Un trans, una giovane madre siciliana e la loro lotta in Malarazza

Malarazza

Paolo Briguglia e Stella Egitto raccontano il dramma e la violenza della periferia 

È nelle sale in questi giorni, distribuito da Mariposa Cinematografica, un film coraggioso e intenso, Malarazza. Il regista catanese Giovanni Virgilio rappresenta sul grande schermo la storia emblematica di una realtà sociale di periferia complicata e dura come quella siciliana, ma anche quella tragica di una condizione ancora troppo svantaggiata e maltrattata come quella della donna. Due straordinari interpreti siciliani, Paolo Briguglia e Stella Egitto, raccontano due aspetti diversi dello stesso drammatico mondo che ruota attorno all’universo femminile e delle periferie urbane.

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Non c’è compiacenza verso la violenza in Malarazza, in questo film si respira il desiderio di raccontare con realismo e umanità una dolorosa storia di periferia dai tratti molto universali. Stella Egitto è Rosaria, una giovane mamma, moglie di Tommasino Malarazza (David Coco), esponente di una nota famiglia mafiosa del quartiere Librino a Catania. Figlio di un boss potente, Tommasino oggi è un criminale in declino che esercita tutta la sua violenza soprattutto sulla giovane moglie e che spera di rifarsi un nome un giorno attraverso suo figlio adolescente, Antonino (Antonino Frasca Spada). Rosaria, sistematicamente maltrattata e umiliata dal marito da anni, dopo l’ennesima violenza decide di fuggire per costruire per sé e per il figlio un futuro migliore. Il suo unico rifugio sicuro è la casa di suo fratello Franco (Paolo Briguglia), un transessuale, un uomo colto però costretto a prostituirsi per sopravvivere, che vive ai margini della società nel quartiere a luci rosse di San Berillo. Il nuovo boss emergente Pietro (Cosimo Coltraro), detto U Porcu, tiene però tutti sotto il suo potere e presto comincia ad esercitare la sua influenza anche sul giovane Antonino ostacolando in tutti i modi il desiderio di riscatto di Rosaria.

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Paolo e Stella, i vostri due personaggi incarnano due aspetti diversi della condizione femminile, entrambi drammatici e tragici, ma importanti da raccontare e conoscere. Come vi siete preparati per interpretare con tanta intensità i vostri due ruoli?

Paolo Briguglia: “Con Giovanni Virgilio abbiamo lavorato tanto sulla sceneggiatura, io ho seguito il soggetto sin dalle prime fasi. Era importante per noi che il personaggio di Franco non fosse solo funzionale alla storia, ma che fosse anche l’occasione per raccontare il mondo dei trans e in particolare di quel quartiere. Questo potevo farlo solo andando a San Berillo, dove vive Franco. Sono andato da chi vive veramente quella realtà, sono entrato in questi bassi con loro e ho immaginato tutte le persone che passano di lì. L’incontro è stato bellissimo, ho potuto parlare con questi trans senza giudizio e ho potuto ricostruire tutti i frammenti emotivi che mi mancavano. Per il mio personaggio, che non è un trans ma un travestito, sono stato anche battezzato da loro come Sheila. Giovanni e io volevamo che Franco non fosse solo un trans spumeggiante, un personaggio pittoresco, divertente, certamente tragico ma sempre un po’ sopra le righe, di lui abbiamo voluto rappresentare anche un aspetto più intimo, personale e umano. Lo abbiamo colto fuori dal momento lavorativo, dentro casa sua, nella solitudine della sua miseria, mentre con le sue stoviglie vecchie prepara e prende il tè con sua sorella. Era un fratello che cerca di salvare sua sorella da una vita segnata”.

