Frankenstein, 200 anni dopo

Young Frankenstein

Tra mito e leggenda, il fascino infinito del mostro

Agli inizi del XIX secolo, in pieno periodo post Napoleonico e agli inizi del decadentismo romantico ottocentesco, nasceva dalla feconda e visionaria mente di Mary Godwin in Shelley, la storia del Mostro di Frankenstein che ancora oggi popola l’immaginario e gli incubi di milioni di lettori e cinefili. La genesi dell’idea è degna di un film dell’orrore, infatti Ken Russell ne trasse un film, Gothic del 1986 con Gabriel Byrne e Julian Sands. Qualcuno, tempo fa, sull’Avvenire, ne ha ipotizzato una ispirazione meteorologica e “divina”, facendo derivare tutta la storia del Mostro dall’esplosione del vulcano Tambora, in Polinesia nel 1816. Questo cataclisma privò dell’estate l’intero pianeta Terra per i successivi due anni, rinchiudendo Mary Shelley, suo marito Percey, Lord Byron e William Polidori nella villa Diodati in Svizzera e tempestando le notti d’estate del gruppo di scrittori con fulmini e saette in una anomala e macabra stagione piovosa e decadente. Russell, come racconta nel film, mostra i quattro intellettuali alle prese con storie tratte da racconti tedeschi dell’Orrore, Fantasmagoriana, che stimolarono la fantasia morbosa di Byron e scatenarono la scommessa di scrivere, a loro volta, delle storie gotiche e del terrore, arrivando al 1818 alla pubblicazione di Frankenstein di Mary e a Il Vampiro di Polidori ispirato da lord Byron, i due capisaldi della narrativa dell’horror moderno.

Frankestein o il moderno Prometeo, come suggerisce il titolo originale, si ispira al tradimento del Titano Prometeo che portò il fuoco agli umani, o il fulmine più poeticamente, per renderli indipendenti dalla divinità, crudele ed egoistica, che finì per punirlo. Nessuno poteva e può sostituirsi a dio. Mary immagina, anche supportata dagli studi di Galvani sulla stimolazione elettrica degli arti o dei corpi morti, che un fantomatico professore in medicina tedesco, il dottor Frankestein appunto, trovi il segreto della rianimazione dei morti e decida di dare vita ad un vero e proprio corpo inanimato, per dimostrare il potere della scienza sopra a quello divino. L’esperimento, però, comporta la privazione dell’anima alla Creatura informe e condanna il suo creatore alla dannazione e alla morte. Il Mostro, infatti, come un figlio rinnegato, scoperta la sua natura malvagia, si ribella al padre e lo uccide non prima di avergli ucciso la sua amata moglie. In uno spannung tipico del lirismo tedesco, lo scontro tra il creatore e il creato ha un epilogo tragico perché chi dà la vita è responsabile della felicità del generato.

Questa vicenda, tanto terribile quanto sublime ed evocativa, ha ispirato decine di pellicole sia del terrore sia di  parodia.

La prima versione conosciuta è del 1910 e fu finanziata dal magnate dell’elettricità Edison. Life without soul e Il mostro di Frankenstein sono rispettivamente del ’15 e del ’20, preludio alla versione più carica di pathos, Frankenstein di James Whale del 1931 che vide la prima intepretazione di Boris Karloff. Di questa nota trasposizione ufficiale e sonora fanno parte La moglie di Frankenstein e Il figlio di Frankestein entrambi del 1938, vere icone del genere horror ancora oggi. Un personaggio tanto dannato e combattuto con se stesso generò anche parodie, Il cervello di F. del 1948 con Gianni e Pinotto e Bela Lugosi, quindi Frankestein Junior di Mel Brooks del 1974 con Gene Wilder, frutto di una rilettura anche di natura sessuale della vicenda gotica.

La dannata creatura vede altre pellicole, così chiamate crossover, ossia intrecciate con altri personaggi dell’universo Hammer e Universal come Dracula e l’Uomo Lupo, rispettivamente negli anni ’70 e negli anni ’40 con Bela Lugosi e Karloff nemici sul set così come nella vita artistica.

Il mito del mostro è stato ripreso anche in Italia con risultati scadenti e in Giappone nel 1965 con Frankestein alla conquista della Terra dove un bambino, sopravvissuto alla bomba atomica, trova e mangia il cuore immortale di Frankestein e diventa a sua volta un mostro. Film interessante quanto assurdo e divertente. Nel 1975 Frankestein viene riletto in chiave musical con The rocky horror picture show accostando temi trasgressivi come i travestiti e le libertà sessuali degli anni ribelli, mentre nel 1985 si cerca di dare una profondità anche psicologica al dramma con Il Frankenstein di Mary Shelley di Branagh che risulta un flop.

Negli ultimi anni si è ripresa la saga della Creatura, ma senza alcuna verve creativa o innovatrice, banalizzando il tema della ribellione figliale contaminandolo con forme di militarismo fanatico, soprattutto in I, Frankestein.

La Creatura di Mary Shelley, in fondo, nasce dal buio dell’animo umano, da quella piccola ombra che sta alla base del nostro cuore e che tutti coltiviamo nella vita, ma che non tutti mostriamo al mondo. Monstrum, in latino, era qualcosa di prodigioso e non per forza malefico. Solo volgarizzando il concetto nel moderno italiano ha preso un valore negativo. Il Mostro di Frankestein, poi, non ha nome e ha istinti primordiali degni di un essere senza anima, almeno apparentemente. Un corpo, se non amato, diventa violento e restio a condividere con il mondo il suo dolore e così diventa distruttivo. Nessuno può vivere isolato e senza amore. Il barone, suo creatore, vuole sostituirsi a dio e crede nella onnipotenza della scienza dimenticando di avere un cuore e un anima sensibili. L’epilogo è già scritto ed inevitabile.

Il mostro di Frankenstein ci ricorda che non siamo solo involucri, ma nascondiamo sotto una scorza molto spessa e dura un spirito amorevole e pacifico. La bestia, però, è sempre in agguato, oggi più che mai e il suo messaggio epico, storico e mitologico ci serve a mostrarci il nostro lato oscuro e a difenderci da esso.

Frankenstein dà all’umanità una speranza di redenzione e miglioramento e forse, anche per questo motivo, il suo mito non morirà mai.

 

Ramsis D. Bentivoglio




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