L’arte di Alberto Giacometti secondo Stanley Tucci

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Final Portrait, con Geoffrey Rush e Armie Hammer, dall’8 Febbraio al cinema

Giunto al suo quinto film da regista, Stanley Tucci, volto indimenticabile di film di successo come Il diavolo veste Prada, Shall we dance, Amabili resti, The Terminal o Spotlight, solo per citarne alcuni, torna dietro la macchina da presa per parlare dell’artista Alberto Giacometti e del processo creativo che prende forma nel momento in cui decide di ritrarre l’amico James Lord, autore a sua volta dell’autobiografia da cui è tratto il film.

Attori da dirigere niente po’ po’ di meno che il Premio Oscar Geoffrey Rush e il lanciatissimo – nonché bellissimo, ammettiamolo – Armie Hammer, reduce del successo di Chiamami col tuo nome del nostro connazionale Luca Guadagnino.

Il primo nel ruolo di un artista già affermato sulla scena, valutato fior di quattrini ed apprezzato dalla critica e dai collezionisti, il secondo in quello di uno scrittore e mercante d’arte dall’esistenza turbolenta: insieme formano una coppia tanto bizzarra quanto interessante perché il garbato e sempre elegantissimo James si ritrova quotidianamente ad avere a che fare con l’estro e la genialità di Giacometti, sciatto e trasandato.

Una seduta per il ritratto – venduto nel 1990 per ben 20 milioni di dollari – può durare pochi minuti o un’intera mattinata: può essere intervallata da imprecazioni e disquisizioni di vario genere o può essere interrotta dall’arrivo della esuberante Caroline, amante ufficiale di Giacometti.

Con uno stile intimo e curato, Stanley Tucci si insinua nello studio di Giacometti alias Rush e, grazie all’utilizzo della camera a spalla, ci rende partecipi del processo creativo così sofferto e gioioso al tempo stesso, anche mediante i primi piani dei due attori e i dettagli del caotico ambiente catturati quasi vojeuristicamente dalla macchina da presa.

Un processo che vede il pittore concentrato di fronte alla tela, immerso nella sua routine con tavolozza e pennelli, intento nel lanciare improperi contro la suddetta tela e contro se stesso ed infine piegato in avanti, in una posa quasi disperata, mentre viene a patti con la ricerca della perfezione.

Non essendo un grande amante dei biopic, Stanley Tucci ha spiegato in conferenza stampa: “Spesso i film biografici sono una serie infinita di fatti mentre è più interessante focalizzarsi su un unico episodio o su un periodo ristretto; concentrandosi infatti solo su alcuni dettagli, è più facile rintracciare l’essenza stessa della persona”.

rush-final-portraitTutta la vicenda è pervasa dalle tonalità del grigio, lo stesso colore del cielo plumbeo di Parigi e dei tetti dei suoi palazzi, nonostante nella realtà il film sia stato girato nei Twickenham Studios e a Londra, per altro in sole quattro settimane e con un budget ristretto. Gli unici tocchi di colore sono dati dal blu della piscina in cui si tuffa Armie Hammer, dal cappotto giallo di Annette, la moglie di Giacometti interpretata da Sylvie Testud, e dal rosso del rossetto e della macchina di Caroline – Clémence Poésy -, la prostituta amante e musa dell’artista.

Oltre ad essere un riuscito esercizio stilistico, Final Portrait è principalmente un piacevolissimo intrattenimento nonché un interessante approfondimento su uno scultore e pittore che in questo momento è particolarmente in auge, tanto che a Giugno si terrà una grande mostra su di lui a New York, dopo quelle dedicategli a Londra sia alla Tate Modern che alla National Portrait Gallery.

Lo stesso scenografo James Marifield, sfruttando foto e filmati, ha ricreato fedelmente lo studio di Giacometti, polveroso e pieno di opere accatastate, aumentandone solo l’ampiezza per agevolare la troupe.

Un vero e proprio omaggio dunque ad un artista che Stanley Tucci, che con l’arte è cresciuto tanto da studiare disegno all’università, trova fra i più interessanti proprio per via del processo creativo così sofferto che lo ha sempre identificato e per le sue opere senza tempo: “le sue statue filiformi sembrano preistoriche e contemporanee al tempo stesso” ha detto infatti il regista e attore e non possiamo che trovarci d’accordo.

Geoffrey Rush, dal canto suo, ha avuto due anni interi per documentarsi sullo scultore svizzero e la somiglianza risulta davvero impressionante. Unico ritocco: essendo l’attore australiano ben più alto e magro, è stato dotato di abiti imbottiti e larghi che dessero l’idea di una struttura fisica più appesantita.

A conti fatti, Final Portrait risulta essere un lavoro finemente svolto, una ricerca approfondita ed un film non solo interessante ed affascinante dal punto di vista storico-artistico ma anche coinvolgente grazie alla sceneggiatura abilmente scritta dallo stesso Tucci nella quale la verve dei dialoghi, l’esauriente descrizione dei personaggi e la cura sopraffina per i dettagli tout court si amalgamano tra loro dando vita ad un ritratto nel ritratto.

Un piccolo gioiello insomma, dedicato a chiunque voglia discostarsi per un’ora e mezza dalle più convenzionali produzioni hollywoodiane per calarsi nel caos creativo nudo e crudo.




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