Storia Nostra “dalla Breccia all’Americani” al teatro Tirso de Molina

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In scena a Roma fino al 24 maggio un pezzo della storia d’Italia

Forti del successo ottenuto nella passata stagione con Storia Nostra, rappresentato sempre al Tirso de Molina di Roma, anche quest’anno l’autore Toni Fornari e il regista Stefano Messina hanno deciso di riproporre uno spettacolo simile, un sequel incentrato sugli anni che vanno dalla breccia di Porta Pia fino all’arrivo degli americani a Roma durante la Seconda Guerra Mondiale. Una rappresentazione che, mischiando prosa e parti cantate, ha il delicato compito di raccontare gli anni più difficili della storia nazionale appoggiandosi alla metrica e al dialetto romaneschi.

In scena al Tirso de Molina fino al 24 maggio, Storia Nostra dalla breccia all’americani è negli intenti un’operazione drammaturgica interessante perché si propone di raccontare, se non addirittura ricordare, alcune tappe fondamentali dalla breccia di Porta Pia (20 settembre 1870) fino alla liberazione di Roma da parte delle truppe americane (25 aprile 1945). Episodi cruciali che gli italiani sembrano aver dimenticato, come hanno ironicamente dimostrato gli attori interrogando il pubblico a bruciapelo.

Eppure non ci ha convinto la forma scelta della rappresentazione perché si è rivelata un’arma a doppio taglio: se infatti da una parte lo scopo è stato raggiunto, ovvero rendere più gradevole e leggera una materia complicata, dall’altra affidarsi esclusivamente al genere del varietà si è rivelato controproducente. I fatti narrati sono stati banalizzati, non abbiamo percepito il guizzo ironico, tagliente e beffardo di quel Cesare Pascarella di Storia Nostra. Fino alla fine ci siamo domandati: ma i due ingredienti principali della romanità, l’arguzia e la malizia nel vedere e raccontare le cose, dove sono finiti?

Sulla scena sono sistemati bauli e qualche piccolo armadio da cui i sei protagonisti hanno tirato fuori i vestiti dell’epoca. Calandosi nei panni del popolo italiano, hanno spiegato i principali avvenimenti periodo dopo periodo. Si inizia con la Presa di Roma e gli anni difficili del brigantaggio. Poi un saltare intelligente da un argomento all’altro per toccare i capitoli più dolorosi come l’emigrazione in America, il Colonialismo, la Prima Guerra Mondiale o il Fascismo. Senza scordarsi il sacrificio dei partigiani e lo scempio delle Fosse Ardeatine ed esultare poi per la Liberazione d’Italia per mano anche degli americani.

Le musiche originali, alcune sono arrangiamenti di brani storici, sono state composte da Enrico Blatti con il quale Toni Fornari collabora da tempo. Sono loro la nota positiva di Storia Nostra perché gli attori (in particolar modo Emanuela Fresi) hanno saputo intonare e misurarsi con i diversi generi, regalandoci un breve e piacevole excursus.

Poche scintille in una serata avara di emozioni. Emozioni non comandate a bacchetta, studiate a tavolino, ma spontanee, genuine. È forse questa la principale colpa del testo e della regia di Storia Nostra: non aver saputo emozionare.

A ciò ha contribuito la mancanza del giusto affiatamento fra i protagonisti Toni Fornari, Emanuela Fresi, Stefano Messina, Simone Leonardi, Claudia Campagnola e Pamela Massi. Si è notato un certo “imbarazzo” sulla scena. Non è stata serata, se consideriamo anche guasti e problemi tecnici che li hanno accompagnati.

Per carità, non siamo assolutamente contro un teatro di evasione. Anzi, se è ben fatto e stimolante, ne sposiamo volentieri la filosofia. Ma nel trattare una materia così delicata, rifacendosi volontariamente alla poetica del poeta romano Cesare Pascarella, è mancata la giusta energia, la verve, la carica emotiva. Sposando il varietà, che ormai ha fatto la sua epoca, senza un necessario rinnovamento anche stilistico, lo spettacolo è ben presto scivolato nell’ovvio e nel faceto, senza pungere. Si assiste all’opera passivamente e il messaggio “la guerra non bisognerebbe mai farla” rimane sospeso nell’aria. Avremmo preferito una Storia Nostra dal ritmo più veloce, dinamico e stimolante, soprattutto ora che la televisione ha barbarizzato e annichilito. Questo ci saremmo aspettati da Toni Fornari. Un pizzico di cattiveria in più, o almeno di malizia e ironia.




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