Flaiano vs Fellini: l’eterno scontro tra sceneggiatore e regista

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Ricordi del duello a quasi 60 anni dall’uscita del loro “La Dolce Vita”

Quando si incontrano due giganti è più facile vedere duelli che rapporti pacifici e di questi duelli è piena la storia dell’arte, come della letteratura, della musica, ecc. Flaiano con Fellini, come Zavattini con De Sica, come il duello tutta letteratura Svevo con Joyce.

L’artista è solo e tale deve restare per non correre il rischio di vedere ombre sul proprio nome o di pensare che altri le vedano.

Ma allo stesso tempo l’artista ha bisogno dell’arte per mettersi alla prova, per capire il proprio percorso, la propria evoluzione, trarre ispirazione. E l’arte la fanno gli artisti, quindi siamo da capo.

Sul rapporto Flaiano Fellini si è detto molto e non si è concluso nulla, si torna sempre a quel benedetto volo in aereo, alla seconda classe, a Flaiano permaloso e Fellini onnivoro divoratore dei collaboratori. In realtà, come tutte le cose che sembrano semplici, a scavarle un po’ nel profondo diventano ben più complesse, a partire dalla natura del lavoro che i due si trovavano a fare.

Cosa è uno sceneggiatore e cosa è un regista?

Sarebbe troppo facile dire che uno scrive e l’altro gira; in realtà i due lavori sono in perenne divenire, non restano mai in uno stato ultimo e definitivo e non si arrestano se non quando l’ultimo secondo di film è stato montato.

Fellini e Flaiano

Fellini e Flaiano

Chi scrive è convinto che il film non possa essere altrimenti, chi gira è convinto che il suo è l’unico modo possibile di interpretare per immagini quello scritto.

Ma i conti non tornano mai e alla fine si scopre che il risultato finale è ben lontano da quella che si riteneva la geniale prima stesura. Fin qui nulla di strano, fa parte delle dinamiche del gioco, della natura del rapporto, rapporto nel quale entrano decine di altre figure professionali, attori in primis. Va poi detto che ad avere la paternità del film è il regista; lo sceneggiatore ha il proprio nome nei titoli, magari di coda, ma il film è del regista.

A lui vanno i premi maggiori, la fama, la gloria, gli onori; il resto, ruolo degli attori protagonisti a parte, resta nell’anonimato e appare poco, benché sia fondamentale nella buona riuscita del film. Va ancora detto che per ciò che riguarda il rapporto Flaiano-Fellini ci troviamo in un periodo, gli anni Cinquanta, in cui l’Italia cambia radicalmente nel giro di pochissimi anni, trasformando il proprio volto da contadino a industriale, il proprio linguaggio da dialettale a burocratico (Calvino) o consumistico (Pasolini), il proprio modo di pensare e di vedere il mondo. La famosa, ancora una volta pasoliniana, “mutazione antropologica”.  In questo periodo il cinema, uscendo dalla gloriosa stagione del neorealismo, viene visto come canale privilegiato di espressione della nuova realtà.

Lo stesso Flaiano afferma: «La mia esperienza nel cinema è stata positiva, perché mi ha insegnato a non dare importanza alle cose. Certo, avrei potuto trasformare i  miei soggetti in altrettanti racconti o romanzi. Ma è stato meglio così, perché nel cinema hanno avuto, una dimensione più totale.

Infatti negli anni Cinquanta non si leggono più i libri, mentre si vedono ancora i film. Nel cinema le nostre idee, attraverso le invenzioni quotidiane diventavano ironiche. Osservavamo la società che cambiava, diventando più conservatrice, abbandonando certi ideali in politica, e il cinema era forse il modo più diretto di vederlo»[1].

Ora teniamo presenti questi pochi postulati per provare a ricostruire alcuni punti cardine del rapporto tra il regista e lo sceneggiatore, rapporto che possiamo ripercorrere saccheggiando e confrontando le tante testimonianze che, in recenti studi per il centenario di Flaiano, ha pazientemente raccolto Alessandra Pepe. Partiamo dall’inizio. Come si sono conosciuti lo sceneggiatore pescarese e il regista riminese.

