National Geographic, promossa o bocciata?!

CHIAROSCUROOK

La sera del 13 gennaio 1888 è ricordata come la notte della fondazione della Society. Qualche settimana dopo fu organizzata la prima riunione dei soci fondatori che dai 33 iniziali divennero ben presto 165, tutti esponenti dell’elite intellettuale e scientifica di Washington D.C.

Da allora sono trascorsi 125 anni durante i quali la Society, grazie anche al suo periodico National Geographic, ha raccontato per immagini e articoli giornalistico-scientifici l’evoluzione e il cammino dell’umanità. Per celebrare l’anniversario dalla fondazione e i 15 anni di attività in Italia, il Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita la mostra “National Geographic. La grande avventura” fino al 2 marzo 2014.

Il prezzo del biglietto intero è di 7,50 euro, ridotto di 6 euro e per le scuole di 4 euro.

Il curatore della mostra, Guglielmo Pepe, ha suddiviso lo spazio espositivo, comprensivo di 125 fotografie, secondo le seguenti aree tematiche: momenti indimenticabili; la bandiera; la storia; le esplorazioni di terra, mare, aria; la scienza; la natura; terra violenta; scatti epici; il viaggio; le copertine italiane.

national geographic

Parrucca bionda, vestito azzurro con tanto di grembiule e Mary Jane ai piedi. Se li avessi indossati sarei stato una perfetta Alice nel più fantastico dei Paesi delle Meraviglie. Sulla porta d’ingresso della mostra, la geniale tana del Bianconiglio, mi sono fermato un attimo a prender fiato e, chiusi gli occhi, ho fatto un piccolo balzo in avanti.

Come ho varcato la soglia e riaperto gli occhi, davanti a me si è parato uno spettacolo a dir poco meraviglioso. Un lungo corridoio attraversava come una lama affilata le stanze in cui è suddivisa tematicamente la mostra e alle cui pareti sono appese le fotografie che hanno segnato la nostra Esistenza.

Fotografie che parlano dritto al cuore del visitatore, in cui arte e vita banchettano con la Storia, scritta e scandita non da guerre e devastazioni che cinicamente sembrano compiacere ancora oggi le persone, affascinate dal sangue e dal suo scorrere copiosamente, ma dal senso profondo di Umanità, di popoli lontani e tanto diversi da noi con le loro tradizioni millenarie, di natura e, soprattutto, di grandi imprese.

La National Geographic Society e il suo periodico hanno segnato (e continuano a farlo) un momento importante per il nostro cammino e la nostra evoluzione. Grazie all’intraprendenza dei suoi esploratori, alla passione dei suoi fotografi e alla sete di verità dei suoi promotori, hanno gettato le solide fondamenta per la costruzione di un ponte verso l’ignoto, verso l’altro.

E non è un caso se il curatore della mostra, Guglielmo Pepe, ha preso in prestito le parole di Fosco Maraini, scrittore, fotografo, viaggiatore-pellegrino ed etnologo, per descrivere lo spirito della mostra: “Poter gettare ponti che scavalchino millenni, continenti, civiltà, raggiungere esseri umani che lingue, scritture, leggi, costumi, fedi diverse parrebbero dividere inesorabilmente da noi, e scoprire invece che ci sono similissimi – quasi dei fratelli – ecco un insigne piacere”.

La mostra omaggia e onora proprio lo spirito che da ben 125 anni, ovvero da quel lontano 13 gennaio 1888 in cui fu fondata la Society, contraddistingue l’operato dei suoi fautori. Le fotografie di diverse dimensioni, appese le une accanto alle altre, ne sono la più vivida testimonianza.

Il piacere di ammirare da vicino le conquiste scientifiche ed esplorative a cui è giunto l’uomo nel corso del ‘900, come quando l’oceanografa Sylvia Earle scese a 366 metri di profondità divenendo il primo essere umano a camminare sul fondo oceanico (nello specifico parliamo di Oceano Pacifico). L’emozione di pubblicare foto che ritrassero gli abitanti del Tibet, all’epoca chiuso agli stranieri (siamo nei primi del ‘900).

