Attilio Bertolucci: poeta del cinema

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Come il poeta si innamorò del cinema

Il poeta Attilio Bertolucci scoprì il cinema insieme a Pietrino Bianchi tra il 1925 e il 1930, al tempo del cinema muto, e la scoperta fu coltivata con grande passione leggendo gli articoli del critico Alexandre Arnoux su “Les Nouvelles Littéraires” o conversando con gli amici nei caffè di Parma.

Ma fu dal 1945 che l’interesse per il cinema prevalse sulle altre attività letterarie (non comunque tralasciate): nel ‘45 infatti il poeta accetta l’impegno di cronista cinematografico presso la “Gazzetta di Parma”. Questi straordinari articoli possiamo leggerli oggi in Riflessi da un paradiso, la ricchissima raccolta di quasi tutti gli scritti sul cinema di Bertolucci, curata da Gabriella Palli Baroni per l’editore Moretti & Vitali di Bergamo. Si deve alla Palli Baroni, massima studiosa di Bertolucci, il grande merito di un incessante lavoro filologico e divulgativo sull’opera del grande poeta scomparso nel giugno del 2000.

Scritti sul cinema erano già stati pubblicati dal poeta nel 1991 nella raccolta Aritmie e nel 2000, sempre a cura di Palli Baroni, in Ho rubato due versi a Baudelaire. Note e divagazioni, nella sezione “Pomeriggi al cinema”. La raccolta Riflessi da un paradiso (il cui titolo è tratto dal libro I, cap. XXVIII, vv. 23-24 della Camera da letto) raccoglie gli scritti compresi tra il 1945 e il 1953, anni nei quali Bertolucci esercitò continuamente l’attività di critico cinematografico, scrivendo quasi quotidianamente sulla “Gazzetta di Parma” (qui dal 1948 in una rubrica di terza pagina intitolata Lanterna magica, firmata “Il Portoghese”), collaborando alla rivista “La critica cinematografica” e dal 1952 al romano “Giovedì” di Giancarlo Vigorelli. La raccolta non comprende gli sporadici interventi di cinema su altre testate successivi al 1953, questo perché non si è ritenuto opportuno, indica la curatrice nella Nota iniziale, aggiungere altre pagine a quelle raccolte, «testimonianza di una grande e felice stagione, davvero unica per frequentazione, entusiasmo, piacere della visione, gusto e intelligenza» (p. 46). Unica eccezione Che emozione quando Far Wray lanciava violette nello stivale di von Stroheim, l’articolo pubblicato su “la Repubblica” il 20 agosto 1976 e riproposto con il titolo Il cinema che ho amato.

Tornando ai primi rapporti tra il poeta e il cinema, Gabriella Palli Baroni ricorda – in altra sede[1] – che «Bertolucci aveva scoperto, innanzitutto come spettatore, la decima Musa: un’arte “universale”, capace di “esprimere anche l’apparentemente inesprimibile” senza bisogno di didascalie; aveva scoperto con i primi grandi autori, Gance, Dreyer, Feyder, Lang, Hawks, Clair, Chaplin, “la luce tempo” di Murnau. Aurora fu per lui “vero cinema”, capace di suscitare “vere epifanie nel senso del Joyce” scoperto negli stessi anni, di suggerire la novità poetica delle immagini in movimento, la funzione del silenzio e della macchina da presa, dell’inquadratura e del montaggio, la forza del chiaroscuro drammatico».

La competenza di stile e tecnica appresa con il cinema muto gli torna utile quando nel 1945 inizia la collaborazione come cronista cinematografico presso la “Gazzetta di Parma”. Il cinema è ormai passato al sonoro, affrontato da Bertolucci «con qualche riserva, ma rivelando nelle sue spesso brevi talvolta brevissime (stroncature di grande ironia ed effetto!) cronache, uno sguardo acuto ed essenziale, aperto all’impegno civile e intellettuale, consapevole del fatto che i film debbano restituire lo “spirito del tempo” e l’umana “verità”. Su questi due fattori Bertolucci insiste, mentre sottolinea l’importanza della forza narrativa e coniuga le ragioni dell’esistenza con le emozioni, le invenzioni fantastiche e la poesia. Lontano dal calligrafismo e da ideologie, da film a tesi o di cassetta, ostile a censure, sente i valori di necessità e di libertà che devono guidare il regista verso “la poesia del vero”. Ritiene, animato da quello spirito didattico che lo accompagnerà sempre, che il cinema debba essere arte popolare e debba attingere nei temi e nelle forme all’osservazione del reale»[2].

