Il giovane favoloso

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Nelle sale l’ultimo film diretto da Mario Martone e presentato a Venezia

Pochi hanno apprezzato veramente Leopardi durante gli studi scolastici. È stato come per Dante e, soprattutto, per Manzoni e i suoi sposi promessi. La vastità e la complessità della mente e della poetica filosofica del recanatese per eccellenza, è sempre stata troppo ampia per le acerbe e annoiate attenzioni di giovani studenti. La storia, nel senso più ampio del termine, non ha lo stesso appeal di materie pratiche, che gli studenti possano maneggiare con le proprie mani ed armi adolescenziali. La storia, la letteratura e la filosofia sono argomenti astratti da studiare, non hanno quell’applicazione che può avere la matematica o la geometria o la chimica. Le materie umanistiche piacciono o non piacciono e si deve sentire nello stomaco e nel cuore l’effetto che suscitano. Così è per Leopardi. L’enorme conoscenza e cultura che quel ragazzo un po’ gobbo, bruttino e represso aveva dovrebbe scorrere come il sangue nelle vene, ma forse l’insegnamento scolastico, l’obbligo di imparare i suoi versi a memoria e lo studio matto e disperatissimo del suo imponente Zibaldone ce lo hanno sempre fatto un po’ respingere o non capire mai fino in fondo. Ennio Flaiano diceva che se si voleva far odiare qualcosa (lui parlava in particolare delle teorie comuniste, ma il concetto si adatta bene a qualsiasi cosa) bisognava insegnarla a scuola, così si era sicuri che gli studenti per molto, molto tempo l’avrebbero odiata. Leopardi non si può odiare, ma forse rifiutare sì.

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Il giovane favoloso, film di Mario Martone trova, con grande abilità e merito, il modo per farcelo amare e non solo rivalutare. Narrando alcuni episodi dell’infanzia, dove già il padre esigeva da lui l’impossibile, fino alla giovinezza castrante in quel di Recanati, il regista riesce a mostrare quanto Leopardi, con un nome del genere, si sentisse come una fiera in gabbia. La sua mente era già moderna, decenni e decenni avanti a tutti i suoi contemporanei e il fatto di non poter nemmeno uscire di casa senza il padre o un precettore, nel suo caso ecclesiastico, lo rendeva irrequieto, per usare un eufemismo.

Il corpo, non potendo spiccare il volo, si era atrofizzato su se stesso, deformandosi all’altezza della spalla sinistra, incurvandolo come fosse sovrastato, senza possibilità di fuga, da un macigno e il peso erano gli avi, la famiglia, l’aspettativa del padre, la severità della madre, il rispetto da suscitare, il destino già scritto da prelato e così via. Se il corpo non mente mai, quella gobba era tutto quello che il povero Giacomo non sopportava, ma che non riusciva a contrastare. In più, come primogenito di tre figli, doveva essere quello di maggior forza e resistenza, invece aveva somatizzato tutto nella salute, fin da bambino cagionevole e debole. Il povero Giacomo trovava la libertà solo nello studio, riuscendo da solo ad imparare il greco antico, l’ebraico e alcune lingue moderne, oltre al latino scolastico. Traduceva all’istante testi di Omero e della cultura ebraica, ma lui voleva altro. Il suo spirito anelava la libertà, quella vera, di viaggiare, vedere, sentire, amare. Tentò una fuga, ma il padre lo riprese in tempo. Giacomo divenne quasi cieco per un periodo e non poté nemmeno più studiare. Alla fine il padre cedette, ma fu come staccarsi una parte del suo cuore.

Una nota sulla madre. Molti pensano che i veri contrasti fossero con il padre e non sbagliano, ma il rapporto più duro era con la madre, ieratica, ancorata ai principi famigliari e incardinata in schemi mentali così rigidi da impedirle qualsiasi forma di affetto. E Giacomo ne soffriva in silenzio.

Finalmente riesce a fuggire da quella gabbia marchigiana e va a Firenze, nella vita mondana. Qui vive con Ranieri, suo amico napoletano, che lo aiuta molto, gli fa vivere esperienze nuove. Insieme conoscono la famosa Fanny di cui si innamorano entrambi, ma Ranieri è più determinato e se la porta a letto. Giacomo, più timido e introverso, l’ama platonicamente e le dedica poesie. Il film non insiste, ma anche Giacomo ebbe le sue storie e le sue amanti. Giacomo vive quello che aveva tanto sognato, completa le Operette morali che hanno un buon riscontro, ma la borghesia ancorata alle proprie convinzioni post illuministe e razionaliste non le valuta per il giusto valore. Giacomo non perde fiducia, ma la tristezza di una vita non vissuta appieno e con le soddisfazioni che sente di meritare, si fa sentire. Il pessimismo che gli viene imputato è ingiustificato. È un ragazzo pieno di speranze per un futuro migliore dove la vera libertà di azione fosse sia di pensiero che reale e pratica. Giacomo si trova a cavallo tra il razionalismo scettico del settecento illuminista e i moti del quarantotto che apriranno le porte al vento di rinnovamento che vedrà il culmine con le Guerre di Indipendenza. Giacomo è lo spartiacque di quel mondo, ancora vecchio, ma che sta spurgando tutto con fatica. Come tutti i geni della storia era troppo avanti per poter essere compreso e, infatti, fino ad inizio novecento non sarà valutato quanto merita.

maxresdefault_01Il film è ambizioso e notevole. Ha il pregio di essere stato ambientato nei luoghi reali, nella casa biblioteca-museo che tanto lo ha afflitto, ma che tanto gli ha dato. Con molta delicatezza Martone ha rievocato le lettere da cui è tratto il film, le persone da lui incontrate, le esperienze vissute, le persone frequentate, compresi i fratelli grazie ai quali ha superato notevoli ostacoli in famiglia.

Il punto forte, infine, è la declamazione da parte del bravissimo Elio Germano, delle sue poesie, contestualizzandole nell’ambiente in cui sono nate, creando atmosfere di vero lirismo, toccanti e commoventi. L’Infinito e la Ginestra su tutte.

Dicevamo di Germano, il bravissimo e intenso interprete di questo piccolo gioiello della memoria, davvero immerso nel suo personaggio, a cui riesce di dare vita e forma con intima conoscenza di sé. Non esagera mai, ma con la sua discrezione emergono quei tratti umanizzanti che solo dai testi di Leopardi non potevano uscire. Anche se il film non ha avuto premi, il pubblico ha capito il film e l’affluenza nelle sale lo dimostra.

Dovrebbe essere proiettato a scuola per gli alunni che forse, grazie ad esso, potranno vedere con occhio nuovo e diverso un genio della cultura italiana non ancora compreso del tutto e che ad ogni lettura mostra qualcosa di nuovo e lungimirante. Forse solo Goethe e Rousseau , quasi contemporanei, erano al suo livello, di pensiero e di lirica.

I soli 39 anni di Leopardi lo hanno reso immortale e favoloso…

Forse l’unica nota non positiva fino in fondo, è la durata notevole e la mancanza di cali di tono che alleggeriscano un po’ la narrazione, ma questo è solo per trovare un difetto.

VOTO 4/5    

IL GIOVANE FAVOLOSO

regia: Mario Martone

attori: Elio Germano, Anna Mouglalis, Isabella Ragonese, Michele Riondino, Iaia Forte, Massimo Popolizio, Federica de Cola, Edoardo Natoli, Paolo Graziosi, Valerio Binasco.

genere: biografico

durata:  140 minuti

produzione: Italia

anno: 2014

 

Ramsis D. Bentivoglio

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