Il senso di impotenza suggerito dalla fotografia scattata da Michael Nichols nel 2001 che ha immortalato l’ecologo Michael Fay accovacciato su una montagna mentre contempla il paesaggio sterminato del Gabon. La meraviglia nel vedere le prime immagini subacquee realizzate dal biologo marino William Longley e dal fotografo Charles Martin nel 1927. La paura di fronte alla violenza della natura, che scatena la sua furia con terremoti, alluvioni, frane, uragani ed eruzioni vulcaniche. Oppure il senso di tristezza e desolazione suggeriti dai luminosi occhi verde intenso di una ragazza dell’Afghanistan  che ci lasciano tutti sgomenti per il netto contrasto con gli abiti e il velo logori, cenciosi e polverosi (fotografia di Steve McCurry del 1984), che ricordano al mondo intero il dramma del suo Paese.

Tutto questo è solamente un infinitesimo del materiale documentaristico in mano alla Society, ma le 125 opere d’arte esposte valgono davvero il biglietto d’ingresso. Perché al Palazzo delle Esposizioni non si celebra solamente la fotografia in quanto opera d’arte apollinea, quanto la Storia e la memoria, nutrite di Spirito dionisiaco.

Federico Maselli
f.maselli@araldodellospettacolo.it

In una domenica di sole di metà ottobre (a Roma le giornate così si chiamano “ottobrate romane”) mi avvio fiduciosa verso il Palazzo delle Esposizioni per vedere la mostra allestita in occasione dei 125 anni della fondazione della National Geographic.Premesso che come tutti i fotoamatori amo e apprezzo quest’istituzione . Per chi come me ha studiato fotografia sa che i fotoreporter considerano la Società della National Geographic un punto di arrivo per la loro carriera e la maggior parte di essi lavorano gratis pur di essere pubblicati sulla prestigiosa rivista. In fondo tutti i fotografi ( professionisti e non ) sognano di fare una foto che sia propagata dalla National ( anche io in fondo ) . Sono gia stata  negli anni passati a diverse mostre sempre della National Geographic e le ho sempre trovate molte interessanti e coinvolgenti (erano mostre tematiche : “I quattro elementi, i colori”ect..).

Ma stavolta la mostra vuole celebrare la nascita della celebre società inglese. Mi aspettavo un percorso temporale dato il tema della mostra. Sarebbe stato interessante vedere come cambiavano attraverso 125 anni le foto e con esse  il gusto, la percezione, i colori, le tradizioni, la società . Invece dopo un inizio in cui ci vengono mostrate  foto storiche, improvvisamente il percorso non è piu’ cronologico, ma diventa tematico. E già qui iniziano le perplessità. Memore delle bellissime mostre tematiche allestite negli anni passati, prima menzionate, mi accorgo subito di non ritrovare l’ emozioni provate alora. La scelta delle immagini non mi convince. Non capisco in base a quale criterio sono disposte nè perché una foto sia in formato piu’ grande di un ‘altra. Sono foto molto “fredde” e non parliamo  certo di “temperatura colore” Eppure il materiale a disposizione è immenso. Durante tutta la mostra i chiedo come le abbiano selezionate e quale sia il criterio.

Anche l’allestimento non aiuta. Sarebbe bastato un guizzo di fantasia,un po’di audacia, qualcosa che riportasse al tema (il tempo). Invece le foto sono appese sotto un’illuminazione triste, banale. L ‘esposizione risulta molto ordinaria. E’ una mostra che genera piu’ perplessità che  suggestione.  Peccato.

Intanto io però continuo a scattare, sia mai che una mia  foto, un giorno, troverà posto tra quelle di questa straordinaria Società.

Flavia Parente
f.parente@araldodellospettacolo.it




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