I premi di Luca Elmi: il David, e fare il cinema che gli piace

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Parla il co-produttore de Il primo re, che ha ottenuto il riconoscimento per la miglior produzione

Nella vita ha fatto prevalentemente altro (si occupa di arredamento), ma l’amore per il cinema c’è stato fin da quando era ragazzino: “Ero un nerd prima che ci fossero i nerd”. Eh già, La rivincita dei nerds è arrivato dopo, nell”84. “Non so se c’è in italiano, ma ti consiglio l’autobiografia di Curtis Armstrong (che in quella pellicola è Dudley ‘Caccola’, ndr), in cui racconta proprio di quegli anni”. ’Esame’ passato per Luca Elmi. Per il quale ieri, a quasi 58 anni, qualcosa è cambiato con il riconoscimento ufficiale nel mondo del cinema. Perché ‘insegui sempre le passioni, e alla fine ce la farai’ pare un motto da film, ma a volte è solo vero. Elmi ha portato a casa il premio produzione ai David di Donatello per ‘il primo Re’ di Matteo Rovere in cui, oltre a essere appunto co-produttore, ha anche recitato nel ruolo di Maccus. Quando la facciamo questa intervista? Voce da milanese gentile e nient’affatto ‘sborone’ come qui (a Roma) l’abbiamo sentita in tante commedie, Elmi mi dice: “Quando vuoi, anche subito. Non ho impegni…”.

Ci credo. Cosa ti manca di più in quarantena o quasi, ormai?

“Il cinema, come puoi immaginare. E i ristoranti, gli amici. Ma non sono molto un tipo da vita sociale”.

Com’è nata la tua partecipazione a Il primo re?

“Per Matteo avevo già fatto una mini parte in un film che si chiama Il campione. Ma stavolta mi sono sentito a disagio a recitare in mezzo a tutti quei ragazzi giovani e fighissimi. L’ego ha sofferto”.

Sarà. Ma ieri sera sei stato ricompensato no?

“Ma figurati, io non ne ho merito. Arrivato a una certa età mi sono detto: ‘Adesso metto un tot di denaro e scelgo un paio di film che mi piacciono’. Uno era questo. Ho incontrato la squadra che aveva già tutto pronto, tant’è che sono arrivato a maggio e abbiamo cominciato a girare credo a luglio”.

Quindi ti ha convinto l’idea.

“Ma sì. Un film in ‘quasi latino’, – non è proprio recitato in latino, c’è anche un po’ di barbarico del nord – che parla della fondazione di Roma… Non voglio dire all’americana, per quanto io sia filo americano. Insomma piuttosto che fare una tragicommedia, un docu-drama, queste cose così, ho detto: ‘Io faccio questo’. Poi sai, Matteo e Andrea (Paris, il produttore, ndr), sono gente cui piace il cinema, non sono ‘artistoidi’. Che andasse bene o male mi interessava poco, era proprio la voglia di fare qualcosa di diverso”.

Questo è l’inizio di una nuova carriera per te?

“Guarda, stavo pensando di fare un film mio, poi è successo quello che sappiamo. Ma spero di arrivarci, di essere adesso qualificato abbastanza. Stavolta non ho fatto granché, diciamo che almeno ho avuto buongusto nella scelta del progetto”.

Il tuo film come lo immagini?

“A me non interessa fare chissà cosa. Il mio regista preferito è Hitchcock, quindi avrei l’idea di fare un thriller. In Italia non se ne fanno perché tutti ti dicono: ‘Va beh, tanto li fanno gli americani’. Il famoso poliziottesco, te lo ricordi? Non ne facciamo più. Per me, se fatto in modo dignitoso, la gente lo andrebbe a vedere. Purtroppo il mondo è cambiato, ci siamo un po’ persi per strada. Forse sarà che una volta avevamo attori così incredibili – Sordi, Gassman, Tognazzi eccetera – che potevi fargli qualunque film intorno. Anche il cinema americano, bello eh per carità, però un po’ i supereroi un po’ la televisione, non è più quello che è stato per me fino al ’95 diciamo”.

Insomma sei un cinefilo ‘classicista’.

“Il cinema lo considero un’arte. Ma la sua funzione è quella di intrattenere. Mi basterebbe solo quello: che la gente passasse un’ora e mezzo spaventandosi, commuovendosi. Emozionandosi. Per me oggi succede troppo poco”. Ma ieri, di sicuro, è accaduto a lui.

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