Lo racconta Fellini stesso in una testimonianza oggi raccolta nel volume di Fabrizio Natalini Ennio Flaiano una vita nel cinema, lì dove ricorda dell’ amicizia con Flaiano cominciata molto presto, nei primi periodi di vita romana, quando si trovava a lavorare al  periodico “Marco Aurelio”. Nello stesso appartamento vicino c’era la redazione di un giornale che Fellini riteneva molto più importante e che dava a lui e ai suoi colleghi una certa soggezione. Era “Omnibus” diretto da Benedetti. Fellini ricorda che nella redazione c’era Benedetti, Pannunzio, e il tenebroso Pandolfi di cui il regista ricorda i bellissimi mantelli. Del primo incontro con Flaiano, Fellini dice:

«L’unico di questi personaggi, che qualche volta ci salutava scherzosamente, anche strizzando l’occhio come a farci capire che stava più con noi che con gli altri, era appunto Flaiano. Me lo ricordo tutto vestito di bianco, di un lino bianco, spippettante, una volta entrò a curiosare nella nostra redazione alle tre del pomeriggio di un giorno d’estate. […] lui è entrato ha chiesto permesso si è messo a guardare delle vignette, delle caricature che erano appese alle pareti. Io mi sono presentato e gli ho detto che lo ammiravo moltissimo, ma… non era proprio vero. Lui ha detto che ammirava moltissimo anche me, ci siamo detti che ci ammiravamo moltissimo»[2].

Affianchiamo a questo ricordo una testimonianza particolarmente significativa di Tullio Kezich, biografo e amico di Fellini: «Il sodalizio con Ennio rappresenta anche un imprevisto anello di congiunzione tra Federico e i gruppi intellettuali dei caffè di via Veneto, soprattutto Rosati, dove l’autore di “Tempo di uccidere” è venerato come un maestro. A parte qualche sporadico rapporto tra Fellini e il mondo intellettuale c’è stata una reciproca diffidenza forse una tacita risoluzione di non convergere: l’inventore di Lo scrittor Pompelmo non ha mai avuto l’ambizione di scrivere romanzi e il gruppo di via Veneto ha un senso troppo forte della propria vocazione elitaria per far credito a un cinematografaro puro ovvero, come si autodefinisce Fellini, a “un giornalistoculo caricaturista”. Proprio attraverso Flaiano si creano i contatti e nascono le prime simpatie, anche se Fellini continua a considerare scribi e “teste d’uovo”»[3].

Fellini ammette che vedeva con soggezione i collaboratori di “Omnibus”, giornale ben più importante del suo “Marco Aurelio”, coglie al volo l’occasione di incontrare Flaiano, va lì e si presenta rivolgendogli dei complimenti che lui stesso ritiene falsi. Ma opportuni; perché allo stesso tempo l’incontro costituisce un primo legame tra Fellini e la cerchia intellettuale romana, dove Flaiano è venerato come un maestro. Sembra quindi essere tutto a vantaggio di Fellini, ma torna il cinema come arte che può andare per la maggiore in tempo di trasformazione della società. Quindi anche a Flaiano l’incontro non deve dispiacere. Inizia la loro collaborazione, siamo nel 1950 con la sceneggiatura di Luci del varietà, dove Flaiano risulta non accreditato. Segue poi Lo sceicco bianco, nel 1952, dove Fellini affianca nella sceneggiatura Flaiano a Tullio Pinelli.

«Basta una battuta di Ennio per ristabilire il tono grottesco di un copione scritto a contropelo; e proprio questa “licenza di sberleffo” resterà il contributo principale del terzo sceneggiatore nel gruppo di lavoro felliniano»[4].

Del 1953 I Vitelloni sempre con sceneggiatura di Flaiano e Pinelli. È interessante notare come una studiosa di Flaiano e il cinema, Cristina Bragaglia, sostenga che la cittadina in cui è ambientato I vitelloni, oltre Rimini, potrebbe richiamare Pescara. E il giovane Moraldo essere così una sorta di proiezione autobiografica di Flaiano che, come il personaggio, si lascia alle spalle la provincia per tentare l’avventura in una grande città.

Il sodalizio sembra funzionare bene, possono esserci normali screzi lavorativi, ma il rapporto va, i due hanno case vicine a Fregene, sono spesso insieme a Roma. Ecco una nota di Flaiano da quello stupendo diario romano che è i Fogli di Via Veneto, oggi pubblicato nel volume La solitudine del satiro:

«Stavamo canticchiando queste cose, io e Fellini, in automobile, scendendo per via Veneto quando una guardia ha dato un colpo di fischietto e chi ha ingiunto di fermarci accanto al marciapiede. Avevamo attraversato col rosso, contravvenzione, tremila lire.”Non ho un soldo, ha detto Fellini “ma posso farle un assegno”. La guardia ci ha guardato severamente. “Un momento,” ha continuato Fellini “lei mi sembra di conoscerlo. Facciamo così. Lei ci presta cinquemila lire, noi paghiamo la contravvenzione e domani a questa stessa ora torniamo qui e le ridiamo le cinquemila lire”.[…]La guardia ci fissava sempre scuotendo la testa poi sospirando ha detto:”Andate, andate”»[5].

