Ascanio Celestini, identikit di un idealista contemporaneo

Ascanio Celestini, spettacolo "Fabbrica"Teatro Ambra JovinelliRoma Marzo 2007

Dalla lettura al suo nuovo film, Viva la sposa

In occasione della rassegna CassinoOFF, Ascanio Celestini si è raccontato a L’Araldo dello Spettacolo prima di esibirsi in Niccioleta, una lettura nata da un’idea di Andrea Camilleri.

Era il 13 giugno 1944 quando i reparti nazisti e fascisti invasero Niccioleta, una piccola cittadina toscana.

Sei minatori verranno fucilati, altri 77 giustiziati, 21 spediti in Germania. La loro colpa è stata quella di non essersi presentati ai posti di polizia fascisti e tedeschi a causa di un manifesto di estrema Destra, affisso in tutti i comuni della provincia di Grosseto.

L’eclettico artista romano ha confezionato un nuovo monologo, delicato ed emozionante. Celestini ci ha inoltre svelato delle anticipazioni sul suo nuovo film dal titolo provvisorio Viva la sposa.

Che cosa significa trattare una strage come quella delle Fosse Ardeatine in Radio Clandestina o di Niccioleta, nel paese delle stragi non solo dimenticate ma anche impunite?

Nel 2000 fu Mario Martone a propormi il testo di Radio Clandestina. Avevo già lavorato sul tema della Seconda Guerra Mondiale e conoscevo la vicenda delle Fosse Ardeatine però per me che lavoro sul racconto orale era difficile fare uno spettacolo sul quella storia perché in quel caso la memoria è stata falsata.

Nei suoi spettacoli sembra quasi cercare di abbattere la cultura del pregiudizio. Si può riuscire a cambiare la mentalità di quel paese piccolo piccolo di cui ci parla nei suoi monologhi e quanto ha influito nel suo lavoro la scelta di rimanere a vivere nella borgata dove è nato?Del libro di Alessandro Portelli mi ha colpito la pluralità di voci che mi hanno consentito di mettere in luce tutte le contraddizioni della vicenda. Niccioleta è una lettura che nasce dall’incontro con Andrea Camilleri che ha proposto a me, Marco Paolini e Marco Baliani tre storie da raccontare. Ognuno di noi ha elaborato il racconto a suo modo. E’ la storia di una strage ma soprattutto una storia di un gruppo di lavoratori che protegge il loro lavoro. Facevano i turni di guardia alla loro miniera a Niccioleta per impedire che i tedeschi la facessero esplodere. I tedeschi giungeranno a Niccioleta con ben altre intenzioni. Perciò è prima di tutto una storia di lavoro alla quale ho collegato la storia dei morti in miniera di Ribolla nel 1954 e poi concludo con un pensiero agli operai dell’Ilva.

Fondamentalmente sono rimasto a vivere a Morena perché ho trovato casa lì (ride, n.d.r.). Inizialmente non è stata una scelta culturale poi magari lo è diventata. Il mio è stato quasi sempre un lavoro di natura etnografica e antropologica, cercando l’altro molto vicino casa senza andare dall’altra parte del mondo.

Non affronto dei temi per denunciare degli scandali, perché si rischia di fare uno spettacolo politico noiosissimo. Scelgo delle belle storie che raccontino l’individuo. Niccioleta invece è un racconto abbastanza didattico però solitamente quello che mi interessa di più è raccontare le contraddizioni insite nell’uomo.

Il linguaggio evocativo che lei utilizza nei suoi spettacoli spesso può apparire un po’ ostico perché non immediato. Che impressione ha di quelle persone che escono dai suoi spettacoli senza aver capito nulla? Le fanno rabbia, compassione o le danno speranza?

Ascanio Celestini

Certe volte è molto strano. Non è il caso di Niccioleta perché è un racconto molto semplice ma mi rendo conto che La Fila Indiana può apparire più complessa. Per esempio alla fine de I Discorsi alla Nazione, faccio un discorso becero e populista, dove faccio dire a Gramsci delle cose che non direbbe mai. Poi viene gente dietro le quinte a complimentarsi convinta che Gramsci direbbe così.

Altre volte mi è capitato di recitarlo fuori dal teatro davanti a delle persone che erano convinte fossi un politico e che addirittura mi rispondevano. Se i giornalisti insultano i politici, le persone invece che riflettere sulla descrizione delle persone o degli eventi, si caricano di una rabbia infantile. Quando Berlusconi dice “meglio avere la passione per le donne che essere gay”, va a lavorare su un pregiudizio radicato. Oppure quando il cardinale Bagnasco venne accusato di aver detto che gli omosessuali sono pedofili, anche se il suo discorso era più elaborato, la sua operazione, voluta o non voluta, è stata quella di associare due termini come omosessualità e pedofilia verso i quali esiste un pregiudizio molto preciso.

Allora noi che facciamo letteratura come ci relazioniamo con un pubblico abituato a questo linguaggio? Per questo accade che in molti miei spettacoli lo spettatore riconosca il linguaggio televisivo a cui è abituato e confonda il senso di ciò che sto cercando di comunicare. E non parlo sono delle persone comuni, anche i critici spesso hanno sbagliato.

Renato Palazzi, il critico del Sole 24 Ore, ha detto che facevo apologia del terrorismo perché lo faceva il personaggio che interpretavo. Ma per caso quando Amleto muore chiamiamo l’ambulanza?

