“L’età d’oro”: il cinema rivela se stesso

L'età d'oro

Arriva in sala il 7 aprile, L’età d’oro, il film che riprende la figura della pugliese Annabella Miscuglio. Nel cast Laura Morante e Giulio Scarpati

Dal libro di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri nasce l’Età d’Oro, un film che ci ricorda cosa sia il cinema. Scritto insieme a Gualtiero Rosella ed alla regista Emanuela Piovano, il film è una narrazione complessa e forte che racconta la storia vera di Annabella Miscuglio (interpretata da una bravissima Laura Morante nel ruolo di Arabella), una pasionaria del cinema che lotta per tenere in piedi un’arena cinematografica che ha restaurato e che da anni programma quotidianamente con i film che più ama.

Arabella è una sorta di apparizione tra materia e luce che esce dritta dall’ombra della censura: alla Miscuglio  era costata cara la condanna per un programma televisivo Rai sulla prostituzione (AAA.Offresi, 1982), ancora sotto sequestro. E’ una presenza che spinge il proprio figlio, Sid (Dil Gabriele Dell’Aiera) a compiere un viaggio di ritorno nel luogo di origine, dove sarà costretto ad affrontare un passato che non ha mai né accettato né capito.  Sid incontrerà gli spazi antichi dei suoi ricordi e gli amici della madre – Alberto (Stefano Fredi), Bruno (Giulio Scarpati), Rosaria (Giselda Volodi) – una “corte dei miracoli”, come la definisce lui nel film, che si nutriva di cinema inteso come sogno di una intera generazione. Dinamiche relazionali prima di rifiuto e poi, alla fine, di accettazione, porteranno Sid a scoprire il prisma di sua madre, donna complessa e magnetica, di cui era riuscito a vedere, da figlio, solo alcuni aspetti. E sarà proprio lei – ma non vi sveliamo come – a riportarlo a se stesso. In questo viaggio intimo, Sid conoscerà anche Vera (Eugenia Costantini) assistente di sua madre con la sua stessa vocazione nel testimoniare, attraverso il video, la realtà.

Due i registri di narrazione: uno diegetico, con la telecamera fissa, che racconta il qui ed ora; uno extradiegetico, mobile, sotto forma di filmini super otto. Un lavoro difficile da realizzare: “non è stato facile per gli attori e neanche per la troupe – dice la regista – men che meno per il montatore, ma alla fine la sfida si è compiuta, i corpi e le luci e le cose passano con un loro interno movimento, forse rivelatore”. Un’estetica nella quale la regista ha voluto confrontarsi con “la caméra stilo di Alexandre Astruc rivisitata dall’underground degli anni Settanta”. Interessante anche il montaggio “come a cercare anche qui di ricomporre un puzzle cui l’opera aperta degli artisti di quegli anni si era continuamente ispirato”.

Il film è stato girato interamente in Puglia, terra natia di Annabella Miscuglio che fu tra i fondatori della Filmstudio e ideatrice, nel 1976, di Kinomata, il primo festival che parlò al mondo della regia femminile. Ambienti quasi teatrali, con punti luce in scena, aiutano a marcare la differenza tra l’arena all’aperto, dove il cinema vive e pulsa sotto la luce del sole, e il buio della censura e della rimozione, nella casa.  Era una donna molto affascinante, la sua casa era un via vai di artisti internazionali, da Schifano a Godard, da Dominique Sanda a Lou Castel, da Alberto Grifi ad Alvin Curran. “Dopo tanti anni che non la vedevo – dice la regista - mi arrivò una telefonata da lei: Vieni, sto morendo. Sono andata e non l’ho mai più lasciata”.

Anna Maria De Luca

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