La dolce vita

La dolce vita

Siamo così a La dolce vita, la cui genesi e più di un retroscena sono raccontati da Flaiano nel citato diario romano. In una nota del giugno 1958 descrive così la nascita del film:

«Sto lavorando, con Fellini e Tullio Pinelli, a rispolverare una nostra vecchia idea per un film quella del giovane provinciale che viene a Roma a fare il giornalista.[…] Il film avrà per titolo “La dolce vita”[…]. Uno dei nostri luoghi dovrà essere forzatamente via Veneto […]. Una delle prime scene del film dovrebbe essere quella in cui il giovane provinciale risale a piedi via Veneto, senza un soldo, ma vinto dal fascino della folla, che è la sua speranza. Poiché, nel suo slancio di gratitudine per la città conquistata, il protagonista crede che quella folla sia una garanzia di vita, di amore e anche un’ipotesi di libertà. Visi lieti, bocche ridenti, fasto, eleganza, noncuranza, una donna che lo guarda e sorride. E i caffè, dove pure troverà un amico, una promessa di lavoro, un prestito!

[…] Così abbiamo deciso che il giovane provinciale all’inizio del film andrà in un night-club. E già ben piazzato, guadagna, e uno di quei giornalisti prodotti dalla civiltà della sensazione, cioè racconta gli scandali, le fesserie che fanno gli altri. Si è lasciato adottare da quella stessa società che lui disprezza, si compiace di aver rinunciato ai suoi primi ideali, che ora gli sembrano non soltanto faticosi, ma inutili.

[…] Una società sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo realmente la vita, merita fotografi petulanti. Via Veneto è invasa da questi fotografi. Nel nostro film ce ne sarà uno compagno indivisibile del protagonista. Fellini ha ben chiaro in testa il personaggio, ne conosce il modello: un reporter d’agenzia, di cui mi racconta una storia abbastanza atroce.

[…]Ora dovremmo mettere a questo fotografo un nome esemplare, perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio “vivrà”. Queste affinità semantiche tra i personaggi e i loro nomi facevano la disperazione di Flaubert, che ci mise due anni a trovare il nome di Madame Bovary, Emma. Per questo fotografo non sappiamo che inventare: finché, aprendo a caso quell’aureo libretto di George Gessing che si intitola “Sulle rive dello Jonio” troviamo un nome prestigioso: “Paparazzo”.

Il fotografo si chiamerà Paparazzo»[6].

Flaiano torna a parlare del film tre mesi dopo:

«In tre mesi, al mare, abbiamo finito di scrivere “La dolce vita” e cominciano i soliti guai. Il produttore rinuncia di fare il film. Ha dato in lettura il copione a quattro o cinque critici che ora ci guardano desolati e scuotono la testa: la storia è scucita, falsa, pessimista, insolente: il pubblico invece vuole un po’ di speranza»[7].

Non mancano però malumori e lamentele di Fellini:

«Quel rompicoglioni di Flaiano è proprio un rompicoglioni… Le sue cose da scrittore e non lo smuovi… e poi è pigro, è pigro. Scrive solo quando è costretto, quando ha bisogno di soldi… ma quando avrebbe vinto il Premio Strega se Longanesi non l’avesse preso per finire il libro?… O scrivi o tiri la cinghia!…E ha scritto»[8].

Arriviamo al giugno 1959, il film è in lavorazione e Flaiano scrive:

«Fellini a Cinecittà sta girando finalmente “La dolce vita”. In un teatro di posa ha fatto ricostruire un pezzo di via Veneto, non l’angolo abitato dal poeta, quello più recente e affollato del Caffè de Paris. Davanti a quell’implacabile ricostruzione m’è venuto da ridere e subito dopo m’è presa una malinconia canina. In proiezione ho visto alcuni brani del film. Il gongorismo, l’amplificazione di Fellini nel ritrarre quel mondo di via Veneto fa pensare al museo delle cere, le immagini dei quaresimalisti quando descrivono la carne che si corrompe e imputridisce. Mi ricorda quei quadroni di Valdés Leal che sono a Siviglia nell’Ospedale della Carità, dove sui cadaveri di vescovi flottano cartigli di questo tipo: Finis gloriae mundi. Fellini quaresimalista? É un’ipotesi tentatrice»[9].

