Gli sdraiati: il gap generazionale di Claudio Bisio

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Il bestseller di Michele Serra approda al cinema

Di commedie italiane sul gap generazionale ne sono state fatte parecchie.

Gli sdraiati è una delle prime ad occuparsi di quello del XXI secolo. Se prima erano i genitori sessantottini a deludere e disilludere i propri figli, ora, nell’era tecnologica, i giovani sono totalmente immersi nella loro realtà parallela e hanno tramutato il linguaggio parlato in linguaggio scritto, da aver perso la spinta a parlare con i propri genitori pertanto, se prima lo scontro verbale c’era e verteva su questioni anche piuttosto serie – torna alla mente il famoso “Che l’avete fatto a fare il ’68″? con cui Silvio Muccino si rivolge ai genitori Fabrizio Bentivoglio e Laura Morante in Ricordati di me – ora di verbale rimane ben poco.

Monosillabi, risposte a denti stretti, qualche sms striminzito. Questo è ciò che spetta a padri e madri contemporanei che, nel tentativo di ovviare alla mancanza di dialogo, si insinuano nella vita dei propri figli, assillandoli quotidianamente. Questo almeno è ciò che riporta Tito al primo ed unico incontro dallo psicologo, ovvero che il padre gli sta col fiato sul collo. Come Bisio, del resto, tanti genitori sentono scivolare i propri figli e le proprie figlie tra le mani, senza riuscirne ad afferrarne pensieri, dubbi, paure.

Seppure con qualche pecca – i ragazzi che fanno sesso mentre la madre di lei è in cucina è inconcepibile anche per le menti più aperte – il film funziona e intrattiene a dovere, merito anche dell’ottima prova di Claudio Bisio che questa volta regge egregiamente il ruolo a metà tra leggero e drammatico. Tratto dall’omonimo romanzo di Michele Serra, firma di Repubblica che quotidianamente si ispira all’attualità per i suoi pezzi sempre profondi e incisivi, il film di Francesca Archibugi esplora con una certa verve il rapporto conflittuale e controverso tra le due generazioni del terzo millennio d.C, offrendo un ritratto autentico, attuale e toccante delle nuove generazioni di genitori e prole.

Le sottotrame sono quelle che funzionano maggiormente, vedi ad esempio il rapporto di Tito e della sua congrega di amici, la “banda dei froci”, con il nonno materno di Tito, un tassinaro che ne sa una più del diavolo e la cui esperienza sembra essere oro colato per i nipoti, acquisiti e non, che guardano più a lui che ai loro genitori.

Nella fattispecie, quello che la regista porta in scena è il caso di un figlio cresciuto con genitori separati, con tutto ciò che ne consegue: dalle due case, alle due modalità educative, all’affetto costantemente diviso a metà. Una situazione difficile da elaborare quella di Tito, e senz’altro molto attuale vista la grande quantità di figli di genitori separati e/o divorziati degli ultimi decenni.

sdraiati-fotoL’analisi che Serra aveva fatto nel suo libro, si riversa nel film della Arhibugi dando vita al tormento interiore vissuto da chi non trova nei genitori il supporto saldo e unitario di cui avrebbe bisogno. Senza condanne però. Perché l’amore dei genitori verso i propri figli è innegabile e incommensurabile anche quando i due adulti interessati non si parlano da anni.

Fare il genitore, in sostanza, è il mestiere più difficile che ci sia. Quello che non ti fa dormire la notte, che ti trafigge togliendoti il respiro, che ti fa brancolare nel buio senza sapere come afferrare i tuoi figli mentre svaniscono.

“Perché non so mai quello che fai? Sono tuo padre, è il mio mestiere rompere il cazzo”. Questa frase è significativa e racchiude in sé il dramma contemporaneo della mancanza di dialogo. Di quel famoso gap generazionale così difficile da ricucire. Non è il film del secolo, sia chiaro. Ma dà un’idea di come si sia evoluto il ruolo dei genitori, di come siano cambiati i ragazzi e di quanto sia complicato stare in bilico tra sentimenti, educazione, rigore, conflitti, scioltezza e tutti gli aspetti dell’essere genitori e figli nel 2017.




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