“Sacro Gra” conquista Venezia

Rosi

Leone d’Oro al documentario diretto da Gianfranco Rosi, dal 19 settembre nelle sale italiane

Il Grande raccordo anulare è l’incubo dei romani. Non si può certo dire sia lo stesso per Gianfranco Rosi. Il Leone d’oro alla 70esima Mostra del cinema di Venezia è andato, infatti, proprio al documentario Sacro Gra realizzato dal regista italiano.

Quindici anni dopo la vittoria di Così ridevano di Gianni Amelio (anche lui in concorso quest’anno al Lido con L’intrepido), un italiano torna a vincere il premio più importante del Festival. E per la prima volta il Leone d’oro va a un documentario.

Sacro Gra (che dal 19 settembre sarà nelle sale italiane distribuito da Officine Ubu) racconta le storie di tanti personaggi che vivono nella Capitale, dentro e fuori la più grande autostrada urbana d’Italia. Un anello di Saturno che circonda la città – diceva la voce fuori campo in Roma di Federico Fellini - lungo quasi 70 chilometri.

Tra i protagonisti c’è Roberto, barelliere del 118, con una mamma anziana a cui pensare. Francesco che passa le sue giornate a scovare il giusto rimedio per combattere il punteruolo rosso. Il principe Filippo che vive insieme alla moglie Xsenia e la figlia in un castelletto kitsch sulla via Boccea, all’occasione “bed & brefast”, set per fotoromanzi e location per cerimonie. Cesare è invece un pescatore di anguille (l’unico a non essersi presentato a Venezia proprio perchè c’è crisi anche nel suo settore). Ci sono infine il nobile piemontese decaduto e sua figlia, studentessa universitaria, che vivono in un monolocale di periferia. A queste storie principali si alternano anche immagini di prostitute âgée, trans e ragazze immagine. Ognuno con una storia diversa da raccontare.

Apprezzato dalla maggior parte della critica, al Palabiennale il documentario è stato accolto tiepidamente. Molti spettatori durante la proiezione (sarà anche che era il secondo film della serata) hanno abbandonato la sala. E alla fine l’applauso è stato contenuto.

Va dato sicuramente il merito a Rosi di aver portato sul grande schermo le storie di personaggi che hanno “un legame con il passato e con la loro identità, ma non hanno più un luogo che li contiene” come spiega lo stesso regista. Storie di persone comuni che lavorano, che soffrono, che sperano.

Rosi ha seguito per quasi tre anni i personaggi, per poi scegliere il momento giusto per iniziare a girare. Peccato, però, che si abbia la sensazione solo di sfiorare queste storie, senza viverle pienamente, fino in fondo. In alcuni momenti si avverte anche la mancanza di totale spontaneità da parte dei protagonisti. Caratteristica fondamentale per un documentario. Alcune scene sembrano edulcorate, come quella in cui Cesare contesta un articolo sulla pesca delle anguille o quando le due cubiste si preparano alla serata.

Certo con Sacro Gra il Raccordo anulare non verrà più ricordato solo per l’incubo dei romani o per il “Vieni, vieni con me…” interpretato da Corrado Guzzanti nei panni di Antonello Venditti.

Giulia Bianconi

g.bianconi@araldoldellospettacolo.it

Giornalista professionista, laureata in Dams-spettacolo con una tesi su Pina Bausch, scrivo di cinema sulle pagine del Quotidiano Il Tempo. Vedo molti film (anche troppi) e serie tv. Romana, da sempre pronta per vivere a Berlino.

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