La dolce vita

La dolce vita

Nella sceneggiatura ci sono anche Pasolini e Brunello Rondi. Secondo Kezich la cosa non piace a Flaiano, geloso dell’arrivo di altri sceneggiatori, a cominciare proprio da Brunello Rondi a cui Fellini sembra dare molto credito: «Veder apparire facce nuove nella cerchia felliniana l’ha messo sempre in allarme. Non ama l’intesa tra Federico e il sapientissimo Brunello Rondi, puntuale suggeritore di spunti ed episodi non di rado stimolanti».[10]  Sempre Kezich fa luce sui rapporti tra Flaiano e Pasolini:

«La figura più ostica per Flaiano è quella di Pasolini di cui non capisce il valore e deplora il crescente successo. L’intervento di Pier Paolo Pasolini nel dibattito su “La dolce vita” irrita lo scrittore pescarese, tanto da suggerirgli una parodia dal titolo “La dolce vita come l’avrebbe fatta Pasolini” che poi non pubblica su viva insistenza di Fellini».[11] Pasolini viene anche chiamato in causa in una intervista che Flaiano rilascia a Carlo Mazzarella, dove a proposito di Fellini dice: «È un eccezionale artista-impresario e mago. Potrebbe essere anche un ottimo ministro degli esteri. Ma la sua arte che Pasolini definisce neo-decadente ha bisogno di simboli e per non sbagliare deve mettere tartufi in ogni portata, arricchire di salse. Io, mangio in bianco»[12].

La dolce vita fu un enorme successo, inutile ricordare i tantissimi riconoscimenti, David di Donatello, la Palma d’oro a Cannes, l’ Oscar ai costumi, ecc.  

Passata l’ubriacatura si torna a lavoro nel 1963 con , prodotto da Angelo Rizzoli. Altro grande successo di premi: Gran Premio al Festival di Mosca, due Oscar (miglior film straniero e per i costumi), due nominations (miglior regista, miglior sceneggiatura), sette Nastri d’Argento (come miglior film, produzione, soggetto originale, sceneggiatura, attrice non protagonista, musica, fotografia in bianco e nero). Per Flaiano, premiato sia per il soggetto che per la sceneggiatura, è la consacrazione a livello internazionale.

Qui si colloca il famoso episodio della seconda classe nel volo che li porta in America per la cerimonia della consegna dell’Oscar a . Questo il racconto che ne fa Suso Cecchi D’Amico:

«Per “8½” candidato all’Oscar come miglior film straniero, Rizzoli che lo aveva prodotto decise di fare le cose in grande e di andare di persona a Los Angeles con Fellini, Flaiano e Pinelli. Allegria generale, partenza, se non che in aereo Flaiano e Pinelli vennero accompagnati ai loro posti in classe turistica, mentre Fellini era in prima classe con Rizzoli. Furibondo, Flaiano si mise in attesa di una reazione di Fellini, dal quale ricevette soltanto una breve visita, con offerte  di noccioline e aperitivi in dotazione nella prima classe. A Los Angeles Flaiano abbandonò il gruppo e se ne andò a proprie spese a New York. Gli tremava ancora la voce dallo sdegno quando, tornato a Roma, mi raccontò la vicenda. Io feci del mio meglio per sdrammatizzare, ma non ottenni nulla. L’incendio covava da un pezzo. Ci fu in seguito un tentativo di riappacificazione per “Giulietta degli spiriti” ma non funzionò, e da allora Flaiano non lavorò più con Fellini né volle più frequentarlo. Gli scrisse un bigliettino qualche anno dopo, quando lo seppe ricoverato in clinica per un malore sospetto. Fellini si spaventò moltissimo. Disse che se Flaiano si era indotto a scrivergli era segno che la morte era vicina»[13].

Sull’episodio c’è un’altra versione data da Gianfranco Angelucci, regista e autore cinematografico, conoscente di entrambi:

«Sull’episodio dell’aereo per Los Angeles Federico sosteneva che aveva avuto il sopravvento la permalosità di Flaiano, che “crede sempre che tutto il mondo sia contro di lui”. “Anche in questo caso – sosteneva Fellini – Flaiano ha voluto addossarmi una colpa che era soltanto, o forse nemmeno, degli organizzatori del viaggio, senza sapere o sapendolo e non volendo accettare che io non c’entravo niente”. “Si sa  – conclude Angelucci – che durante il viaggio Federico ha lasciato il suo posto ed è andato da Flaiano cercando di ammorbidire il suo risentimento. Invece Flaiano aveva preso questo episodio per un affronto e aveva sempre creduto che dietro di esso ci fosse la perfidia di Fellini»[14].