Stella Egitto: “Io ho avuto dall’inizio alla fine tantissima paura nell’interpretare questo ruolo, perché raccontiamo una storia quanto mai delicata e lo facciamo con un realismo mai compiaciuto per riuscire a rendere una realtà da guardare e da far conoscere anche al livello delle amministrazioni. Mi sono preparata lasciandomi attraversare da quanto raccontiamo. Ho chiesto di entrare in quella realtà prima di iniziare le riprese. Ho voluto conoscere le persone che vivono in quei quartieri e mi sono confrontata con altre donne che a trent’anni erano già madri di tre figli avuti probabilmente già a 16/17 anni. Ho respirato una violenza in quel mese mezzo che non ho mai respirato in tutta la mia vita. In Malarazza raccontiamo una realtà particolare e una violenza a cui Rosaria decide di ribellarsi. Il film comincia nel momento in cui lei finalmente trova il coraggio di scappare. Rosaria è una donna in corsa e io l’ho voluta rappresentare così. Durante le riprese erano corse su corse con l’operatore di macchina che non riusciva a tenermi a bada. Perché penso che chi decide di alzare la testa, di affrontare la paura, di riscattarsi e fare un salto nell’ignoto lo fa correndo col fiato sospeso”.

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Come avete vissuto interiormente il dramma e la violenza che la storia racconta?

Paolo: “C’è un episodio, accaduto durante le riprese, che mi ha profondamente segnato. Mentre giravamo per strada e io ero vestito e truccato da trans, una volta, in un momento di pausa, un automobilista, scambiandomi probabilmente per una prostituta vera, mi si è accostato e mi ha guardato. Erano gli occhi della conquista, uno sguardo misto tra odio e desiderio, era come se in quello sguardo, che non è lo sguardo dell’amore o dell’innamoramento o anche del corteggiamento, ci fosse qualcosa di molto animale. La cosa che mi ha colpito è stato il disprezzo, lo sguardo di disprezzo verso la prostituta, il trans, però misto al desiderio sessuale. Non sapevo che i trans hanno rapporti con uomini eterosessuali attivi, come il personaggio di Pietro, il capomafia. Questi uomini, forse perché abituati a comandare, hanno bisogno di diventare femmine, docili, e di lasciarsi prendere da una forza, in uno strano scambio tra maschile e femminile. Quello sguardo, misto tra odio e desiderio, ferisce. Sono molti i casi di violenza sui trans che vengono maltrattati, violentati, sfruttati sessualmente e non pagati, è un mondo molto complesso. In quel momento ho capito che il personaggio era riuscito perfettamente”.

Stella: “Sono entrata in questo personaggio in punta dei piedi perché credo che si possa comprendere questa condizione solo vivendola. Penso che se mi trovassi in una situazione come questa farei appello a tutto il mio coraggio per fuggire, ma il personaggio di Rosaria mi ha mostrato anche quali sono le grandi paure e le difficoltà che una donna si trova a dover affrontare”.

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Malarazza racconta di una Catania poco conosciuta e di una Sicilia ancora oggi molto complicata da vivere. Che rapporto avete con la vostra terra?

Paolo: “Io ho trovato un ottimo equilibrio. Mia moglie e io siamo siciliani, viviamo a Roma per esigenze professionali, ma restiamo molto legati alla nostra terra e ogni qualvolta se ne crea l’occasione torno a lavorare volentieri in Sicilia. Ci penso spesso alla possibilità di tornare a vivere a Palermo, ma per ora non è il momento perché mi verrebbero a mancare molte possibilità creative che qui invece ho”.

Stella: “La Sicilia è una terra che colora il tuo DNA, una terra che si ama e si odia al tempo stesso, fatta di contraddizioni e di tinte accese. Non sarei chi sono se non fossi nata lì, ma per tornare ad amare la Sicilia ho dovuto separarmene. Crescendo mi sto rendendo conto che aumenta sempre più il mio senso di responsabilità verso la mia terra. L’urgenza del racconto che sta dietro Malarazza è infatti una delle cose che più mi ha coinvolto”.

Vania Amitrano - Laureata in Lettere, amante dell’arte, dello spettacolo e delle scienze umane, autrice di testi di critica televisiva e cinematografica. Ha insegnato nella scuola pubblica e privata.



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