120 BATTITI AL MINUTO, la Francia rimedia al passato con il film candidato agli Oscar

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Nel 1992 il dilagare dell’epidemia di HIV in Francia colpì in modo particolare il regista e sceneggiatore Robin Campillo, 120 battiti al minuto è oggi il film nato dalle emozioni, aspirazioni ed esperienze di quegli anni.  All’ultimo Festival di Cannes quest’opera polifonica, spiazzante ma delicata ha conquistato il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm, ora è il film candidato francese per la corsa all’Oscar.

120 battiti al minuto racconta una storia di finzione ma fondata su dati e eventi reali che, anche se accaduti circa 30 anni fa, ancora serbano un valore sia al livello di conoscenza storica, sociale e umana. Nel film, ambientato nella Parigi dei primi anni Novanta, Nathan (Arnaud Valios) decide di unirsi agli attivisti di Act Up, un’associazione pronta tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. In quegli anni il solo modo per guadagnare una certa visibilità era cercare di creare azioni spettacolari, che attirassero l’attenzione dei media, senza causare violenza, ma solo con forti richiami simbolici. Act Up grazie all’impegno dei tanti suoi attivisti riesce a portare avanti una campagna di diffusione della conoscenza di questa malattia sempre più ampia. Contemporaneamente Nathan inizia una relazione con Sean (Nahuel Pérez Biscayart), già malato da di diversi anni.

“Ho voluto raccontare questa storia -ha spiegato il regista in conferenza stampa a Roma- perché sentivo che non avrei dovuto essere una vittima di questa epidemia lasciandomene paralizzare e che occorreva fare ancora qualcosa in un modo che ottenesse la massima visibilità, andando al di là della nostalgia. Non credo che il cinema possa avere un impatto diretto sulla politica, il film non vuole rivendicare una soluzione per qualcosa che oggi non funziona”.

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In inglese l’espressione “120 beats per minute” indica sia i battiti del cuore che un tempo musicale, usato soprattutto per la house music, genere che fa da colonna sonora al film e che riesce a sfumare i confini tra le diverse scene lasciando l’osservatore de tutto spiazzato.

“Il carattere festoso e sinistro di questa musica era perfetto per quegli anni, noi volevamo vivere, festeggiare, ma al tempo stesso ci accompagnava una profonda tristezza. Nel film è implicita la tristezza della perdita di persone che ammiravamo, che amavamo e con cui abbiamo passato tanti bei momenti. Mi batto per un cinema in cui gli spettatori non abbiano una bussola per orientarsi, in cui le cose non siano mappate con esattezza, poiché tutto può cambiare da un momento all’altro”.

120 Battiti al minuto arriva in punta dei piedi al cospetto dello spettatore come una sorta di documento visivo dell’epoca, ma piano piano conquista sempre di più il suo animo e lo coinvolge in una storia trasversale, molto umana e molto idealista al tempo stesso. Campillo ha avuto il talento di far diventare i personaggi così familiari a chi li osserva che si ha quasi l’impressione di conoscerli personalmente. In questo modo passando dalle persone prima che dalle idee il regista riesce a conquistare l’empatia dello spettatore che si lascia coinvolgere dalla storia come se in un certo senso lo riguardasse in prima persona.

Il regista e il cast che lo ha seguito hanno saputo rendere le sequenze del film con realismo crudo ma anche delicato. Sorprende il modo con cui Campillo sia riuscito a conferire sfumature di garbata poesia anche a scene dal forte impatto visivo, come gli incontri sessuali dei due amanti e le manifestazioni in pizza.

“È stato fondamentale il lavoro del casting: abbiamo messo insieme un mix di attori professionisti, sia di cinema che di teatro, ma anche artisti del circo, ballerini e persone che non avevamo mai recitato rintracciate su Facebook o nei locali notturni. Peraltro, credo sia stato abbastanza logico che, in un film dedicato a un gruppo di militanti che fa della visibilità una delle sue armi, la maggioranza stessa degli attori fosse dichiaratamente gay”.

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La malattia, il sangue e la sofferenza sono al tempo stesso nemici e alleati di questa storia, sono la causa di un disagio, di una paura e di un profondo dolore ma anche il movente per combattere un atteggiamento claustrofobico e sordo tenuto da parte della società rispetto ai membri della comunità gay, ai malati e tutti coloro che vengono segregati ai margini della società.

Non solo contro l’omofobia, non solo contro le restrizioni al livello d’informazione e le chiusure mentali della società, 120 battiti al minuto affronta il discorso delle relazioni sociali nell’ambito dell’accettazione della reciproca diversità ad un livello molto ampio per estensione e profondità. Sono proprio le modalità relazionali che intercorrono tra i personaggi a suggerire e stimolare la necessità di confrontarsi e allacciare rapporti con l’altro in modo costruttivo.

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120 battiti al minuto racconta un’epoca senza telefoni cellulari, internet o social network. A quei tempi le persone dovevano unirsi fisicamente in uno spazio reale, fronteggiarsi gli uni con gli altri e confrontare le proprie idee. Senza contare che una delle strategie chiave di Act Up era mostrare la malattia attraverso il corpo dei suoi membri, che la società voleva relegare all’invisibilità. I malati vivevano la loro infermità ma al tempo la “rappresentavano”, enfatizzandola e usandola come arma per sensibilizzare il pubblico”.

 

Vania Amitrano - Laureata in Lettere, amante dell’arte, dello spettacolo e delle scienze umane, autrice di testi di critica televisiva e cinematografica. Ha insegnato nella scuola pubblica e privata.



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