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Ora i commenti all’episodio, quanto le ricostruzioni su chi sia stato veramente a volere i viaggiatori separati, lasciano il tempo che trovano. Il fatto poteva essere facilmente risolto se i rapporti tra i due non fossero già minati alla base. Ma minati da cosa? E perché? Tullio Kezich definisce Flaiano «… Uomo di illuminante talento, [ma] caratteriale e permaloso»[15]. Ma non è solo questione di permalosità. Se andiamo a rivedere alcune testimonianze del rapporto tra i due “amici”, emerge tutto il sostrato sul quale la collaborazione si è mossa. Il critico cinematografico Giacomo Gambetti, ad esempio, dopo aver sottolineato l’importanza del cinema per Flaiano, scrittore convinto del suo “rifiuto del romanzo”, sottolinea come «col cinema Flaiano ha troppo spesso sprecato il suo talento, lo ha offerto anche a chi non lo ha né apprezzato né utilizzato»[16]. Il riferimento appare ovvio. Il critico insiste poi affermando che: «Se è vero che egli credeva che il film come arte vivesse nel tempo, è anche vero che egli ha sprecato, insisto su questo punto, che egli ha sprecato troppi anni e fatica in un lavoro destinato a rimanere nella maggioranza dei suoi titoli pressoché anonimo e confuso. E se ne è accorto, a un certo punto se ne è accorto con molta precisione, con molto dolore. Sicuramente»[17].

Non diverge di molto l’ opinione del critico-regista Maurizio Liverani, quando afferma che nel cinema italiano esistono degli intoccabili. Uno di questi è Fellini. In occasione del decimo anniversario della morte del regista, Liverani afferma: «Se pensiamo a Ennio Flaiano (morto trent’unno anni fa), a come lo abbiamo conosciuto in anni di frequentazione, c’è da provare vergogna di non trovare traccia del fondamentale contributo dato dallo scrittore pescarese al regista riminese. […] Con la sua corrosiva e dolorosa intelligenza, Ennio Flaiano è riuscito a pervadere di ombrosi sgomenti e di pretesti universalistici il modesto vocabolario cinematografico di Fellini, espresso prima della “Dolce vita” in “Luci del varietà”, nello “Sceicco bianco” e nei “Vitelloni”. […] Per completare il quadro delle bugie va detto che la “Dolce vita” nasce da un soggetto di Ennio Flaiano “Moraldo va in città”, storie di un pescarese che lascia la sua città per andare a Roma, Fellini pretese di farne lo “svaporaz” riminese»[18].

Lo sceneggiatore Sabatino Ciuffini, così ricorda: «Colto, brillante, disponibile un vagabondo romano, Flaiano che aveva dieci anni di più di Federico, ebbe un ruolo importantissimo, molto più che con gli altri due sceneggiatori, Tullio Pinelli e Brunello Rondi (usuali collaboratori). Di Flaiano, Fellini si serviva e da lui si difendeva. Ne era influenzato, in un certo senso formato; ne capiva il valore, ma non voleva che la sua opera dipendesse da uno scrittore. E perciò dipingeva Flaiano come un salottiero, ne prendeva le distanze»[19].

Ancora emblematico il ricordo di Giovanni Russo durante una delle sue tante visite nella casa di Montesacro dello scrittore: «Mi ricordo una volta che Fellini era appena uscito e lui era tutto incazzato. “Mi ha trattato come una bottiglia di coca cola, lui tira dalla cannuccia e aspira”. Flaiano aveva una cartellina con dei foglietti colorati su cui scriveva appunti e li conservava, e Fellini se li copiava. Quello di fissare un’idea appena gli veniva in mente era una sua abitudine»[20].

Fellini e Flaiano proveranno ancora a collaborare, in Giulietta degli spiriti, ma il rapporto è esaurito ed entrambi non dimostrano entusiasmo per proseguire. Per Flaiano la collaborazione finisce con , perché dopo, secondo il pescarese, Fellini «si è convertito alla magia, in cui non sono competente»[21]. Chiara, a mio avviso, è l’analisi di Kezich: «Poco alla volta Fellini si è fatto l’idea che Ennio sta covando nei suoi confronti una strana gelosia, non tanto personale, quanto da uomo di lettere di fronte all’uomo di cinema; e lo scrittore va ripetendo in giro che Fellini si è montato la testa. […] Da una parte Ennio si lamenta che Federico non lo consulta, dall’altra il regista deplora che lo sceneggiatore non scriva»[22].

Resta un reciproco senso di rivalsa, di risentimento che cela e copre la reciproca stima e ammirazione. I due non si risparmiano infatti attacchi e complimenti; il tono è quello di innamorati reciprocamente delusi, dove ciascuno è preoccupato di far emergere le sue ragioni. Odio ed amore quindi, di cui possiamo vedere due casi emblematici. Uno di odio (forse il termine è esagerato) e uno di amore.

Il primo (odio) nasce da un articolo di Sergio Saviane in occasione dello special televisivo su Fellini di Sergio Zavoli, al quale Flaiano non prende parte sostenendo di non voler partecipare a questo tipo di feste.  L’articolo in questione è Ritratti televisivi. Strappano i denti a Fellini, pubblicato su “L’Espresso” il 24 maggio 1964.

