L’America vista con gli occhi di Norman Rockwell

rockwell

La mostra fino all’8 febbraio a Palazzo Sciarra

Più di cento tra dipinti, documenti, bozzetti e fotografie e la raccolta completa delle 323 copertine originali realizzate per il settimanale The Saturday Evening Post. Dallo scorso 11 novembre Palazzo Sciarra a Roma ospita American Chronicles: The art of Norman Rockwell, in mostra fino al prossimo 8 febbraio. Una retrospettiva della Fondazione Roma dedicata interamente all’artista statunitense che indaga sul lungo percorso di Rockwell (circa sessant’anni) attraverso l’esplorazione di grandi temi.

La scelta del curatore Danilo Eccher, direttore della GAM di Torino, insieme a Stephanie Plunkett del Norman Rockwell Museum, è stata infatti quella di creare a Palazzo Sciarra, a Roma, un cammino espositivo che seguisse non la produzione cronologica dell’artista, bensì portasse il visitatore a scoprire i temi racchiusi nelle opere di Rockwell: la storia degli Usa (dalle origini al razzismo), l’estetica e lo stile di vita statunitensi (compreso il sogno americano), il rapporto dell’artista con la fotografia e la grafica, l’infanzia.

Apre la mostra la sezione American Roots, dove spicca il dipinto Family Tree (1959), libera interpretazione di Rockwell delle origini degli Stati Uniti tra indiani d’America, cowboy e principesse spagnole. I ritratti di Abramo Lincoln e Ichabod Crane (personaggio tratto dal romanzo americano La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving) ci raccontano parte della storia degli Usa, mentre un pannello interattivo ricorda la biografia dell’artista.

Superata questa prima sala, il visitatore si trova immerso nei due corridoi alla scoperta delle 323 copertine originali del The Saturday Evening Post, magazine per il quale Rockwell ha collaborato tra il 1916 e il 1963. Le illustrazioni, tutte da scoprire, rispecchiano cinquant’anni di aspettative e valori della società statunitense.

La musica e le immagini di Fred Astaire e Ginger Rogers ci accompagnano all’interno della sezione Shaping an American Aesthetic che esplora la relazione fra arte e illustrazione nelle opere di Rockwell. Ecco che in Triple Self-Portrait (1959) ritroviamo l’artista intento a dipingere se stesso, miscelando realismo e finzione, mentre in Lubalin Redesigning Post (1961) il grafico Herbert Lubalin progetta di spalle un nuovo logo per il Post. Nella stessa sala ci sono i ritratti creati per la locandina del film Stagecoach (I 9 di Dryfork City), diretto da Gordon Douglas, remake del celebre western del 1939 Ombre rosse di John Ford.

Si arriva poi nella sezione Tomorrow. Protagonisti sono i bambini, forti e spavaldi da una parte, fragili e incosapevoli dall’altra, che vediamo ritratti da Norman Rockwell nella campagna pubblicitaria dei noti cereali Kellogg’s, ma anche in opere come The Runaway (1958, nell’immagine), dove il protagonista, un piccolo fuggiasco in cerca di indipendenza, viene trovato da un poliziotto che sorridente lo accompagna in un bar. The Runaway

I bambini come speranza per il futuro ci conducono nella sezione American dream. Ai più grandi è affidato il compito di guidare i più giovani attraverso un sogno americano che si basa su valori molto forti: la famiglia, il rispetto, la lealtà.

La sezione Problems and Perspectives chiude la mostra ricordando le quattro libertà (Four Freedoms) del presidente Franklin D. Roosevelt: la libertà di parola, di culto, dal bisogno e dalla paura che ritroviamo nei dipinti Freedom of Speech, Freedom of Worship, Freedom from Want, Freedom from Fear (1943). In Murder in Mississippi (1965) Rockwell ritrae la brutalità dell’assassinio di tre attivisti per i diritti civili.

Non è la prima volta che Fondazione Roma dedica una mostra a un autore americano. Era già accaduto in passato con Edward Hopper, Georgia O’Keeffe e Louise Nevelson. Il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele, che aveva conosciuto le opere di Rockwell nel 1966 proprio negli Usa, spiega: “Rockwell ha raccontato l’affascinante storia del suo tempo, il Novecento americano, con opere dal contenuto emblematico ed evocativo. Le composizioni di Rockwell infatti non sono soltanto semplici illustrazioni ma riflettono pienamente e in modo persuasivo il mondo che le circonda. Si potrebbero paragonare a finestre aperte sulla vecchia America, in cui l’autore stesso ama sporgersi per osservare, riflettere o semplicemente divertirsi: immagini cariche di fiducia per la conquista di quei valori che oggi sono fortunatamente realtà”.

La mostra offre la possibilità di visite guidate, anche in lingua, percorsi didattici per le scuole fino alle superiori, laboratori creativi per bambini e visite animate per famiglie a cura di Senza Titolo.

Giulia Bianconi

g.bianconi@araldodellospettacolo.it

Giornalista professionista, laureata in Dams-spettacolo con una tesi su Pina Bausch, scrivo di cinema sulle pagine del Quotidiano Il Tempo. Vedo molti film (anche troppi) e serie tv. Romana, da sempre pronta per vivere a Berlino.



Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>