Quattro chiacchiere con Ken Loach

il regista inglese Ken Loach

Quattro chiacchiere
con Ken Loach

Tra sociale, politica e arte

il regista inglese Ken Loach Abbiamo incontrato Ken Loach ed abbiamo parlato con lui della querelle con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, di politica e del suo nuovo film intitolato La parte degli angeli. La pellicola vincitrice del Gran Premio della Giuria durante la scorsa edizione del Festival di Cannes.

Mr. Loach, può precisare ancora una volta il suo punto di vista circa il rifiuto del premio assegnatole al recente Torino Film Festival? 

Sono dispiaciuto per quello che è successo a Torino ma non potevo accettare il premio per una questione di principio legata ai diritti dei lavoratori: da mesi infatti, alcuni dipendenti sono stati licenziati e agli altri lo stipendio, già basso, è stato abbassato di un ulteriore 10%. Secondo me il datore di lavoro ha delle responsabilità nei confronti dei suoi lavoratori, specie quelli esternalizzati ma il direttore del museo non era dello stesso parere e se ne è lavato le mani. E questo, in linea di principio, è contro i diritti dei lavoratori.

 

Detto ciò, tentiamo invano un collegamento via skype con Paul Laverty ma lo sceneggiatore ha problemi di connessione: chiediamo dunque al regista di parlarci del suo ultimo film che ha il sapore di una commedia dolce-amara e che, cosa insolita, diverte e intenerisce il cuore.

 

Mr.Loach, questo film è insolitamente allegro: aveva voglia di leggerezza?

Il film precedente era molto duro e parlava della guerra in Iraq: era venuto il momento di sorridere. Volevamo raccontare la storia di alcune persone che, come altre in tutta Europa, non hanno lavoro né futuro. Abbiamo passato del tempo con questa gente e abbiamo scoperto che era molto divertente e ironica: non erano semplici vittime. Personaggi del genere coinvolgono il pubblico e lo spettatore a sua volta si affeziona a loro.

Questo film è un ritorno al passato, ad esempio a “Riff Raff”, o è una nuova strada che porta ad una commedia sociale con happy end?

Le avversità producono comicità: anche nelle circostanze più disperate le persone trovano il modo di ridere. La comicità non è lo zucchero per addolcire la pillola ma fa parte della vita e la commedia è semplicemente una tragedia con l’happy end.

Nel film si parla di whiskey, lei è un appassionato?
Mi piace l’odore ma – non ditelo agli scozzesi – preferisco un bel bicchiere di vino!

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Mr.Loach, lei sembra essere rimasto l’ultimo regista che si occupa di sociale: perché negli ultimi anni il cinema ha perso questa funzione?
Molti cineasti in realtà hanno delle buone idee ma le trasformano e le adattano al mercato. Il problema non riguarda i registi ma chi finanzia i film.

Il regista britannico, una volta sollevata la questione politica, parla delle prossime elezioni in Gran Bretagna e dice che “Vincerà una cosa che si chiama centro-sinistra ma che non credo esista. Se sei a favore dell’economia di mercato, sei di destra, se invece sei a favore di un’economia comune e pianificata sei di sinistra. Chi dice di stare al centro della strada, deve ricordarsi che rischia di essere investito!”

Mr. Loach, in questi anni il mondo è cambiato. Lei ha mai vissuto momenti di difficoltà per quel che concerne il suo cinema?
Sì, soprattutto negli anni ’80: non sapevo come rispondere cinematograficamente agli eventi estremi che stavano avendo luogo nel mio Paese. La situazione era incontrollabile, c’erano scioperi e i sindacati erano in rivolta. Feci dei documentari sulla situazione politica attuale che non poteva essere ignorata ma quattro di essi furono banditi e uno rifiutato. Mi feci la fama di quello di cui non vogliono trasmettere i film e decisi di tornare a dedicarmi al teatro.

Al momento la situazione è critica in tutto il mondo: le è mai venuta voglia di girare in altri paesi, per esempio l’Italia?
In realtà abbiamo fatto dei film in Nicaragua e in Spagna ma il protagonista era britannico. Ci sarebbero tante storie da raccontare ma se vuoi scrivere di una determinata cultura, devi farne parte.

I temi della politica e del sociale, spesso fortemente presenti nei film di Ken Loach, lo portano a ricordare gli anni ’60, quando era giovane e si parlava di crisi del capitalismo. “Ora c’è davvero la crisi del capitalismo. Chi si ricorda quei tempi dovrebbe dire: “ora è il momento di agire”. Abbiamo bisogno di un nuovo modello economico. Ma soprattutto dovremmo ricordarci di uno slogan americano che diceva: AGITARE, EDUCARE, ORGANIZZARE”.

 

Daria Castelfranchi
d.castelfranchi@araldodellospettacolo.it

 

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