Scrive Saviane: «Perché a Fellini, pur riconoscendo i meriti che ha, non sarebbe mai stato possibile fare quei film che l’avrebbero reso celebre in tutto il mondo senza Flaiano (lo hanno testimoniato in questi anni decine di collaboratori, amici, registi, operatori, attori, critici). E non gli sarebbe stato possibile farli senza le lunghe passeggiate a lui tanto care, le notti rubate al sonno dopo telefonate improvvise, nelle ore più inconsuete, dopo tante settimane, mesi, anni di lavoro in équipe per discutere un’idea, impostare il film, montare le sceneggiature. Oggi, per la prima volta, Fellini è rimasto solo, senza Flaiano, dietro la macchina da presa e a passeggiare di notte per le strade di Roma. Lo tenga presente il futuro biografo televisivo di Fellini, quando il regista più premiato del mondo avrà finito il suo prossimo film»[23]. Immediato il risentimento di Pinelli e Rondi che, sentendosi ingiustamente esclusi, replicano nei numeri successivi sostenendo che un film è il frutto del lavoro di più persone. Flaiano entra in gioco il 7 giugno 1964 scrivendo a Fellini questa lettera:

«Caro Fellini, un po’ in ritardo vengo a sapere dell’articolo di Saviane sull’Espresso e delle giuste proteste di Pinelli, nonché della divertente lettera di Rondi. Mi conosci abbastanza e se ti scrivo non è per dirti che io in questa vicenda non c’entro – questo tu lo sai benissimo – ma soltanto per assicurarti di averne colto il lato comico. Bene, avrei scritto io stesso al giornale, ma non ho saputo niente fino all’altra sera; e ora, francamente, non mi sembra il caso di riaprire la questione, Rondi ha messo tutto in chiaro. Per Pinelli è un altro discorso, mi dispiace sinceramente che abbia potuto credere la cosa ispirata da me, e gli scriverò.

Saviane ha detto soltanto una cosa giusta che cioè la nostra collaborazione è finita. Se c’erano dei dubbi, la lettera di Rondi li ha fugati per sempre. Mi ha divertito a leggerla, quasi quanto le sessanta pagine che scrisse per Giulietta degli spiriti, quelle che abbiamo buttato via. Speriamo ora che durante la lavorazione del film faccia dei bei dialoghi. È in ballo il nostro nome.

Ciao, caro Fellini. Le amicizie frivole finiscono per una frivolezza. Tuttavia, come si dice in questi casi? “Arrivederci e buona fortuna”

 Ennio Flaiano»[24].

Fellini replica il 12 giugno 1964:

«Caro Flaiano, non ho mai avuto dubbi sulla frivolezza della tua amicizia, ma che vuoi farci, sei proprio fatto così e anche la lettera che mi hai scritto è frivola.

Comunque per me andava tutto bene lo stesso. Finisce la collaborazione? Mi spiace. Mi sembrava che in fondo ti divertivi a lavorare con noi e non ti facevo poi fare brutta figura come spesso ti capita con altri registi.

Ennio caro, ti saluto  e buona fortuna anche a te, frivolamente.

Federico»[25].

Flaiano poi scriverà anche a “L’Espresso”, soprattutto per chiarirsi con Pinelli e Rondi. La lettera è del 21 giugno:

«A proposito dell’articolo di Sergio Saviane pubblicato nel numero 21 dell’«Espresso» circa una testimonianza televisiva su Fellini, dopo le giuste lettere di protesta degli altri collaboratori, Pinelli e Rondi, non ho creduto di dover intervenire, tutto mi sembrava chiarito e messo apposto. Ma poiché mi giungono ancora curiose interpretazioni di questa faccenda, debbo precisare che io non volli prendere parte “alla testimonianza” su Fellini perché detesto queste manifestazioni mitologiche in generale. Affinché non si pensi che io voglia adornarmi delle due o tre penne di pavone che l’amico Saviane ha voluto offrirmi parlando del mio contributo ai film di Fellini, debbo precisare che questo contributo, dai “Vitelloni” sino a “Giulietta degli spiriti”(cioè il film che conclude il nostro sodalizio) non ha superato quello di una più o meno intensa collaborazione letteraria»[26].

Fellini e Flaiano

Fellini e Flaiano

Il secondo esempio (definiamolo d’amore)… sono due lettere di Flaiano del 1969. La prima è datata 8 febbraio 1969:

«Caro Federico,

ieri sera ho rivisto La dolce vita. Ti confesso che c’ero andato con lugubre presentimento di trovare tutto abbastanza offeso dal tempo, e che all’ultimo momento stavo per filarmela. Era una proiezione privata ed eravamo in sei persone, tutte col mio problema. Dio mio, La dolce vita, dieci anni dopo, proprio al limite del passato! Del passato-che-torna come per le prostitute che hanno sposato l’ingegnere e il pappone viene a ricattarle, spingendole al suicidio.

