“Uomo e galantuomo”, meritati gli applausi alla prima del Quirino

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Estremamente moderna per i temi trattati, la commedia giovanile di Eduardo De Filippo non viene stravolta dall’amore-omaggio del regista Alessandro D’Alatri e della recitazione della compagnia, capitanata da uno strepitoso Gianfelice Imparato

Nel trentennale dalla morte di Eduardo De Filippo, anche il Teatro Quirino di Roma rende omaggio all’intramontabile genio dell’intellettuale napoletano. Lo fa ospitando sul palcoscenico la commedia in tre atti “Uomo e Galantuomo”, scritta nel 1922 e inserita nel ciclo della “Cantata dei giorni pari”. A curarne l’allestimento nello stabile romano, dove sarà presente fino al 23 novembre, è il regista Alessandro D’Alatri che si è avvalso della preziosa collaborazione di Gianfelice Imparato. Come lui stesso racconta, “tutto è nato durante le pause di lavoro di “Tante belle cose” quando in cerca di uno spazio fumatori mi ritrovavo clandestino assieme a Gianfelice Imparato. L’affetto, la stima, il divertimento che mi procurava la sua “napoletaneità” stavano gettando le basi per farmi abbracciare da vicino Eduardo”.

Trovato un imprenditore che credesse nel progetto e stanziato il budget, andare in scena con la commedia è stato un passo naturale e abbastanza veloce. Entrambi si sono trovati d’accordo nell’omaggiare l’opera di Eduardo senza stravolgimenti.  “Ho evitato con cura l’imitazione pur mantenendomi fedele al testo – ha precisato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera Gianfelice Imparato – per costruire il mio Gennaro sul mix di tradizione e tradimento del personaggio in cui ho amplificato la modernità degli aspetti umani”. Una scelta dettata dalla necessità di evitare le trappole lasciate in eredità dal grande Eduardo e dalla sua interpretazione.

_DSC7735Ancora oggi la commedia “Uomo e galantuomo” viene rappresentata e continua a riscuotere applausi e consensi nel vasto pubblico (tanti i giovani in sala presenti alla prima al Quirino di Roma),per due motivi principali: innanzitutto i temi e i messaggi veicolati dal testo teatrale sul quale lo stesso Eduardo mise mano più volte a distanza di tempo, poi i tempi e i ritmi perfetti di una commedia a tratti napoletana che sa divertire e intrattenere il pubblico, anche quello più riottoso. Eduardo si è dimostrato un abile alchimista giocando con gli ingredienti a sua disposizione, scavalcando i muri predefiniti dei generi teatrali e della lingua, dello stile.

Già dal titolo l’opera giovanile di De Filippo, che segna il suo passaggio dalla farsa al teatro di prosa, racchiude il significato profondo dei suoi versi napoletani: il labile confine fra essere e apparire, il vero dramma della classe borghese che rende ancora più “misere” le vite di chi, come la compagnia di attori guidata da Gennaro, lotta quotidianamente per la sopravvivenza. E allora si ride anche di questo, della differenza di ceto e di lingua che caratterizza i due mondi inconciliabili, ma le risate non possono che essere amare. Proprio come la vita di quel proletariato che si inventa e reinventa pur di guadagnarsi il pane, disposto a tutto, anche a mettersi (infelicemente) in gioco. Perché loro sono “scavalcamontagne”, tanto per citare la cruda riflessione dello stesso capocomico.

Poi i temi del tradimento, della pazzia, il ruolo dell’attore nella società contemporanea e le difficoltà delle compagnie itineranti completano un quadro di un’attualità sconvolgente, cristallizzata nelle felici intuizioni dell’autore. La pazzia è l’estemporanea risoluzione di un conflitto, in questo caso lo stratagemma per salvare la reputazione di don Alberto e di Bice. Ma essa può andare oltre e aprire nuove strade che penetrano nell’anima dei personaggi: “Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”, scriveva Alda Merini ne “L’altra verità. Diario di una diversa”.

Alessandro D’Alatri ricostruisce il mondo di “Uomo e galantuomo” rendendo nella sua pienezza tutto questo caleidoscopio di emozioni, risate e spunti di riflessioni senza però mostrarsi un cieco pedissequo. La sua regia è attenta e comunicativa, riesce lì dove altri adattamenti hanno toppato, ovvero avvicinandosi a quella macchina perfetta, scandita dai precisi tempi comici, a cui aveva dato vita il grande Eduardo De Filippo. Senza banalità o stravolgimenti e arricchendo il copione con la sua sensibilità.

Bravo lui, ma bravi anche Gianfelice Imparato e la compagnia di attori in cui spicca Giovanni Esposito nel ruolo del suggeritore Attilio: è strepitoso nel rendere ancora più vero e per certi versi paradossale il suo personaggio farsesco.

Il sipario si apre mostrando un albergo di una piccola località di mare, Bagnoli. Qui una sgangherata compagnia di attori, “L’eclettica”, sostenuta economicamente dal generoso don Alberto De Stefano (Valerio Santoro), sta provando per mettere in scena il dramma di Libero Bovio “Malanova”. È proprio durante le prove di questi attori senza talento, guidati dal “pomposo” capocomico Gennaro (Gianfelice Imparato), che la commedia raggiunge il suo apice di risate e humour farsesco.

1° FOTO GIANFELICE IMPARATOL’esibizione penosa della compagnia è interrotta dall’arrivo di Salvatore (Gennaro Di Biase), fratello di Viola (Antonia Truppo), la primadonna messa incinta dal capocomico. Salvatore aveva precedentemente incontrato don Alberto, il quale lo aveva scambiato per il fratello della sua misteriosa amante Bice, anch’essa incinta. Sentendo che il fratello è venuto per reclamare il matrimonio riparatore, don Alberto, un vero galantuomo, lo rassicura sulle sue intenzioni: sposare la donna e riparare al danno.

Dal colossale equivoco che si è generato ne uscirà malconcio l’incolpevole Gennaro, accusato dal fratello di aver traviato don Alberto. Nella fuga del povero capocomico per evitare le mazzate, rocambolescamente gli cade sui piedi una pignatta con dentro acqua bollente: era la pentola in cui la compagnia stava cucinando la pasta.  Fortunatamente per lui incontrerà un dottore, il conte Carlo Tolentano (Giancarlo Cosentino) che, mosso a compassione dell’ustionato, lo porterà nella sua casa per curarlo.

Nel frattempo don Alberto, venuto a sapere l’indirizzo di Bice, si è recato alla sua casa per chiedere la sua mano: ma qui scopre che Bice è sposata ed è la moglie di Tolentano. Alberto, vistosi scoperto dal conte, si finge pazzo per ingannarlo. Un’interpretazione così perfetta che il delegato, chiamato del proprietario di casa e accompagnato da una guardia, decide di incarcerarlo.

Tolentano, nel frattempo, indovinata la finta pazzia di Alberto lo mette alle strette: o si farà ricoverare in manicomio come pazzo, salvando così l’onore di marito tradito, oppure sarà ucciso da un colpo di rivoltella per lavare la macchia al suo blasone. Però anche Tolentano ha uno scheletro nell’armadio: scoperta dalla moglie Bice al relazione con un’altra donna, finirà anch’egli a fingersi pazzo per evitare le ire della donna. Solamente allora Alberto potrà essere liberato.

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