Willkommen… in Wonderland!

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A teatro come in un Paese delle Meraviglie

Domenica 26 gennaio, ore 18.00 circa, le porte del Teatro di Documenti di Roma si aprono e lasciano entrare gli spettatori muniti di biglietto. Un gruppo di circa cinquanta persone si riversa in sala. Il colore dominante nell’ambiente è il bianco, la sala è predisposta per accogliere un gruppo ristretto di persone che siedono disposte su tre lati della stanza. Il pubblico, per la posizione, si trova faccia a faccia con gli attori. Ci troviamo dentro lo spettacolo.

L’opera è stata diretta da Fabio d’Avino che si è ispirato a Il Canto del cigno di Anton Cechov. L’autore russo scrisse l’atto unico nel 1887. L’ambientazione è la stessa: un uomo, dopo il proprio spettacolo, si ubriaca e si addormenta in un camerino. La differenza tra le due opere, per quanto riguarda la trama, è che nell’opera ottocentesca il protagonista, Svetlovidov, scopre che il suo suggeritore vive e dorme nel teatro e insieme, durante la notte, ripercorrono tutti i successi dell’attore.

Lo spettacolo che d’Avino mette in scena, invece, rielabora questa seconda parte. Il protagonista, durante il sonno, incontra tutti i personaggi che ha incontrato e interagisce con loro. L’attore intende liberarsi dall’immagine del Cappellaio Matto, al quale somiglia smisuratamente.

Il protagonista nonché coautore, Tiberio Ettore Muccitelli, è affiancato da Dalia Di Vezza e Gianluca Lombardi narratore e suggeritore, a suo dire, colui che sa tutto. I tre attori alternano personaggi, saltano tra il sogno, l’opera teatrale e la realtà, assumono ogni volta le sembianze di un personaggio diverso.

I soggetti mettono in scena una comicità al limite del possibile: Ivan Vasilivic, ad esempio, non riesce a chiedere la mano della donna che ama, Natalia Ivanovna, poiché ogniqualvolta cerchi di prendere il discorso, puntualmente i due finiscono per litigare per le cose più futili. A chi appartengono le terre dei buoi? Chi possiede il cane migliore? Persino dopo la proposta e dopo il sì della ragazza, i due continuano a battibeccare.

I richiami all’autore russo sono diversi. Prima dell’immersione tra i diversi personaggi del nostro Mad Hatter, infatti, l’attore cita: non c’è niente di sacro nell’arte – amareggiato per essere stato abbandonato nel camerino dai compagni e dal pubblico che non si sono preoccupati di svegliarlo e prosegue – ma io ho scelto questo posto come Wonderland.

L’opera è velatamente metateatrale. Il teatro diventa un luogo magico dove tutto può accadere, dove si festeggiano i non compleanni, dove dei gatti alquanto strani appaiono e scompaiono improvvisamente e dove i bianconigli girano perennemente in ritardo con l’orologio da tasca.

Giorgia Gentili

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