The Sea of Trees: Gus Van Sant a Cannes

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Patetico e retorico, il regista di Milk, Elephant e Will Hunting delude Cannes e il suo pubblico

Che The Sea of Trees sia un lungometraggio di Gus Van Sant è palese sin dalle prime inquadrature su quel cielo nuvoloso tanto caro e estremamente metaforico per il cineasta. Che The Sea of Trees sia forse il peggior lungometraggio di uno dei registi fondamentali degli ultimi trent’anni di cinema americano, invece, lo si capisce lentamente, immagine dopo immagine mentre la banalissima sceneggiatura di Chris Sparling prende forma nella retorica del vuoto, nella retorica di quel dolore che si cura unicamente dopo aver toccato il fondo. E non senza uno “sconosciuto” aiuto.

C’è un luogo alla base del monte Fuji che si chiama foresta Aokigahara conosciuta come ‘mare di alberi’, ed è un posto in cui tantissime persone ogni anno vanno a suicidarsi. Arthur Brennan (Matthew McConaughey) ha fatto un lunghissimo viaggio per arrivare sin lì giù partendo dagli Stati Uniti. Con lui solo una bottiglia d’acqua, delle pastiglie e una busta misteriosa indirizzata a Joan Brennan (Naomi Watts), sua moglie, che gli spettatori conosceranno grazie a numerosissimi flashback che paleseranno il motivo della disperazione di Arthur. A dare il benvenuto nella foresta all’uomo e alla sua disperazione, tantissimi cartelli che sottolineano la bellezza della vita, la sua importanza, come ultimo disperato tentativo per dissuadere le persone che, come Arthur, hanno intenzione di mettere fine alla propria esistenza. Proprio mentre sta per arrivare alla fine di quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo viaggio, Arthur incontra un uomo di origini giapponesi (Ken Watanabe), provato e malconcio. I due cercano di dirigersi insieme verso i meandri della foresta ma si perdono e nel perdersi instaurano un fortissimo rapporto.

Fin dal principio, fin da quei cartelli che fungono da banalissimo inno alla vita, c’è qualcosa che non funziona nel film di Van Sant. Tutto quello che accade nel lungometraggio si appoggia sulla retorica: ogni frase, ogni azione, ogni scambio di battute, tra Arthur e il suo compagno di ultimo viaggio, è prevedibile e sottolineata da una regia piatta e stanca. Una regia che, nel bene e nel male, Van Sant non ha mai sterilizzato come un questo caso. L’incontro/scontro di due culture agli antipodi come quella occidentale e quella giapponese vivono in dialoghi ai limiti dell’insulto all’intelligenza degli spettatori. Il tutto, come se non bastasse, cullato dalle orientaleggianti e incombenti musiche di Mason Bates.

Patetico e ridondante, il percorso dei due protagonisti del film sottolinea con freddezza il mantra secondo il quale non c’è redenzione se non attraverso un percorso minato di sacrifici. Tematiche carissime a Van Sant, come quella della sopravvivenza e dell’incontro/scontro tra vita e morte, si palesano stanche, tanto stanche che si fa fatica ad ammettere che colui che ha diretto questo film è la stessa persona che ha saputo regalare al cinema capolavori come Elephant, Will Hunting e Milk. Talmente tanta fatica che è meno stancante dimenticarsene.

Sandra Martone




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