Il ritorno di Wim Wenders con un 3D in chiave esistenziale

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Il regista tedesco firma un film che racconta la crisi creativa di uno scrittore americano. James Franco, Rachel McAdams, Charlotte Gainsbourg sono i protagonisti di Ritorno alla vita

Un film sulla colpa e sulla redenzione. Dopo l’Orso d’oro alla carriera conquistato al Festival di Berlino, Wim Wenders sceglie di usare nuovamente il 3D in chiave esistenziale, con risultati straordinari, per raccontare una storia che lui stesso sente molto vicina: il senso di colpa in cui si incorre in ogni attività creativa nel momento in cui si usa o si “sfrutta” la vita reale. È giusto utilizzare per il proprio lavoro le esperienze o la sofferenza di altre persone, trasformandole in un romanzo o in un film? “Un caso limite – racconta lo stesso Wenders - è Nick’s Movie – Lampi sull’acqua: si può fare un film sulla sofferenza e la morte di un altro uomo? Fino a dove ci si può spingere e dove bisogna fermarsi? Anche se era lo stesso Nicholas Ray a volere il film, per me la cosa restava un problema con cui confrontarsi ogni giorno”.

Wim-Wenders-RITORNO-ALLA-VITA-07La scelta del 3D in chiave artistica è preziosa e risente dei due anni di sopralluoghi in tutte le stagioni per “interiorizzare i luoghi – dice Wenders – al punto da sapere quasi automaticamente dove piazzare la cinepresa per ogni inquadratura. Questo ha permesso anche una grande libertà agli attori”. Ecco la genesi di un 3D concepito come strumento, “capace di aprire una dimensione completamente nuova di partecipazione emotiva alla storia e ai personaggi”  per raccontare dodici anni di vita di uno scrittore americano dopo il trauma che sarà foriero di nuovi sviluppi nella sua vita e nella sua scrittura. Wenders recupera nella dimensione del 3D la bellezza della composizione dell’inquadratura che lui stesso riferisce ad alcuni grandi pittori, come Andrew Wyeth, il danese Vilhelm Hammershøi e naturalmente il suo vecchio maestro, Edward Hopper. E’ la dimostrazione di come  le immagini in Cinemascope 3D possano conservare la propria indipendenza per “mettere al sicuro l’esistenza delle cose” come auspicava Béla Balázs, il teorico del cinema ungherese degli anni Venti. “Malgrado il flusso continuo di immagini digitali in cui siamo immersi – dice Wenders – credo ancora che possiamo usare le immagini stesse e la narrazione per raggiungere esattamente questo scopo: illuminare e preservare l’esistenza delle cose e delle persone”.

La storia del film Ritorno alla vita nasce da una sorta di “coincidenza” avvenuta anni fa quando Wenders presiedette la giuria del Sundance Script Lab. In quella occasione conobbe il vincitore del festival, lo sceneggiatore norvegese, Bjørn Olaf Johannessen. Tre anni dopo, ecco arrivare il postino con una sceneggiatura scritta apposta per lui. Wenders apre la busta, la legge e resta affascinato dal senso di colpa cosi come è raccontato nella sceneggiatura di Bjørn Olaf Johannessen. Subito la spedisce al suo produttore, Gian-Piero Ringel.

Sono quattro le donne con un ruolo fondamentale nella vita di Tomas: Sara (Rachel McAdams) è la sua compagna all’epoca dell’incidente e quella che probabilmente soffre di più, anche perché Tomas rompe con lei per ben due volte. Kate (Charlotte Gainsbourg), la madre dei due bambini, il cui destino è incrociato in modo speciale con quello di lui; Ann (Marie-Joseé Croze), la nuova compagna di Tomas, con cui vuole formare una famiglia e essere felice, insieme alla figlia di lei, Mina. A lungo Tomas nasconde a entrambe il suo passato e in qualche modo la sua nuova relazione si basa su una bugia. Infine c’è la stessa Mina, un personaggio con una presenza forte nel film, fin da quando è solo una bambina. Tutte e quattro le figure femminile hanno un atteggiamento diretto nell’affrontare i conflitti e tutte costringono Tomas a uscire dal guscio.

James Franco è stato scelto da Wenders come protagonista di questo film non solo per le sue qualità di attore ma anche perché lui stesso è uno scrittore, una persona creativa, e poteva quindi capire il conflitto che è alla base del film. “Gli scrittori – dice Wenders – tendono a proteggere i loro segreti, sono quasi costretti a farlo. Poiché devono trasformare tutto in parole, nel lavoro solitario e enigmatico che fanno attraverso il linguaggio, e non possono rivelare troppo negli incontri e nelle conversazioni con gli altri. Gli scrittori che conosco personalmente – Peter Handke, Paul Auster o Sam Shepard – sono circondati da questo mistero, credo per lo stesso motivo. Tomas fa parte di queste persone enigmatiche, anche se poi gli eventi che deve affrontare lo spingono a reagire e a uscire dal suo guscio”.

Anna Maria De Luca

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