Invece sono caduto nel film come se non l’avessi mai visto prima. Affascinante, pieno di una realtà che ancora adesso si sta decifrando, un film che poi lascia storditi per l’abbondanza e la precisione dei motivi, dei personaggi e delle storie che si intrecciano come un grande telaio, e ognuno completa l’altro. Insomma un romanzo, non un racconto. Ma queste cose le sai già.

Credo che resti la tua opera più viva in questo senso, proprio per la carica di pietà e di ansia per un mondo che sta uscendo dai binari e affretta il momento della disperazione. Ma anche per la grande libertà narrativa e per la forza, l’ironia del distacco che ti hanno evitato compiacimenti. Tu stavi scoprendo in quel momento una realtà che gli altri non vedevano, e la raccontavi tutta, coi suoi possibili futuri sviluppi. Io penso che per festeggiare i dieci anni della Dolce vita dovresti interessarti di farne fare una nuova edizione e presentarla. Sarebbe molto utile ai nuovi registi che non ti conoscono, perché allora avevano dieci anni loro. E sarebbe una lezione. Non ho altro da dirti. Ti auguro buon lavoro e ti abbraccio.

Ennio (Flaiano)»[27].

La seconda è datata 23 ottobre 1969:

«Caro Federico,

approfitto della fine dello sciopero postale per dirti che ho visto il tuo Satyricon e che mi ha colpito, meravigliato, tenuto sveglio e, in fondo, deliziato. Non ci manca niente. Me lo sognerò spesso e volentieri. So che si potrebbe discutere certe soluzioni, ma hai raggiunto l’essenziale: la continua drammaticità dei mostri, cioè di noi stessi. Le persone che uscivano dal cinema e dicevano “A me non è piaciuto”, sembravano uscire in realtà dal film. Mi pare giusto, per la vecchia amicizia che ci disunisce, dirti queste cose e mi  auguro che anche tu l’intenda nel modo giusto.

Un caro abbraccio i miei complimenti anche a Bernardino Zapponi. Tuo

Ennio ( Flaiano)»[28].

A questa seconda Fellini risponde nel giro di una settimana, precisamente il 30 ottobre 1969:

«Ennio caro,

dirti che il tuo biglietto mi ha fatto più piacere che ricevere un Oscar sembrerebbe un po’ esagerato; ma è la verità e te lo devo dire proprio in nome di quella vecchia amicizia che ci disunisce (come dici tu) ma che però non è stata mai intimamente rinnegata (aggiungo io).

Non credi che dovremmo vederci e stare un po’ insieme? Da anni ti penso sempre con un sentimento di stupore e non so darmi risposta al nostro comportamento. Ma perché non ci siamo più visti? Adesso credo proprio che debbo telefonarti o arrivare all’improvviso là sotto da te.

A presto caro amico, ti abbraccio

tuo Federico»[29].

Dopo la morte di Flaiano in una videointervista, oggi in Il segno di Flaiano, Fellini dirà: «Ennio era  proprio l’amico, l’amico che tutti vorrebbero avere, un punto di riferimento. Di tutti gli amici scomparsi è quello che è meno scomparso di tutti, se ci rifletti, perché continuamente c’è il desiderio di commentare con lui qualcosa»[30]. Parole che suonano diverse da quelle dette a Kezich:

«Era un miscuglio di complicità, di solidarietà, di permalosità… Fra me e lui ci sono state delle interruzioni del rapporto di amicizia durate anni per un equivoco ridicolo, per qualche cosa che aveva creduto di interpretare come offesa; e io a mia volta mi sentivo offeso perché lui si era offeso… Quindi spiegazioni impossibili. Ennio era capace di tradimenti vergognosi, però nello stesso tempo di conciliazioni altrettanto coinvolgenti»[31].

