Sono tornato. Tra analfabeti radicali.

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Un quadro disturbante della nostra realtà

“Eravate un popolo di analfabeti, dopo 80 anni torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”.

Una grande riflessione, che siamo spinti a prendere superficialmente, pensando che sia una bella riga della commedia scritta da Nicola Guaglianone e Luca Miniero per il nuovo film di quest’ultimo, “Sono tornato“, remake del tedesco Lui è tornato nel quale il dittatore zombie era Hitler, mentre in Italia è Mussolini.

La realtà purtroppo, e sottolineo il purtroppo, è che si tratta di metacinema e che il popolo analfabeto è il nostro. Più lo si osserva e più si capisce che è vero.

Stiamo tutto il giorno davanti ad uno schermo – smartphone, Tablet o computer che sia – però non abbiamo appreso nulla.

Siamo analfabeti emozionali, anaffettivi, incapaci di dialogare con le persone che fisicamente ci sono di fronte e siamo analfabeti radicali, ignari del nostro passato, disinteressati a ciò che fu e a ciò che sarà, travolti da un oggi effimero e superficiale.

“Sono tornato” è un film disturbante.

E’ ben fatto, colonna sonora di tutto rispetto e che attraversa epoche e generi, andando da La cavalleria rusticana a Sono un italiano di Toto Cotugno. Non c’è che dire.

Massimo Popolizio gigante nella sua interpretazione di Mussolini, tanto realistica da mettere i brividi a volte e Frank Matano regge bene il ruolo di coprotagonista e di Vegetale o Sdraiato attuale, che dir si voglia.

La storia è lineare: improvvisamente torna a Roma Mussolini e, con i suoi princìpi e pensieri, pensa di ricreare il suo impero, sfruttando però gli strumenti attuali di comunicazione. Si confronta con i social, con la tv e con la società incivile. Si prova a smarcare abilmente ciò che fu, dicendo di non parlare del passato ma del presente. Il problema è che ciò che fu – a quanto pare – lo ricorda solo chi l’ha vissuto sulla propria pelle o le mosche bianche che l’hanno studiato. E gli altri? Alzano il braccio e fanno il saluto fascista.

In Italia c’è stata una dittatura e sembra che la cosa non interessi più di tanto. Il motivo di attrattiva è che sembra una carnevalata: un uomo vestito da Duce va in giro per l’Italia e incuriosisce i passanti.

Questa è la somma che si trae guardando le immagini semidocumentaristiche che Miniero ci propone.

La libertà di pensiero va rispettata, ma quando un pensiero c’è.

Ad alzare il braccio in segno di saluto ci sono extracomunitari che, ove mai l’incubo della dittatura si riproponesse, andrebbero dritti dritti ai lavori forzati, se non peggio. E loro sorridono, fanno ok con il pollice. OK??

E i ragazzi? Dicono che non sono interessati all’argomento, preferiscono fare foto. Alcuni salutano, uno solo, uno solo in tutto il film, alza il pugno in segno di dissenso. Non che sia la risposta giusta, visto che anch’esso rappresenta un’ideologia ormai anacronistica e da sempre inattuabile. Il concetto è che qualcuno risponda con un’idea, un’immagine.

Nel film si sottolinea: “Non esiste una seconda chance, ma la possibilità di fare due volte lo stesso errore”.

Hanno ragione Miniero e Guaglianone, senza giudicare l’uomo, fanno vedere che la noncuranza attuale, nei confronti di un argomento che dovrebbe suscitare profondi sentimenti e reazioni, potrebbe portare a fare due volte lo stesso errore e, forse, non ce ne accorgeremmo neanche, così presi a scattare un nuovo selfie da condividere.

E l’Olocausto? I rastrellamenti? Le leggi razziali? Il Nazifascismo? La povertà derivata delle guerre folli intraprese? L’alleanza con Hitler? Il confino? Tutte queste meraviglie dove sono?

Nel film se ne parla in una scena sola, un monologo nel quale la sempre brava Ariella Reggio ricorda la notte dei rastrellamenti nel ghetto romano e caccia Mussolini da casa sua. La memoria, anche nella messinscena, è confinata nel cervello di una nonna con l’Alzheimer.

Pochi giorni fa è stata la Giornata della Memoria, ma a questo punto è necessario domandarsi: a parte postare belle immagini su Facebook, ma cosa hanno ricordato tutti?
Non si può avere memoria dell’ignoto e ignorare le radici.

E allora citiamolo ancora, questo Mussolini redivivo, perché purtroppo, dice cose reali:

“La democrazia è un cadavere in putrefazione”.

E tutto ciò, oltre che disturbante, è desolante.




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