Indivisibili, le gemelle ma non i destini

INDIVISIBILI-imoviezmagazine.it-

Storia di freak e di una provincia deteriore

Indivisibili sono loro, Daisy e Viola (Angela e Marianna Fontana), due gemelle siamesi diventate un fenomeno da baraccone perché ancora unite e protagoniste degli eventi e delle cerimonie che si svolgono nella provincia campana.

Il manager/padre (Massimiliano Rossi), la madre tossicodipendente (Antonia Truppo) e tutta la famiglia vivono dei proventi dei concerti delle “Indivisibili” che, si dice, portino anche fortuna. Così le loro apparizioni non sono solamente legate a performance musicali ma presenziano anche ad eventi religiosi in cui vengono toccate come fossero due belle madonnine incollate tra loro.

Il mondo deteriore e deteriorante che le circonda viene attutito dalla loro passione per la musica, finché due uomini sconvolgono gli equilibri delle sorelle e delle loro vite.

Il primo è un chirurgo (Peppe Servillo) che dice alle ragazze che sono divisibili poiché in comune hanno molti capillari e pelle delle cosce, ma nessun organo.

Il secondo è un agente famoso, tale Marco Ferreri (Gaetano Bruno), il cui nome è un evidente omaggio al regista che amava i freak, tanto che realizzò un film su uno di essi e trasformò la bella Annie Girardot ne “La donna scimmia“.

Gli sceneggiatori (Edoardo De Angelis, Nicola Guaglione e Barbara Petrolio) hanno voluto dare un significato profondo alla necessità di cambiamento delle gemelle – anzi di una di queste – immerse come sono nel mondo dell’effimero.

A far prendere a Daisy la decisione di separarsi dalla sorella è il miraggio di un vero amore, come quello che Marco Ferreri le dice di provare per lei.

Da questo momento Daisy non sarà più la stessa e cercherà di far aprire gli occhi anche alla sorella più succube e debole.

Grandissima prova di tutti gli attori del cast, in primis delle gemelle che sostengono con maestrìa scene altamente drammatiche. Antonia Truppo avrebbe meritato il David di Donatello più per questa interpretazione che per quella data in “Lo chiamavano Jeeg Robot“.

Anche dal punto di vista tecnico, il livello del lungometraggio è davvero alto. Fotografia e luci poetiche, riescono a velare di una patina di romanticismo anche gli angoli desolati e desolanti di questa periferia dimenticata da Dio.

1 Comment

  1. Pingback: Indivisibili, un trionfo neomelodico | L'Araldo dello Spettacolo

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>