Infine e per non concludere, visto che una conclusione è impossibile, visto che non è dato vedere un primo tra due numeri uno, visto che non è mai giusto codificare la vita, forse l’analisi più completa è quest’ultima di Cimatti che delinea giustamente il rapporto tra Fellini e Flaiano nella reale dimensione dell’arte, con tutti i suoi misteri e le sue logiche autonome: «A proposito di ex amici ed ex nemici in tutti questi anni si sono mescolate molto le carte. Prendiamo Fellini: che cosa resta del lungo sodalizio con Flaiano tutto vissuto e consumato in parole, incontri, scontri e telefonate di anni nella frenetica Roma cinematografica tra gli anni Cinquanta e Settanta? Restano i soggetti, i trattamenti, le sceneggiature che entrambi firmano insieme ad altri personaggi di quell’avventura, Pinelli, Tellini, Pasolini, Rondi e così via. Ma i soggetti e i copioni a più mani sono scritture monche, quasi illeggibili, ai quali solo il film, che li segue e li cancella, dà un senso. Tra il copione e il film che solo apparentemente se ne trae e lo spazza via c’è l’abisso non della scrittura né della letteratura ma della vita. E la vita, come sa bene Fellini, non si scrive, si gira. Allora che cosa sopravvive nelle parole scritte di quel sodalizio assillante, dispersivo, litigioso, esaltante, fatale, insomma di quel matrimonio a tempo tra due infedeli per vocazione, bugiardi per definizione da cui nasce come per caso, per distrazione il solo cinema o quasi che rimane di quell’epoca facinorosa? Rimane, come di un terremoto concluso, ciò che non lo riguarda e non lo testimonia: alcuni silenziosi detriti epistolari, qualche lettera ingiallita dove non c’è scritto niente che dica e traduca quell’empito, quello scialo di vita, di giorni e notti romane. Rimangono appena, congelati nella falsa eternità della scrittura, alcuni umori acetati, alcuni salamelecchi cifrati, tracce e segnali di due caratteri opposti e complementari, innamorati ciascuno di se stesso, malinconie, frivolezze. Quasi niente, insomma, e moltissimo».

 

 

Carlo Serafini



[1] E. Flaiano, Opere. Scritti postumi, a c. di M. Corti e A. Longoni, Bompiani, Milano 1988, pp. 1214-1215.

[2] F. Natalini, Ennio Flaiano una vita nel cinema, Artemide Edizioni, Roma 2005, p.66.

[3] T. Kezich, Fellini, Camunia, Milano 1987, pp. 176-177.

[4] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, Feltrinelli, Milano 2002, p. 123.

[5] E. Flaiano, La solitudine del satiro, Adelphi, Milano 1996, pp. 254-255.

[6] E. Flaiano, La solitudine del satiro, cit., pp. 235-236, 240, 241, 243-244.

[7] E. Flaiano, La solitudine del satiro, cit., pp. 246-247.

[8]  M. Rossi e T. Sanguineti, Fellini e Rossi il sesto vitellone,  Cineteca del Comune di Bologna/ Le mani, Bologna 2001, p. 112.

[9] E. Flaiano, La solitudine del satiro, cit., p. 275.

[10] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, cit., p. 255.

[11] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, cit., pp. 255-256.

[12] E. Flaiano,  Opere. Scritti postumi, cit., p. 1195.

[13] S. Cecchi D’Amico, Storie di cinema (e d’altro) raccontate a Margherita D’Amico, Bompiani, Milano 2002, p. 163.

[14] G. Russo, Oh, Flaiano, Avagliano Editore, Cava de’ Tirreni 2001, p. 48.

[15] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, cit., p. 255.

[16] G. Gambetti, Flaiano e il cinema, p.109 in  AA. VV., Ennio Flaiano l’uomo e l’opera, Atti del Convegno nazionale nel decennale della morte dello scrittore, 19-20 ottobre 1982,  Pescara, Associazione culturale Flaiano, 1982.

[17] G. Gambetti, Flaiano e il cinema, cit.,  p.109.

[18] M. Liverani, Due o tre cose (dimenticate) che so di Fellini, “L’Opinione”, 13 gennaio 2004.

[19] “Panorama”, n.82, 11 marzo 1994.

[20] G. Russo, Oh, Flaiano!, cit., p. 43.

[21] G. C. Bertelli e P. M. De Santi, (a cura di), Omaggio a Flaiano, Pisa Giardini 1986 (edito in occasione della Mostra fotografica tenuta presso la Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, Roma 28 ottobre – 30 novembre 1986). p. 96

[22] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, cit., p. 256.

[23] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, a cura di A. Longoni e D. Rüesch, Bompiani, Milano 1994, p. 556, anche in S. Saviane, Ritratti televisivi. Strappano i denti a Fellini, “L’Espresso”, 24 maggio 1964.

[24] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano,  cit., pp. 261-262.

[25] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, cit., p. 262.

[26] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, cit., p. 559.

[27] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, cit., pp. 322-323.

[28]E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, cit., p. 331.

[29] E. Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano, cit., p. 332.

[30] F. Natalini, Ennio Flaiano una vita nel cinema, cit., p. 193.

[31] T. Kezich, Federico Fellini, la vita e i film, cit., pp. 256-257.




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