Nell’introduzione alla raccolta, L’officina dei sogni e delle memorie, Gabriella Palli Baroni sottolinea – tra le altre cose – come per Bertolucci il cinema fosse arte ricca e complessa, che non si esaurisce nella visione della pellicola. Profondamente interessato alla attualità dei temi, alla politica culturale, alla necessità di un cinema europeo, al potere educativo del cinema stesso, non trascura tutti quegli aspetti meno visibili, ma che hanno un ruolo fondamentale nella possibilità di “parola” del cinema. Produzione, distribuzione, pubblico, maggiore diffusione di pellicole commerciali appaiono spesso negli scritti di Bertolucci, soprattutto negli articoli pubblicati nella rubrica Lanterna magica e poi, tra il 1952 e il 1953, in interventi più lunghi sul periodico “Giovedì”. Di notevole interesse, sempre nell’introduzione, sono le considerazioni riguardo all’influenza che il cinema ha avuto sulla poesia di Attilio Bertolucci: «ora, e con più forza, riconosciamo, alla luce della conoscenza sempre più ampia che i suoi scritti in prosa ci comunicano, che la sua opera poetica è stata profondamente incisa dalla “decima Musa”, dalla sua essenza come rappresentazione e riflessione sulla realtà, dalla sua natura romanzesca e dai suoi strumenti di stile» (p. 37).

Ma vediamolo all’opera, il Bertolucci critico di cinema. Lasciamolo parlare ammirando la straordinaria capacità di lettura, il saper tratteggiare in pochissime parole la natura del film. Eccolo sul Paisà di Rossellini nel 1946: «È un’opera di nuda, potente poesia che fa onore al cinema italiano e pone Rossellini fra i più grandi registi del nostro tempo. Roma città aperta non fu dunque un miracolo o una fortunata combinazione, se a distanza di un anno Rossellini ha saputo darci quest’altro film, quest’altra dolente cronaca nello stesso inconfondibile stile, ridotto anzi più essenziale, severo e schivo di facili effetti»[3].

Su Arsenico e vecchi merletti di Frank Capra (USA 1944): «… è una delle più divertenti commedie del nuovo teatro americano. E avrei voluto dire farsa, se a certe orecchie questa vecchia, saporosa parola non suonasse male. Si ride quasi ininterrottamente per due ore, mentre cadaveri e veleni e pazzi e servizi funebri e gramaglie vanno e vengono in una ridda infernale. Un gioco, solo un gioco, ma di una tale fulminea abilità che si resta ammirati…»[4].

Su Gilda di Charles Vidor (USA 1946): «Il film come livello non è più su di quei romanzi a fumetti che escono settimanalmente su “Grand Hotel”. Ma si capisce che gli aviatori americani hanno chiamato Gilda la bomba atomica, dopo aver visto questa Rita (Hayworth n.d.r.) in danze sud-americane»[5].

Su Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948): «… È una domenica di Roma, con sole e pioggia, cucine economiche e quartieri malfamati, mercati e trattorie (abbiamo riconosciuto il Bottaro) e attraverso essa vanno i due, padre e figlio, in una delle più care e commoventi camminate della storia del cinema. Degna, senza scherzi, di quel capolavoro che è il Monello, cui del resto è probabile che Zavattini e De Sica si siano ispirati: nulla di male, anzi. […] non v’è inquadratura convenzionale, ogni gesto e sguardo è vero, ogni ambiente è paesaggio urbano e intenso di luce (o ombra) vera, ogni situazione credibile eppure patetica»[6].

Riflessi da un paradiso è un vero e proprio gioiello per gli amanti del cinema. Lo sguardo di Bertolucci è attento, preciso, essenziale, tecnico ma poetico  allo stesso momento. Il volume è molto ben curato; oltre i riferimenti di pubblicazione, in ogni singolo scritto appaiono le indicazioni complete del film cui fa riferimento e, quando necessario, brevi note della curatrice. La raccolta è inoltre corredata da una Bibliografia che comprende le opere, i carteggi-conversazioni e i documentari di Attilio Bertolucci e i testi critici relativi all’attività cinematografica. È presente infine l’indice alfabetico dei film, dei registi, degli attori e dei nomi degni di nota.

 

Carlo Serafini



[1] G. Palli Baroni, Attilio Bertolucci poeta giornalista, in AA.VV., Parola di scrittore, Bulzoni, Roma 2010, pp. 406-407.

[2] Ivi, p.407.

[3] “Gazzetta di Parma”, 15 dicembre 1946. Siglato “a.b.”

[4] “Gazzetta di Parma”, 19 gennaio 1947. Siglato “a.b.”

[5] “Gazzetta di Parma”, 19 maggio 1947. Siglato “a.b.”

[6] “Gazzetta di Parma”, 27 gennaio 1949. Siglato “a.b.”




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