E’ facile confrontarsi con delle persone che la amano, ma come si relaziona con coloro che sostengono addirittura di odiarla?

Anche questo è molto difficile. E’ una contraddizione interessante. Io non salgo sul palcoscenico in calzamaglia con il teschio in mano.

Io salgo più o meno come mi vesto nella vita, parlando allo spettatore direttamente ed è anche facile che le persone si identifichino in me. Fondamentalmente però credo che le differenze tra me e chi sale sul palco in calzamaglia e col teschio, siano pochissime. In questo modo di fare teatro c’è un tentativo di accorciare le distanze tra l’attore e lo spettatore però poi la quarta parete rimane la stessa.

Apre La Fila Indiana affermando: “Se il mondo è tutto ciò che succede, allora non sta succedendo nulla”. I suoi spettacoli sono chiaramente mirati ad un viaggio verso la consapevolezza. 

Io spero che la scrittura in generale aiuti ad acquisire un altro punto di vista, mettendo in discussione quello che abbiamo già. In Hotel Savoy di Joseph Roth, il protagonista, tornando dalla guerra e osservando le stratificazioni sociali che si sono create, sostiene di sentirsi più un cittadino dell’hotel che non un cittadino di una determinata nazione, forse un giorno tra cent’anni saremo tutti così.

Io credo che oggi questo stia per verificarsi. Siamo tutti meno legati alle nostre realtà locali e sempre più cittadini del mondo. Questa perdita di radici può essere una condizione sfavorevole ma di fatto è il futuro.

L’arte deve mirare alla consapevolezza di questo spaesamento. Berlusconi è stato solo il sintomo di una malattia, forse la causa.

Ha detto di aver molto amato i romanzi di Pasolini. Crede di aver ereditato da lui la dose di cinismo presente spesso nei suoi spettacoli?

Penso che il cinismo sia una tecnica letteraria come dimostra Jonathan Swift, che rende evidente la questione anche mostrandola in maniera grottesca. Le barzellette cattive per esempio utilizzano un linguaggio violento per mettere in luce qualcosa di molto concreto. Quel tipo di cinismo mi sembra efficace per evidenziare delle contraddizioni.

La Pecora Nera è stato uno degli esordi cinematografici più interessanti degli ultimi anni. Che rapporto ha con la follia?

Un infermiere che ho intervistato mi faceva l’esempio di quando, non convinti di aver chiuso la porta della macchina, torniamo indietro per verificare. “Ecco”, mi ha detto, “tu immagina di farlo all’infinito”. La follia è molto spesso un meccanismo che appartiene a tutti, un disagio che qualcuno riesce a gestire meglio, qualcuno male, qualcun altro per niente.

Ho incontrato un gruppo di persone seguite da un servizio psichiatrico e parlando con uno di loro, mi diceva che sentiva le voci, che c’erano dei periodi durante i quali a causa dell’assunzione di alcuni farmaci smetteva di sentirle. Eppure mi ha detto che un po’ desiderava sentirle perché non voleva questa pulizia totale della sua testa.

Chi vive un disagio mentale evidente, in realtà vive dei disagi che viviamo tutti noi, solo che ormai sono diventati ingestibili. Non voglio dire che siamo tutti matti ma che in fondo nessuno lo è davvero.

La rivedremo presto dietro la macchina da presa?

Sì. Ho iniziato a fare i provini e, se tutto va bene, comincio a girare alla fine di ottobre. Faccio difficoltà a parlare del soggetto perché è un po’ complicato. E’ la storia di una gran quantità di personaggi che vivono in maniera molto fatalista e che rischiano continuamente di finire male. Non tutti finiscono male, qualcuno per caso per fortuna si salva.

Il titolo provvisorio è Viva la sposa perché al di sopra della storia di tutti questi personaggi c’è un’attrice americana che è andata in coma in Italia, che si risveglia, si innamora del Belpaese e dopo essersi sposata comincia un lungo viaggio di nozze per tutta l’Italia.

Poi i personaggi di questa storia la vedono continuamente o dal vivo o in televisione o ne parlano mentre lei viaggia. Come simbolo di questo loro fatalismo vedono questo fantasma buono che si aggira in un paese che non è neanche più devastato ma senza una direzione.

Ultima domanda, il suo sembra essere il perfetto identikit di un idealista. Oggi è ancora possibile esserlo?

Io sono anche molto ottimista, vedo che c’è tanta gente che fa bene. Solo qualche giorno fa parlavo a cena con degli amici sostenendo che è possibile fare un lavoro che ci piace. Tutti mi davano dell’idealista, dicendo che il lavoro è qualcosa che si fa solamente per guadagnare mentre il piacere risiede in altre cose. Fortunatamente non tutti la pensano così.

Per me, esiste un lavoro che non si fa solamente per guadagno ma anche per il piacere di farlo volontariamente. C’è un tempo del regalo, del dono. Domani andiamo a Torino in Val di Susa dove i NoTav stanno facendo da anni un lavoro importante.

Recentemente ho parlato con una ragazza che faceva parte di un altro movimento territoriale per fermare la costruzione di una base militare americana. Mi disse che secondo lei avrebbero comunque costruito la base ma ma che lei la sera preferiva stare al presidio piuttosto che al pub con le amiche e che questo rende la sua vita migliore.

Ecco perché credo che ci siano molte persone che stanno frenando la deriva di questo paese.

Rosa Maiuccaro

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