“Il figlio di Saul”, il dramma di un uomo della Shoah

figlio di saul

Il protagonista Géza Röhrig presenta alla Casa del Cinema di Roma la pellicola candidata agli Oscar

Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2015 e del Golden Globe 2016 come Miglior film straniero Il figlio di Saul (Saul fia), ora candidato agli Oscar, arriva nelle sale italiane giovedì 21 gennaio, mentre il prossimo 27 si celebrerà il Giorno della Memoria.

Il regista ungherese László Nemes, al suo debutto sul grande schermo, racconta il dramma dell’Olocausto dal punto di vista di un uomo, un ebreo che cerca di portare a termine l’unico atto umano possibile in un luogo fatto di orrori: dare degna sepoltura a un ragazzo che lui crede essere suo figlio.

Nato a Budapest, cresciuto a Gerulasemme e da 15 anni a New York, il poeta Géza Röhrig - alla sua prima prova d’attore all’età di 48 anni – è Saul Ausländer che fa parte del Sonderkommando (gruppo di prigionieri ebrei costretti ad assistere i nazisti nell’opera di sterminio) nel campo di concentramento di Auschwitz. Pulendo una delle camere a gas, si accorge che un ragazzo è sopravvissuto alla gassificazione. Ma subito dopo, alcuni dottori lo uccidono. L’uomo dice si tratti del figlio e, per evitargli la cremazione e seppellirlo in modo dignitoso, inizia a cercare un rabbino.

Senza dare molti dettagli sulla vita prima del lager di Saul, lo spettatore si trova catapultato negli orrori di Auschwitz seguendo passo passo la ricerca incessante e disperata del protagonista attraverso lunghi piani sequenza. Il tutto mentre avvengono le atrocità più spietate, tra immagini sfuocate e imprecise compensate dalle urla delle vittime, gli spari, l’angoscia.

“L’Olocausto non può essere rappresentato in forma collettiva, esplicitamente – afferma l’attore alla Casa del Cinema di Roma per presentare il film – Alcune riprese sono durate a volte anche due minuti. Guardando queste scene, sembra di stare dentro quei luoghi dell’orrore”.Il figlio di Saul Casa del Cinema

I compagni del protagonista non capiscono cosa stia facendo l’uomo, che li sta mettendo in pericolo. “Hai tradito i vivi per un morto” gli dice uno di loro in una scena del film. Ma Saul “non è un pazzo, né un eroe – spiega Röhrig – Sceglie di compiere un gesto che va oltre la sopravvivenza fisica, un atto animalesco ed egoista. Tutti vogliono sopravvivere, è un istinto dell’uomo. Saul è un uomo ordinario che prende una straordinaria decisione. Il suo cognome è Ausländer, che in tedesco significa straniero. Ma io lo definirei più un extraterrestre”.

Per la prima volta in un film viene raccontato il ruolo che hanno avuto i Sonderkommando nei lager. “Uno degli aspetti più demoniaci del nazismo è stato lasciare il compito dello sterminio agli altri, senza sporcarsi le mani – racconta ai giornalisti ancora il protagonista – Dopo la guerra chi ha fatto parte di questo gruppo, si è sentito in colpa. Ho letto dei resoconti scritti da questi uomini che raccontavano il loro dramma. Poco tempo fa ho incontrato l’ultimo sopravvissuto del Sonderkommando. Ha 93 anni ed è stata una bella esperienza vedere che poteva ancora sorridere”.

L’attore ha portato ne Il figlio di Saul anche la propria esperienza personale. “I genitori di mio nonno, insieme al fratello, non sono mai tornati dal campo di concentramento. Io l’ho scoperto a 12 anni quando ho visto una loro foto rovinata. Lui mi ha spiegato cosa fosse successo. E il suo racconto non ha mai lasciato la mia mente”.

Il film realizzato in 28 giorni, con un budget di 1 milione di euro, è in corsa ora per la statuetta agli Academy Awards 2016 - che si terranno a Los Angeles il prossimo 28 febbraio – come Miglior film straniero. Ma il premio non è una preoccupazione per l’attore: “Credo conti molto la fortuna. Vincere l’Oscar è come vincere la lotteria. Sei felice se ci riesci, ma se non accade dici: pazienza”.

Sono passati oltre settant’anni dall’Olocausto. “Quando ho visitato Auschwitz ho perso il credo sul progresso. Mi illudevo che la barbarie appartenesse a quell’epoca e che i miei figli avrebbero avuto una sorte migliore - conclude Röhrig, riflettendo a voce alta sul mondo attuale - Ma un posto è migliore, se ci sono persone migliori”.

Giornalista professionista, laureata in Dams-spettacolo con una tesi su Pina Bausch, scrivo di cinema sulle pagine del Quotidiano Il Tempo. Vedo molti film (anche troppi) e serie tv. Romana, da sempre pronta per vivere a Berlino.

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