricordi ha del periodo del liceo?
Splendidi. Ricordo poco delle elementari, niente delle medie, tutto del liceo. L’università naturalmente è più presente. Al liceo entri poco più che bambino, ed esci appena meno che uomo. È il periodo di formazione più importante, almeno per me: fisica, intellettuale, sentimentale (con tutti i problemi e le sofferenze relative). Poi il Cassini che ho frequentato io (un po’ prima di quello del 1975, raccontato nel romanzo) era già una scuola di avanguardia. Avevamo l’assemblea mentre in altri licei ancora non si sapeva neppure che cosa fosse (merito di un preside straordinario), organizzavamo in totale autonomia il cineforum e l’acquisto dei libri in biblioteca, c’erano le commissioni per organizzare l’attività scolastica, il giornale d’istituto, diversi corsi pilota (e una stazione satellitare sul tetto), e molto altro. E si giocava a pallone. E moltissimo di tutto ciò si è riversato nel romanzo.

Quali sono gli autori che hanno influenzato la sua formazione letteraria?
È difficile dirlo, perchè io ho sempre letto molto. Quando feci la prima Comunione i miei genitori dissero agli amici: “Se volete fargli un regalo, che siano libri…”. Ne arrivarono a centinaia. Così potrei citare Salgari e Verne. Naturalmente Stevenson. Più avanti certamente Simenon. E anche Stephen King. Come vede, niente italiani, a parte Salgari che però è sempre stato rinnegato dalla cultura ufficiale di casa nostra. E vogliamo parlare di Liala, una scrittrice straordinaria (chiedere a D’Annunzio), poi confinata nel rosa? Ma siccome faccio il giornalista da quando avevo vent’anni, molte influenze sono venute proprio dalla professione, dal lavoro di inviato che si mette alla scrivania e racconta quello che ha vissuto. Però sono sempre stato onnivoro: ho letto l’Ulisse a quindici anni e mi fece grande impressione. Provai anche a fare i temi in classe, con lo stream of consciousness… Risultato? Risate!

Se potesse intervistare uno scrittore che non e’ piu’ in vita chi sceglierebbe?
Ray Bradbury, o Jorge Luis Borges.

Ci descrive il suo lettore ideale?
Un tipo curioso, che non legga una sola specie di libro ma che spazi fra tutti i generi. I lettori monotematici mi fanno paura, sono quelli che – perchè per esempio hai scritto un noir – credono che tu debba farlo per tutta la vita, e se invece cambi (come mi piace fare, Una lunga storia d’amore è del tutto nuova, per me) ti considerano un traditore. E poi che non pretenda che la storia proceda o vada a finire come piacerebbe a lui. Mi è capitato con Estate nera ma anche con Strega, in precedenza. Ti scrivono che non doveva finire così. Ma chi l’ha detto? Se lo scrivano loro, allora, il romanzo che gli piacerebbe leggere! Devo dire che i lettori addicted, quelli che King ha rappresentato così bene in Misery, e che Kathy Bates ha portato sullo schermo, sono spaventosi… Come quelli che vorrebbero sapere come è fatto un autore, vederlo, parlargli, toccarlo: un autore si dovrebbe giudicare da quello che scrive e basta. Per me dovrebbe essere invisibile. Lo so, sono antiquato, nell’epoca dei reality…

E lei  che tipo di lettore è?
Una volta ero più vorace. Oggi spesso acquisto e metto da parte, in attesa di avere tempo. Il risultato è che ho migliaia di libri in lista d’attesa. Poi magari in vacanza faccio fuori un libro al giorno, anche se è bello grosso.  Adesso comunque ho fatto qualche passo a ritroso, sono tornato alla letteratura di mare (da ragazzino avrei voluto frequentare l’Istituto Nautico e fare il capitano di lungo corso, ma mio padre e mio nonno, entrambi marinai in tempi di guerra, misero il veto). Così ho recuperato La vera storia del pirata Long John Silver (Larsson), Mare di papaveri (Ghosh, un indiano), Suspense (Conrad, un inedito). E ho riletto Pelle d’uomo, di Vittorio Giovanni Rossi, in un volume ritrovato sulle bancarelle. Se posso occupare due righe per Rossi… fino agli anni Settanta ha fatto guadagnare miliardi alla Mondadori, c’erano perfino collane intitolate “I libri di Vittorio G. Rossi”, uno scrittore moderno e raffinato, ex navigante in tutti i mari del mondo, che aveva un motto: “prima bisogna vivere, poi si scrive”. Nell’Italia di oggi non lo fa quasi più nessuno. E se lo sono dimenticato. Scusate la digressione. Comunque sono un lettore ostinato, nel senso che anche se un libro proprio mi fa schifo ne faccio un punto d’onore il portarlo alla fine. Non è giusto, ma è così.

- Che ne pensa della promozione e dell’autopromozione letteraria sui social network?
Ne so poco. Diffido dei social network, sono piazze virtuali dove impera soprattutto l’anonimato, ben che vada il falso. Dunque le pulsioni peggiori di ciascuno di noi. Detto questo, appunto, ne so poco. Ma immagino che sia soprattutto l’editore a doversene occupare. Quanto all’autopromozione, ne so ancora meno. In Italia tutti scrivono (e si definiscono scrittori anche se si autopubblicano un racconto, o lo mettono su internet) e nessuno legge, quindi mi pare che l’autopromozione sia un esito inevitabile.

- Cosa sta leggendo in questo momento?

Due libri in contemporanea. L’istituto per la regolazione degli orologi di Tanpinar e Il seguito dell’Iliade di Quinto di Smirne, cioè un lunghissimo poema, adesso tradotto benissimo per Bompiani da una grossa equipe, che mette insieme in una unica storia le leggende e le tradizioni della caduta di Troia, visto che Omero, appunto nell’Iliade, aveva raccontato solo cinquanta giorni di una guerra durata dieci anni. Attenzione, non è snobberia: in alcuni punti siamo al pulp alla Tarantino…

Grazie mille Remo.

f.parente@araldodellospettacolo.it

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