Goldrake, Jeeg, Harlock: la celebrazione degli epurati

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Sui media le ricorrenze del debutto degli anime più noti: in troppi li ricordano con affetto perché si possa non parlarne. Ma chi li ha espulsi dalla tv?

Sono passati quarant’anni da quando l’Italia scoprì i cartoni giapponesi, e i bambini dell’epoca sono adulti spesso nostalgici: come fanno notare gli Afterhours non si esce vivi dagli anni ’80, nel bene e nel male. E anche gran parte dei bimbi venuti dopo, anche loro cresciuti, sanno bene di che si parla perché gli anime sono stati tra i protagonisti della tv italiana per almeno 25 anni. Se sei del ’75 è probabile che la tua nostalgia si chiami Goldrake o Mazinga, se sei nato 10 anni più tardi si chiamerà Ken il Guerriero o I Cavalieri dello zodiaco. Ed è per questo che ormai le testate, alla ricerca fisiologica del click, trattano come notizia gli anniversari della prima trasmissione, da noi o persino in Giappone, delle serie più famose: si tratti di Candy Candy o di Jeeg Robot d’acciaio.

Goldrake, Jeeg, Harlock: la celebrazione degli epurati: i media ricordano le date in cui gli anime più noti furono trasmessi: in troppi li ricordano con affetto perché si possa non parlarne. Ma chi li ha espulsi dalla tv?

E capita addirittura che il tg più importante della Rai dedichi dei servizi alle ricorrenze della prima volta in cui il tal cartone è stato trasmesso nel nostro paese: è successo con Goldrake e con Capitan Harlock. E si dirà: grazie, fu proprio sulla Rai che li vedemmo, ed è da lì che poi quell’invasione dal Sol Levante ebbe inizio. Vero, fu grazie alla Rai. Soprattutto, va detto, grazie alla lungimiranza di una dirigente del servizio pubblico, Nicoletta Artom, che scoprì ‘Atlas Ufo Robot’ e volle mandarlo in onda, convinta di un successo che poi si sarebbe confermato ben più che una previsione o un auspicio quando nell’azienda già c’era chi storceva il naso. E però, in questa celebrazione postuma di un’epoca irripetibile, c’è un non detto e non è piccolo. Dai nostri teleschermi gli anime, inclusi questi grandi classici che ormai costerebbe pochissimo ritrasmettere, sono quasi spariti da anni, praticamente confinati ai canali a pagamento per agli amatori (otaku, diciamo). Solo dinamiche di mercato? Ai piccoli non piacerebbero più? Non proprio. In realtà è l’onda lunga di un obiettivo che la classe dirigente in senso lato di questo paese si pose subito, non appena l’anime boom era avvenuto: i cartoni giapponesi dovevano sparire.

Perché? Perché avevano causato uno shock culturale che per moltissimi, specie bambini, fu una delizia: è per questo che ancora ne discutiamo. Ma per troppi adulti – intellettuali, politici, giornalisti ma soprattutto genitori – rappresentò invece un avvelenamento delle menti più giovani. I cartoni giapponesi erano violenti e diseducativi, questo si diceva sui giornali, in Parlamento e persino in una nota trasmissione di Enzo Tortora, L’altra campana, anche quella in onda sulla tv di Stato: oggi per fortuna per controllare quegli archivi non c’è più bisogno dell’emeroteca, basta la rete e c’è da sbizzarrirsi. La direttiva fu recepita dalla Rai entro la metà degli anni ’80. Il grande polo privato, Fininvest (oggi Mediaset), fece un’altra scelta: non eliminò gli anime dai suoi palinsesti ma, a evitare ogni grana, cominciò a usare un doppio filtro. Uno a monte, nella selezione delle serie che dovevano essere il meno problematiche possibile (niente più robot, per esempio). Uno a valle, con la censura di intere scene giudicate evidentemente inappropriate e un adattamento sempre edulcorante: trattamento dal quale le opere uscivano deformate. E così salvò capra (gli ascolti, era pur sempre tv commerciale) e cavoli (la non belligeranza delle famiglie). Ma non bastava, perchè all’epoca c’erano ancora decine di reti locali che non dipendendo dalla politica nazionale in modo diretto o indiretto se ne fregavano di ogni diatriba e badavano al sodo, trasmettendo ciò che piaceva. Ecco perché ancora nella seconda metà degli ’80 abbiamo potuto vedere Ken il Guerriero, che si guadagnerà – invano – la sua dose di velleità censorie: se il discrimine è la violenza Goldrake, al confronto, era la vita di San Francesco. E allora la politica passerà alle cattive, in un modo particolarmente subdolo. Per spiegarlo facciamo un salto di qualche anno. Quasi nessuno ricorda più il referendum del 1995, promosso dall’allora Pds, per impedire che i film trasmessi in tv fossero interrotti da spot pubblicitari. Come sosteneva citando Fellini un sempre immaginifico Walter Veltroni, che l’ambiente televisivo l’ha assorbito fin da piccolo (il padre Vittorio è stato come noto un importante giornalista Rai), “non si interrompe un’emozione”. Quella consultazione puntava a prosciugare le casse di Fininvest, il cui fondatore Silvio Berlusconi era da poco sceso in politica. Intendimento legittimo, ma presentato con motivazioni ipocrite che peraltro erano difficili da rendere appetibili all’opinione pubblica. Tanto che i promotori furono sconfitti.

Ma quel referendum non nasceva da un’intuizione del momento, si rifaceva a qualcosa che era già stata fatta: colpire un bersaglio in modo legale, ‘pulito’, e facendo finta di perseguire tutt’altro scopo. Qualche anno prima, nel 1990, era entrata in vigore la legge Mammì sul riordino del sistema radiotelevisivo. La quale, tra le altre cose, ha proibito la pubblicità durante la trasmissione dei cartoni. Decisione che quando la norma fu approvata venne giustificata con i “valori etici” e la “tutela dei minori”, perché evidentemente anche gli spot erano diventati pericolosi. Coloro che importavano cartoni, li adattavano, li doppiavano e ne commissionavano le sigle (per dire che, dopo l’importazione, c’era anche un pezzetto di Pil in ballo) si fecero sentire con il Parlamento, avvertendo che in quel modo si distruggeva un intero settore. Non furono ascoltati anche se nessuno fu così onesto da replicare: guardate, l’idea è quella. Fatto questo ci volle ancora qualche lustro per avere una tv ripulita, ma ci siamo arrivati com’era inevitabile. E dunque oggi, leggendo e guardando tutte queste rievocazioni, non si può non pensare che non c’è alabarda spaziale così potente da sconfiggere il fariseismo.

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